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di Paolo Bancale   indice articoli

 

La religione: una risposta a necessità quotidiane. Indagando nella storia e nella psiche dell'uomo.

Di Alessandra Pedrazzini - Archeologa
Maggio 2013

 

Nell'anno in cui ricorre l'anniversario di Darwin [Ndr questo articolo è del 2009], è bene ricordare come nel secolo scorso il dibattito sull'origine delle religioni si sia arricchito di spunti evoluzionistici. Ci si domandò se fosse possibile leggere questo fenomeno come risultato dell'evoluzione umana, non tanto dal punto di vista biologico, quanto da quello psicologico. La religione è nata e si è evoluta come diretta risposta a delle necessità?

 

La psicologia dell'illusione infantile
Utile per gettare le basi di questa speculazione è il lavoro di Sigmund Freud contenuto negli scritti sull'“Illusione”, composti tra il 1926 e il 1929. Freud notò, innanzi tutto, che come il bambino in difficoltà chiede aiuto al proprio padre, visto dall'infante come un’entità potente e risolutrice, allo stesso modo l'uomo adulto, ridimensionata la figura paterna, si rivolge per la soluzione dei più profondi problemi a un “padre superiore”, a un “superuomo”. Questo si riscontra nella storia delle religioni, dove al pari dell’uomo preistorico, anche l’uomo contemporaneo invoca un deus ex machina che dall'alto intervenga a “risolvere la situazione”.

 

La magia e lo spiritismo
Immaginando quali problemi un uomo primitivo dovesse affrontare, non stupisce che la prima forma di religiosità si fosse concretizzata nella pratica della magia. Manipolando oggetti facilmente reperibili, gli uomini ritenevano di essere in grado di influenzare e modificare per il proprio tornaconto le forze della natura. Nota a tutti è la “danza della pioggia” dei popoli nordamericani: una data sequenza di passi, con una data cantilena, era in grado di far piovere, garantendo così la sopravvivenza della tribù nell'immediato futuro. Al mondo della magia era legato a doppio filo quello degli spiriti, che secondo le più antiche tradizioni vivevano negli oggetti che la magia andava a manipolare. Eliade, nel suo Trattato di Storia delle Religioni, cita un caso interessante connesso a questo legame: «In India c'è la credenza che certe pietre siano nate e si riproducano da sé (svayambhu = “autogenesi”); per questo sono ricercate e venerate dalle donne sterili, che recano loro offerte». Ovviamente «il culto non è rivolto al sasso, in quanto sostanza materiale, bensì allo spirito che lo anima, al simbolo che lo consacra».

 

L'antropizzazione della Natura
La magia però, se poteva dare l'illusione di agire positivamente nel quotidiano, non dava risposte alle grandi problematiche che gli uomini, evolvendosi, dovettero affrontare. Freud dice: «Ma nessuno cede all'illusione che la natura sia ormai soggiogata (...). Ecco la terra, che trema, si squarcia e seppellisce tutto ciò che esiste di umano e ogni cosa prodotta dall'uomo; l'acqua, che sollevandosi inonda e sommerge tutto (...). Ma se negli elementi infuriano passioni come nella nostra anima (...), possiamo almeno reagire; anzi, forse non siamo nemmeno indifesi, possiamo impiegare contro questi violenti superuomini esterni gli stessi mezzi di cui ci serviamo nella nostra società, possiamo tentare di scongiurarli, di placarli, di corromperli e, intervenendo su di essi, possiamo privarli di parte del loro potere».

Da qui, è semplice riscontrare nelle divinità del I millennio a.C. il tentativo di “umanizzazione” degli elementi naturali.

I Maya, la cui alimentazione dipendeva completamente dal mais, forgiarono Centeotl, il dio Mais: sacrificavano a lui doni, speravano di suscitare la sua benevolenza, che avrebbe garantito un raccolto abbastanza abbondante da sfamare la popolazione. In Grecia abbiamo Poseidone, il Mare, a cui i marinai sacrificavano per poter navigare felici: la “dimostrazione” di tale dinamica (sacrificio-salvezza) è Ulisse che, all'inizio dell'Odissea, non sacrificò al potente dio e vagò dieci anni nel Mediterraneo come punizione. L'Egitto, che doveva la propria sopravvivenza solo ed esclusivamente alle piene del Nilo, lo collegò al dio Hapi, per indurlo ad essere benevolo e fecondo; di contro, fu divinizzato anche il maggior pericolo connesso al fiume, il coccodrillo, adorato col nome di Soberk al fine di scongiurarne gli attacchi.

