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di Danilo Campanella   indice articoli

 

Che cos'è la filosofia politica?

Febbraio 2014

 

Nell'offrire un completo, ma per ovvie ragioni non esaustivo approfondimento sulle questioni principali della filosofia politica, i suoi protagonisti e i temi più importanti per questa rubrica verranno percorsi diversi approcci: verranno discussi i rapporti tra etica e politica, i fondamenti del diritto nelle teorie politiche e i paradigmi sociali, componendo argomentazioni per costruire quei ragionamenti intorno alla convivenza sociale, arrivando a chiarificare le origini e, dove possibile, le soluzioni ai conflitti che naturalmente scaturiscono dall’umana cooperazione.

 

filosofia politica

 

Che cos'è la filosofia politica?

 

La filosofia politica è insieme politica e filosofia e, come quest’ultima vuole indagare, ricercare l’origine … del miglior modo di convivenza civile in una comunità appunto politica. Vuole occuparsi di tutte quelle interazioni sociali che, tra gli uomini, si configurano come relazioni atte a dar luogo a uno o più equilibri per la pace sociale, come branca della filosofia che deve confrontarsi, quando occorre, con l’etica, la bioetica, la filosofia del diritto e la sociologia. Bisogna specificare che in epoca moderna lo studio di queste relazioni si configura in particolare come studio delle relazioni di “potere”. Se per gli antichi filosofi il pensiero politico si configurava come lo studio e la ricerca del “buon governo”, per i pensatori moderni la filosofia politica è la forma di pensiero che assume come oggetto centrale il problema(1) del “potere”.

Il “potere” è qui la capacità di controllare con l’influenza, con la forza, con le sanzioni il comportamento altrui.

Qui ci si occuperà specialmente delle forme di potere “concrete” e quindi istituzionalizzate, quelle che vengono depositate nella legislazione e quindi vanno a costituire lo stato che è

 

…un rapporto di dominio di uomini su uomini basato sul mezzo della forza considerata legittima(2).

 

Lo stato, nella sua unità sottrae ai singoli il diritto di usare la forza su altri uomini, avocandola a sé. Quando si parla di “forza” bisogna considerarla come “legittima”. Da qui va da se che gli uomini abbiano ricercato, nel corso dei secoli, l’ordinamento politico che meglio riconoscesse questa legittimità e, quindi, il più giusto ordinamento politico. Da qui nascono le due grandi attenzioni di base della filosofia politica: quella sul potere e quella sulla giustizia. Da una parte abbiamo la filosofia politica “realista” o che si dichiara tale, che pone innanzi a tutto lo studio del “potere”, come conquistarlo e mantenerlo (l’agire politico), dall’altra la filosofia politica “idealista”, la quale si pone domande sul migliore, sul più giusto ordinamento politico. Per unire sia gli aspetti legati da un lato, a Machiavelli, e dall’altro a Platone possiamo dire che la filosofia politica dovrebbe con equilibrio occuparsi di

 

…quale sia il modo giusto di organizzare la nostra convivenza, di quali forme di potere siano legittime, di quali diritti debbano essere riconosciuti ai cittadini(3).

 

Essa affronta questioni sia “normative”, quando cerca di risolvere i problemi, ad esempio, sulla convivenza civile, sia “strutturali” quando si domanda la “natura” della società o le caratteristiche dell’agire politico. Le domande che si pone la filosofia politica sono principalmente quattro, ovvero sulla costituzione, sull’obbligo, sull’agire e sul metodo. Le prime due sono di tipo normativo, le altre due di tipo realistico:

 

1.      Quale sia la migliore costituzione politica;
2.      Quale sia il fondamento dell’obbligo politico;
3.      Quale sia la natura dell’agire politico;
4.      Quale sia il miglior metodo applicabile nella scienza politica.

 

La prima domanda è complessa e verrà trattata più avanti. Sulle prime due bisogna sottolineare che ciò che le caratterizza, normativamente, è che esse indagano l’ordine politico come dovrebbe essere (giusto, legittimo…) e non sui fatti così come sono. I paradigmi normativi sono tanti, e vanno dalla Repubblica(4) di Platone alla Teoria della giustizia di Rawls. Tali teorie si occupano di ricercare un ordine politico giusto e riflettendo dunque sull’idea di giustizia, ricerca che risale per’altro dall’origine stessa della filosofia nella Grecia antica.

