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di Danilo Campanella   indice articoli

 

Il protagonismo sociale e le sue conseguenze politiche

Gennaio 2015

 

Dopo la quarta rivoluzione industriale che, per alcuni studiosi, si è caratterizzata per l’avvento delle nuove tecnologie cibernetiche e informatiche, l’uomo ha cominciato a rapportarsi sempre più verso una piazza, quella virtuale e comunicativa, in cui l’ “altro” è invisibile: ma c’è. Esiste sottoforma di messaggio, di sms, di mms, di immagine, di post, di like, di pagina personale. I forum sono agorà virtuali in cui la personalità si annulla per lasciare spazio alla comunicazione di servizio: l’emotività che si denota da alcune reazioni sul web, non ha nulla a che fare con la personalità.
Chi è l’altro dietro lo schermo? Ne comprendiamo il pensiero, le sfumature caratteriali, le aspirazioni e i pregiudizi? Il tono della voce, l’espressività facciale, l’ambiente che lo/la circonda svaniscono. Diventa un’immagine o, spesso, una comunicazione: egli è ciò che dice o crede di dire. Ma l’uomo è mutevole, come la natura in cui è nato: tutto scorre.
Grazie a questa facilità di interazione, molte persone si ritrovano a partecipare nelle discussioni prendendo, a volte, una decisione con un semplice “clic”. Questo ha dato luogo ad una nuova esigenza: l’essere connessi, che non significa essere partecipi, ma presenti. L’esigenza di essere sempre connessi e, quindi, sempre presenti ha formato un essere umano meno sapiente e più comunicante. Egli comunica grazie a brevi messaggi, approvazioni o disapprovazioni, e immagini, soprattutto immagini. Già Sartori ne Homo videns, parlava dell’uomo che vede, colui che capisce, comunica e vive con le immagini. Ma i mass media che le propongono, in primis la televisione, ora internet, non sono soltanto strumento di comunicazione: essi sono strumenti antropogenetici di ingegneria sociale che formano, educano, plasmano dalla nascita un nuovo tipo di essere umano, l’Homo videns (G. Sartori, Homo videns, Laterza, Bari 2014, p. 14).
Chi è costui? E’ un essere isolato, si, ma in costante presenza degli altri, connessi alla rete, alle informazioni, alle immagini. La conseguenza sociale è stata quella di sostituire l’impegno (ad esempio quello politico) oppure la partecipazione, con il costante bisogno di essere presenti. La “presenza” è dirompente nella società post-moderna, e si coniuga perfettamente con il consumismo.
La necessità che tutti bene o male sentono di potersi/doversi esprimere, avere un luogo (o un non luogo, se si considera in una certa accezione internet) un angoletto in cui ognuno è imperatore del proprio universo “io”, è la risultanza di questo nuovo ambiente civile. Tutti vogliono andare in televisione, dire la propria, essere celebri, veduti da tutti. Non importa il perché, ma bisogna farlo. “Gli altri non sono meglio di te!” dicono le madri a quei figli di cui vogliono ignorare le deficienze.
L’esigenza di essere presenti si estende nella volontà collettiva (che è anche individuale), di possedere sempre un maggior numero di diritti (civili). Tutti quei comportamenti che, un tempo, erano vincolati al privato, oggi sono e devono essere di dominio pubblico. Prendiamo ad esempio il tema dell’omosessualità, delle adozioni omosessuali e del matrimonio omosessuale. La tendenza psicologica, affettiva, sessuale verso persone dello stesso sesso è sempre esistita. Sembra che in questo secolo non sia soltanto nata - giustamente - l’esigenza di non essere più discriminati per i propri comportamenti o la propria natura, ma di metterli in piazza, imporli al pubblico, alla società, accaparrandosi tanti più diritti civili (non altro se non riconoscimenti pubblici) nel poter essere se stessi e fare ciò che si vuole, con il timbro dello Stato. Sia ben chiaro che qui metto sullo stesso piano anche il “mostrarsi”, anzi, il dimostrarsi, il vantarsi di essere semplicemente eterosessuale, in forme, tempi e luoghi in che non sono di dominio privato, ma pubblico. Parlo del machismo o del velinismo, come qualche letterato di frontiera ha indicato.
Le adozioni, in sensus generalis, sarebbero la possibilità che una persona ha nel prendersi cura di chi è meno fortunato, e questo non è di per sé un male, anzi è lodevole. Sul perché e sul come, semmai, dobbiamo interrogarci tutti – tutti – con l’aiuto dei pedagoghi e dei i filosofi morali.