 

L'introspezione e l'antropizzazione dei sentimenti
Più l'umanità progrediva, più compiva passi in avanti anche la scienza, rendendo ingenui i culti naturalistici. Il bisogno di risposte si rivolse altrove. Crebbe l'interesse dell'uomo verso l’introspezione, nel tentativo di trovare l'origine (e quindi il modo di manipolarli) dei sentimenti, delle proprie paure, dei propri desideri. In  Grecia si venerò Venere, non tanto legata alla fecondità, quanto alle pulsioni, alla sensualità, al desiderio erotico: invocandola nel modo giusto era possibile far innamorare di sé una persona, respingerne un'altra. I popoli celtici stanziati in Lettonia adoravano Perkunas, la dea della guerra, degli atti eroici e del coraggio, in quanto il riconoscimento sociale di un uomo dipendeva esclusivamente dal suo valore militare.

 

Il timore della fine ultima
Tutti questi culti erano finalizzati non solo all'ottenere il favore degli déi, ma anche protezione: dal male, dagli sgarbi, dalla morte stessa. La paura della “perdita ultima” di tutto quello faticosamente guadagnato, il timore di vedere distrutto il lavoro dell’intera società, portò alla creazione di religiosità sempre più complesse. In Colombia si sviluppò, per esempio, la società dei Tupi-Guaranì, il “popolo delle piante”: essi credevano che gli uomini fossero nati dalle piante e che fossero fatti di legno; l’apocalisse ultima della loro società sarebbe stata quindi portata da un incendio universale. Il loro dio principale, Nanderuvucu, “il nostro grande padre”, insegnò loro come costruire la casa sacra e come renderla “leggera” attraverso una danza rituale, in modo che si sollevasse da terra e potesse galleggiare sui mari, portando così il popolo “eletto” in salvo. Nel Mediterraneo, a seguito degli sconvolgimenti politico-sociali indotti da Alessandro Magno e successivamente dalla sua caduta, si iniziarono a sviluppare i culti misterici, a mezzo dei quali l'adepto entrava in contatto diretto col dio che, ben disposto dopo il rito, facilmente concedeva favori. La corrente più introspettiva che si sviluppò fu quella dei culti misteriosofici, nei quali i fedeli erano tenuti a ripercorrere le drammatiche vicende di un dio al fine di suscitarne la pietà per la compartecipazione al dolore e alla sua esperienza. Tale divinità si sarebbe quindi fatta garante per loro nella vita dopo la morte: in un Ade concepito come eterna oscurità, il dio avrebbe concesso la luce. Il buddismo, che in questi secoli mette per la prima volta per iscritto le proprie dottrine nei Prajnaparamita, risponde al male ultimo postulando la liberazione da ogni desiderio come soluzione al problema. La salvezza, la libertà dai dolori di questo mondo, si otterrà solo con il completo annullamento del sé e con l'assimilazione del proprio io al Nirvana.

 

La vita dopo la morte
A cavallo dell'anno zero, il pensiero teologico mondiale si era ormai statizzato attorno alla morte. Che senso aveva pregare gli déi, se ormai erano percepiti come inutili, incapaci di risolvere il problema ultimo di tutta l'esistenza? La richiesta, in ultima istanza, che ormai si avanzava alle divinità era quella di rifarsi della vita ingiusta di questo mondo in un altro, perfetto ed eternamente felice: i cristiani dilatarono l'idea misteriosofica della luce del mondo dell'aldilà proponendo un intero universo in cui il giusto fedele ottenesse la paga per la devozione dimostrata al dio. I Celti immaginarono questa ricompensa come un eterno campo di battaglia in cui essere sempre vittoriosi, dove la sera sarebbero stati allietati da canti, balli, donne e alcol. In Melanesia (Oceania) era compito dell'uomo diventare il più simile possibile alla divinità, in modo tale che una volta morti tale dio li riconoscesse come propri pari e li accogliesse presso di sé. Tale assimilazione avviene con l'accumulo da parte del fedele del mana, forza presente negli esseri viventi e di cui è composto il dio stesso. Per ottenerlo, dovere del buon fedele è vincere in battaglia e cibarsi del nemico sconfitto, assimilando in sé stesso la forza vitale dell'uomo appena ucciso: maggiore era il valore del nemico, maggiore sarà il mana ottenuto, maggiore la vicinanza al dio dopo la morte.