Piuttosto che pensare alla società, allo stato “ideale”, a come dovrebbe essere, le teorie realiste vogliono invece ragionare su certi temi della filosofia politica per come sono. Ecco che Niccolò Machiavelli si occuperà non della bontà del governante, ma di come egli si debba porre a seconda delle situazioni:

 

mi è parso più conveniente andare drieto alla verità effettuale e non alla immaginazione di essa … onde è necessario che un principe, volendosi mantenere, imparare a poter essere non buono, e usarlo e non l’usare a secondo la necessità(5).

 

Appare evidente che proprio in quest’approccio sono presenti tutte quelle domande sul “potere” di cui accennavo in precedenza. Qui più che mai la lotta per il potere e il modo per conservarlo sono aspetti di primaria importanza; come sottolineò Max Weber in una sua conferenza nel 1919, chi fa politica aspira al potere, per gli altri o per se stesso. Il potere, quindi come potenza o il potere come servizio. In entrambi i casi la leva che muove entrambi gli atteggiamenti è quella del conflitto, sia interiore (del soggetto che ambisce) che sociale (il modo per surclassare il prossimo e acquisire potere). Il realismo politico ha portato a quello che i moderni chiamano “l’agire strategico”, di quei processi ragionativi che considerano non tanto le idee e la persuasione ma soprattutto la valutazione delle forze in campo servendosi di tutti i mezzi disponibili e surclassando le istanze etiche e morali di bene e male che condannerebbero senza troppe esitazioni taluni metodi

 

Non può, pertanto, uno signore prudente, né debbe, osservare la fede, quando tale osservanza li torni contro… (6)

 

Da ciò si evince che, nella filosofia realistica come anche nella real-politik il politico debba sentirsi pronto di infrangere anche le leggi per salvaguardare il fine supremo, ad esempio la salvaguardia della repubblica. Non essendoci più oggi né a livello culturale né etico una distinzione tra res pubblica e res privata, dunque tra pubblico e privato, l’uomo politico si sente legittimato a infrangere le leggi “realisticamente” per fini tutt’altro che supremi, confondendo il di lui benessere con quello della res pubblica. In tal senso Machiavelli come anche altri pensatori realisti non pongono affatto un conflitto tra etica e politica, bensì la distinzione dell’etica individuale, per lo meno secondo l’interpretazione di Isaiah Berlin(7) ovvero l’interpretazione delle “due etiche”, quelle che Weber definirà etica della convinzione ed etica della responsabilità(8). Per la prima, non bisogna mentire nemmeno se la locutio contra mentem potrebbe salvare la vittima dal suo assassino (Immanuel Kant). Per la seconda, invece, bisogna poter prevedere e sentirsi responsabile delle conseguenze delle proprie azioni, resistendo al male se non si vuol essere responsabile del suo prevalere (Benjamin Constant). Weber risolverà il problema asserendo che il buon politico riassume in sé entrambe le etiche della responsabilità e della convinzione. L’etica della responsabilità ci impone di non sottrarci al male, come la “fedeltà” ai nostri principi ci impone di resistergli(9).

 

   Danilo Campanella

 

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NOTE

1) Il termine “problema” va inteso in senso filosofico, dunque come “porre in questione”.
2) Max Weber, La politica come professione, Armando, Roma 1997, p. 33.
3) Stefano Petrucciani, Modelli di filosofia politica, Einaudi, Torino 2003, p. 7.
4) La traduzione originaria era “La Costituzione” tradotta poi da Cicerone in “Repubblica”.
5) Niccolò Machiavelli, Il Principe, La Nuova Italia, Firenze 1963, cap. XV, pp. 136-137.
6) Niccolò Machiavelli, Il Principe, La Nuova Italia, Firenze 1963, cap. XVIII, pp. 152-153.
7) Isaiah Berlin, The Originality of Machiavelli, in AA.VV., Studies on Machiavelli, M. P. Gilmore (a cura di), Sansoni, Firenze 1972, pp. 147-206.
8) Max Weber, La politica come professione, Armando, Roma 1997, p. 102.
9) Cfr. Ibid. pp. 101-113.

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