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di Danilo Campanella   indice articoli

 

La difficoltà di unire filosofia e politica

Maggio 2014

 

Illustri intellettuali come Petrucciani, Marramao ma anche Vattimo e Cacciari darebbero sicuramente una risposta affermativa alla domanda che intesta il titolo di questo articolo. Certamente a livello ideale, teorico, è così. La filosofia è ricerca, la politica è gestione partecipata della “res” pubblica. Per quanto riguarda la filosofia politica dobbiamo considerare che essa è insieme politica e filosofia. Come quest’ultima vuole ricercare l’origine del miglior modo di convivenza civile in una comunità politica. Essa intende occuparsi di tutte quelle interazioni sociali che, tra gli uomini, si configurano come relazioni atte a dar luogo a uno o più equilibri per la pace sociale. Come branca della filosofia che deve confrontarsi, quando occorre, con l’etica, la bioetica, la filosofia del diritto e la sociologia. Bisogna specificare che in epoca moderna lo studio di queste relazioni si configura in particolare come studio delle relazioni di “potere”. Se per gli antichi filosofi il pensiero politico si configurava come lo studio e la ricerca del “buon governo”, per i pensatori moderni la filosofia politica è la forma di pensiero che assume come oggetto centrale il problema del “potere”. Il “potere” è qui la capacità di controllare con l’influenza, con la forza, con le sanzioni il comportamento altrui. Qui ci si occuperà specialmente delle forme di potere “concrete” e quindi istituzionalizzate, quelle che vengono depositate nella legislazione e quindi vanno a costituire lo stato che è, per dirla come Max Weber, “un rapporto di dominio di uomini su uomini basato sul mezzo della forza considerata legittima” (La politica come professione, Armando, Roma 1997, p. 33). Se essa oggi più che mai tratta il tema del potere, il suo conflitto con gli uomini e i modelli migliori per mantenere l’egemonia e/o gli equilibri sociali, dobbiamo ammettere che la filosofia si è, da un lato, ridotta a mera descrizione delle teorie politiche passate (storia della filosofia), da un lato è totalmente assente come speculazione intellettuale, ragionamento e architettura dottrinale dalla società tutta, in particolare in quegli ambienti dove, un tempo, gli statisti erano politici e filosofi insieme. Prendiamo ad esempio l’attuale conflitto tra potestà indirette e società politica, sempre meno celato grazie agli attuali mezzi di informazione, ma anche di controinformazione di massa. L’Europa, che sarebbe dovuta divenire l’europa dei popoli (gli Stati Uniti d’Europa) è diventata un organismo sui generis retto dall’economia, intesa come simbiosi tra banche e industria e parole come Pil, Bot, debito pubblico, prima conosciute soltanto dagli addetti ai lavori sono ora non soltanto di dominio pubblico ma dettano i bisogni, le angosce, le speranze di vita di milioni di persone. Un tale squarcio psicologico e antropologico non soltanto è un evidente vulnus della politica ma, al contempo, allontana sempre più i politici dalla riflessione e ne fa dei meri esecutori delle esigenze dell’industria e del “libero” mercato. Il secondo punto di divaricazione tra filosofia e politica è dato anche dalla mancata partecipazione delle masse alla vita politica dello stato che, sempre più “privato”, risulta anche sempre più “assente”. Intendiamoci, non chiedo il ritorno a quello stato etico di matrice hegeliana che voleva “educare” e che non aveva nulla sotto di se, sopra di se e fuori di se. Con la caduta delle “grandi narrazioni” si è assistito alla liberazione dell’uomo da quel modello di stato che voleva educare, a modo suo, vita pubblica e privata, consegnando il cittadino, perennemente guidato, dalle mani dell’ostetrica a quelle del becchino. Nonostante ciò non si pensi che il modus vivendi del potere sia cambiato radicalmente: la reductio ad Hitlerum, utilizzata anche dal secondo dopoguerra in poi sotto altre spoglie è un modo di pensare, di vivere, di agire ancora molto forte all’interno degli schemi politici contemporanei. Controllare le masse tramite una politica “realista” ha sostituito la politica classicamente intesa, come anche i partiti politici primigeni (Aldo Moro li definiva partiti di “idea” e denunciava a suo tempo il mancato passaggio dai partiti di potere ai partiti di programma), ha portato a sostituire la politica con la strategia. Nessuno nega l’importanza che una base militare, una miniera di rame o una fetta di territorio abbiano, ma porre questi elementi come centro delle decisioni, anzi, dei destini di un popolo non è soltanto pericoloso, ma anche deludente dal punto di vista antropologico. Pertanto oserei dire che, allo stato attuale, la filosofia sta alla politica come l’onanismo sta al sesso, anziché essere parti integranti della vita sessuale di una persona sia come ἀγάπη, come amore, sia come Ερως, come desiderio.  La filosofia politica deve necessariamente occupare il posto che gli spetta non soltanto nelle aule universitarie, ma anche e soprattutto nella vita civile, attraverso il rapporto con i corpi intermedi dello stato e con la stessa politica istituzionale. Nessuno si è accorto che non esistono più le scuole politiche, o forse si pensa che qualche conferenza di partito possa sostituirle? Se non si prenderanno presto seri provvedimenti per l’educazione del cittadino informato e del giovane politico, tempo che gli uni subiranno sempre più passivamente la politica, quest’ultima passiva esecutrice dell’agenda economica delle corporazioni. Il cittadino contemporaneo non si sente più partecipe della vita della polis, anzi della cosmopolis, perché sempre più preda di sovrastrutture imposte come “distrazione di massa”, da un lato, sia perché chiuso in se stesso, ridotto psicologicamente a individuo e non più conscio di essere una persona. La differenza non è sottile. L’individuo è “l’uomo in sé”, l’uomo privato (gli antichi greci lo chiamavano ἰδιώτης, idiota). L’idiota non aveva, o non desiderava avere cariche pubbliche, non si interessava quindi alla vita della società. La persona, invece, è “l’uomo per …” aperto all’altro, alla società, alle altre persone, alla vita e anche ad un eventuale trascendente. Quando smettiamo di porci domande, di prestarci al servizio degli altri, di ascoltare, di aiutare, di sollecitare, di adoperarci per chi ci sta intorno si apprestiamo alla nostra riduzione psico-antropologica da persona a individuo. Insomma, moriamo. La resurrezione dei morti inizia qui, con la presa di consapevolezza di coloro che non vogliono più essere oggetti passivi della meccanica del sistema politico, ma soggetti attivi e partecipanti. Quello che ogni sistema riformista, raggiunto il potere fa, è proprio diventare conservatore di se stesso e cadere nell’errore di chi lo ha preceduto, ovvero considerare il potere l’imposizione di un dominio e non la manifestazione di un servizio. Il compito dei filosofi è ancora importante, soprattutto quello dei filosofi politici, che hanno il dovere di aggirarsi tra i sepolcri sociali e dire “esci fuori”! A coloro che sono caduti nel sonno della ragione.

 

   Danilo Campanella

 

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