Il matrimonio, invece, è un contratto, un atto pubblico con cui si riconosce l’unione di una coppia davanti allo Stato o a Dio, una testimonianza morale, una regola etica, una protezione per il coniuge più debole (un tempo alla donna, oggi non dovrebbe essere nessuno dei due). Taluni hanno indicato l’incomprensibilità di non approvare l’amore che due persone hanno per se stesse. Io ribalto l’asserto: perché farlo? Perché sposarsi, fuori da un bisogno di tutela civile, per cui esistono oggi ben altre forme, o religiosa? Un tale riconoscimento è soltanto un “riscatto” verso il mondo che, un tempo, vessava chi era diverso? In un momento storico in cui non si sposa più nessuno, coloro che, fino a pochi decenni fa, erano il “pianeta arcobaleno”, quello della libertà e della disinibizione, vogliono ora “omologarsi” come tutti gli altri? Perché perdere parte della loro specialità, quella che li rese, anticamente, liberi da ogni legame e, quindi, vincenti nel diventare condottieri, guardiani di harem e sacerdotesse, caste potentissime, artisti e poetesse? L’assenza di una ordinarietà sociale aveva permesso a costoro di essere liberi da tutto, anche dal vincolo matrimoniale e della prole, per estrinsecarsi in ciò che rendeva molti personaggi celebri, grandi e potenti. Questo cambio di rotta è legato non tanto a un’esigenza di riscatto, o di qualsivoglia diritto ma all’assenza di un confine tra pubblico e privato, civile e personale, intimo e mostrato. Il diritto di molti a poter esprimere una certa opinione “con riserva”, rasentando il reato d’opinione, dà l’idea di quanto la libertà dell’altro non coincida più con la mia. Oggi abbiamo più divieti, prescrizioni, tabù che nella maggior parte dei regimi repressivi antidemocratici del passato, eppure sono cresciuti sulla carta i diritti. Come mai?
Gli uomini credono di combattere per la libertà, ma con talune battaglie non fanno che ritagliarsi sempre più la propria schiavitù. Una volta un datore di lavoro si rallegrava per una certa lotta sindacale all’interno della propria azienda. Gli chiesi perché si rallegrasse, mi rispose: “Perché quando metti tutto nero su bianco, loro hanno nuovi diritti, ma anche nuovi doveri che io sono tenuto a richiedere. E chi ha il controllo, vince sempre sui diritti. Chi non lo ha, perde sempre sui doveri”.
Ogni diritto acquisito dato dalla società, dallo Stato, se non sia esso un diritto fondamentale, naturale (e quindi senza bisogno di essere riconosciuto dall’autorità perché un diritto inalienabile, che sorpassa sia la collettività che ogni singolo uomo) è l’affermazione della propria nullità, di non valere, di non essere nulla se non con il timbro di Stato.
Per alcuni sembrerà esagerato ma, se ci si riflette con calma, togliendo per un momento i nostri egoismi, i nostri giudizi, le nostre paure, non si può ignorare quanto più chiediamo sia riconosciuto, altrettanto ci viene tolto. L'uomo - scrisse Dostoevskij - ha un assoluto bisogno di adorare e si inginocchia o davanti a Dio o davanti a un idolo. Ogni secolo ne ha uno.
Riflettiamo quindi su quanto vogliamo fare, per capire se è necessario farlo. Pensiamo a quello che vogliamo ottenere per capire se sia necessario. Meditiamo su quanto e cosa vogliamo, per capire se ci soddisferà compiutamente. Essere sempre presenti, avere tutto, ci darà sicuramente la nostra giornata di gloria, togliendoci lentamente una dose, sempre maggiore, di umanità. L’essere umano è formato di natura e di libertà, e se è, come è, libero, allora non gli occorre alcun riconoscimento per essere se stesso. Un discorso simile lo si può fare per molte cose, ma vengono alla mente coloro che, oggi, battono i pugni per acquisire nuovi diritti che danno loro non già la soddisfazione del rispetto della legge (che una legge vi sia è un conto, che la si rispetti è un altro, che la si tuteli un’altra cosa ancora), ma l’opportunità di essere presenti, negli occhi e sulla bocca di tutti. Se questa è libertà, gli antichi ce l’avrebbero lasciata tutta. Beati i poveri di spirito.

 

   Danilo Campanella

 

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