 

Molte vie, nessuna via, qualche via?
All’interno della tematica della morte, è interessante notare come un fenomeno prettamente mediterraneo, il Cristianesimo, abbia affrontato l’argomento. Se a ridosso dell’esistenza di Gesù Cristo le comunità tentavano per lo meno di attenersi al suo messaggio, secondo cui il fedele era ricompensato con la vita nell’aldilà grazie alla mera conversione alla “vera” religione, abiurando le altre, nel Medioevo si svilupparono infinite vie per compiacere il dio, e quindi infiniti modi per poter guadagnare la salvezza. Dal 1095 compito di ogni pio fedele era sì quello di essere povero e di fare pellegrinaggi, ma il concetto fu modificato in “povero di pietà verso gli infedeli e pellegrinaggi di conquista in Terra Santa contro l’Islam”. Dio avrebbe premiato chi avesse compartecipato maggiormente all’eradicazione del “male”. Nel 1116 il monaco Enrico causò quasi una secessione nella città di Le Mans, in Francia, quando affermava che il vero fedele non riconosceva altro potere che quello spirituale, e che quindi nessun potere temporale (lo stato, il re, il municipio) erano assecondabili. La chiesa cattolica iniziò letteralmente a vendere la salvezza, con le famose indulgenze: ci si guadagnava il paradiso con le opere buone fatte in vita, ma l’acquisto delle indulgenze creava una sorta di “scorciatoia”. Lutero, per porre un freno, nel 1517 riformulò la via della salvezza, affermando che era solo la fede a salvare: fede concretizzata nel pregare dio col nome giusto, nel modo giusto, nei tempi giusti e via dicendo. Calvino, trent’anni dopo, si convinse che non esisteva alcun modo di salvarsi: essendo dio onnipotente e onnisciente, ancora prima della nascita di un essere umano sapeva benissimo se sarebbe stato buono o cattivo, e avrebbe quindi deciso “a priori” se salvarlo o meno. Un infante di poche ore era già predestinato alla dannazione o alla salvezza, e niente di ciò che avrebbe potuto fare in vita avrebbe cambiato la sentenza.

Al pari della confusione cristiana, possiamo citare un altro monoteismo, quello ebraico, che ancora oggi tenta di estrapolare dalle Sacre Scritture una via certa per la salvezza. Di ipotesi ne esistono quattro, tutte sostenute da eminenti rabbini e da citazioni dalla Bibbia, e tutte sono legate all’idea che la salvezza si concretizzerà nella resurrezione dopo la morte. Secondo alcuni, coinvolgerà l’intera umanità senza distinzioni, per altri solo il popolo ebraico, per altri ancora chiunque viva in Terra Santa senza discriminanti, per gli ultimi solo gli ebrei seppelliti nel sacro suolo di Gerusalemme. Non si pone dubbi, invece, il terzo dei grandi monoteismi, l’Islam, per cui l’aldilà è concesso come ricompensa dal dio solo al buon fedele, identificabile come colui che segue ligio i cinque pilastri sacri: professare la vera fede, pregare cinque volte al giorno, fare l’elemosina, compiere almeno una volta nella vita il pellegrinaggio alla Mecca e digiunare durante il Ramadam.

 

Diverse risposte allo stesso problema
Non è difficile identificare la paura della morte come l'ultimo gradino di questo processo evolutivo che accompagna le religioni. Interessante è vedere cosa, però, ha prodotto ultimamente la società moderna.

Le grandi religioni sono state affiancate da nuove “spiritualità” che tentano di dare una risposta alternativa e diversa alla problematica, constatando, forse, che miliardi di persone da milioni di anni pregano gli déi, e che la maggior parte di questa massa resta inascoltata. Tali “teologie” moderne indicano con certezza il modo di salvarsi, la via corretta, unica e univoca che porta al superamento del male di questo mondo, distaccandosi così nettamente dalle teologie ufficiali che, con qualche eccezione, non riescono a tracciare un quadro chiaro su questo argomento.

Se le divinità non ascoltano, la Heaven's Gate, setta ufologica fondata nel 1975, proponeva di rivolgersi agli alieni: la salvezza del mondo si concretizzerebbe raggiungendoli nel loro mondo perfetto. Questo si otterrebbe non tanto con anni di preghiere, ma con un'azione diretta, umana, che ognuno può attivamente fare: uccidersi, in modo che lo spirito, liberato dal peso del corpo, possa raggiungere la navicella aliena venuta ad aiutarci. Ebbene, questo fu quello che realmente accadde nel 1997 quando, al passaggio della cometa Hale-Bopp, identificata come l'astronave madre, tutti i membri della setta si suicidarono.

Altro caso è quello di Scientology che, sorvolando sull'aspetto ufologico (un alieno cattivo intrappolò gli spiriti degli alieni buoni nei nostri corpi milioni di anni fa), si prefigge il compito di “risvegliare” il vero potenziale umano, schiacciato e sopito a causa dei traumi e del male che ci affligge. Una volta ottenuto tale risveglio, ogni singolo uomo avrebbe la capacità di auto-salvarsi, diventando a propria volta un dio, capace di cambiare la realtà secondo i propri gusti fino a creare, se volesse, un mondo estraneo a questo di cui diventare l'unico dio, venerato e adorato dai fedeli-umani.

 

Alessandra Pedrazzini
Dalla rivista "NonCredo"

 


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