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Riflessioni Politiche

di Danilo Campanella   indice articoli

 

Da Santa Romana Chiesa al desiderio di laicità

Marzo 2014

 

Molti caratteri propri dello stoicismo si sono trovati impiantati all’interno dell’etica cristiana, e forse è questo il motivo che ha reso più semplice il passaggio della classe intellettuale dalla filosofia storica alla religione cristiana. Uno dei caratteri comuni più importanti è quello riguardante l’uguaglianza di tutti gli uomini, asserto che ritroveremo, per’altro, nella rivoluzione francese. Nel messaggio cristiano il valore di ogni singolo individuo, anzi, di ogni singola persona è tale perché creatura di Dio, conducendo a un rovesciamento dei valori classici. Egli sostituì la mitezza alla forza, la povertà (anche quella in “spirito”) alla ricchezza, dall’onore dei successi sociali a una dignità riconosciuta anche al più umile, e quest’ultima caratteristica è quella che spinge durante la caduta dell’impero romano a una ripresa dei lavori manuali, del commercio e dell’agricoltura. Non più divinità guerriere, ma un dio-falegname che ha, come genitori terreni una vergine e un santo Giuseppe “lavoratore”. A differenza della concezione politica antica in cui veniva prediletta l’ “unità”, il devoto cristiano era tenuto a una doppia fedeltà, una verso Dio, quella più importante, e l’altra verso il regnante, secondo l’asserto di “dare a Cesare quel che è di Cesare”. Questo in un primo momento portò i cristiani ad avere attriti con l’impero romano in cui il pontifex maximus, l’imperatore, era sia uomo sia dio. Quando il cristianesimo, la sua etica e la sua morale saranno egemonici i regnanti sapranno sfruttarla a loro vantaggio, scoprendo che il messaggio di Cristo non voleva essere un “programma politico” bensì la conservazione del potere costituito e legittimo, in vista della “vera patria che è nei cieli”. Un universalismo che era adatto per unire, e non per dividere un impero ormai in decadenza e che ne permise, se non la conservazione, almeno la trasformazione verso gli equilibri successivi. Con la conversione dell’imperatore Costantino i temi politici e teologici che la nuova religione di stato dovrà porsi saranno diversi. Il pensiero politico successivo verterà soprattutto nel delineare quali siano le sfere da considerare all’interno della dimensione religiosa in accordo con quella statale, le competenze tra potere spirituale e potere temporale, tra “città di Dio” e “città dell’uomo”. La ricerca di un “equilibrio” tra le due città  è lo studio che si pone Agostino di Ippona. Nel De Civitate Dei il vescovo-filosofo sostiene che nella Roma repubblicana il paganesimo vigente non poteva garantire una vera giustizia e, di conseguenza, non si poteva parlare di una vera e propria res pubblica, in quanto veniva a mancare il principio della giustizia assicurata invece dalla religione di Cristo(1) . Senza Cristo non può esserci un popolo e quindi nemmeno l’unità. Lo stato è visto da Agostino soltanto come una necessità terrena, evidente conseguenza del peccato originale che costringe l’uomo a dover tenere testa, anche per mezzo della coercizione, ad un altro uomo(2) . Esiste quindi una città dell’uomo, intesa come società politica basata sul desiderio di dominio e sugli istinti peccatori, e una città di Dio, l’unione nella fede di tutti i credenti della terra, che vivono da stranieri in terra straniera, ma sottostando alle leggi civili per quel che gli competono. Lo scopo dello stato o dell’impero deve essere quello di difendere la religione ed assicurarle protezione, ponendo de facto la superiorità del potere spirituale su quello temporale, un primato che la Chiesa cercherà sempre di sostenere anche andando oltre l’agostinismo il quale, comunque, poneva la netta separazione tra le due sfere. Avremo così imperatori che dovranno sempre farsi incoronare dai papi, cosi come altri che si “umilieranno”, come Enrico IV a Canossa pur di rassicurare i sudditi della loro fedeltà all’altare, nonché evitare le scomuniche. Solo il papa ha, infatti, il potere di unire e sciogliere sulla terra ciò che rimarrà tale anche in cielo.

 

Con Tommaso d’Aquino le cose cominciano a cambiare, attraverso una visione teologica improntata sull’equilibrio di “natura” e “grazia”, per la realizzazione del “bene” spirituale. Se la legge eterna è quella che ci viene data da Dio, gli uomini vi partecipano per mezzo della legge naturale, che opera in accordo con l’ordine naturale delle inclinazioni umane. Per evitare che gli uomini si facciano deviare dalle passioni, essi andranno educati all’esercizio della virtù e siano puniti qual ora si allontanino dalla retta via; le leggi umane hanno questo officio. Esse hanno un fondamento razionale nella legge di natura e, al contempo, non devono contraddirsi tra loro. La legge umana (civile) deve sempre conformarsi alla legge di natura e quindi al diritto naturale, altrimenti essa sarà una legge ingiusta. Le leggi umane però non devono affannarsi a voler punire tutti i vizi, ma soltanto quelli più gravi, attraverso cui gli individui nuocciono agli altri. Tommaso riprende il concetto di “famiglia naturale” di Aristotele. L’uomo per Tommaso fa quindi parte della famiglia, questa della città e cosi via. Ne consegue che è più importante il bene della collettività rispetto a quello del singolo. Preferire il bene di uno, ad esempio quello del governante, rispetto al bene di molti sarebbe un’ingiustizia. Vi sono diversi tipi di ingiustizia: nei confronti di Dio, nei confronti della comunità, magari per dare vantaggio al potente di turno. Ma se il governante non è un tiranno, e le leggi ingiuste non sono gravi, bisogna sopportarle per il bene della pace sociale. Se, invece, le leggi ingiuste sono gravi e tante, promulgate da un tiranno il popolo è legittimato a non osservarle e a resistere al despota. Non è invece lecito uccidere un tiranno da parte di un uomo solo. L’Aquinate segue Aristotele anche riguardo la scelta della migliore forma di costituzione: retta da una persona sola affiancata da un ampio gruppo di cittadini eletti dal popolo.

 

Tommaso d’Aquino studia altresì il rapporto tra potere spirituale e potere temporale. Il potere terreno è subordinato a quello sacerdotale, ma il pontefice non dovrà comunque intromettersi in tutte quelle funzioni “politiche” di competenza del regnante, che non ha invece l’autorità per curare tutte le questioni legate alla ricerca della beatitudine terrestre.

 

Sarà soltanto Dante Alighieri che, nel suo Monarchia, nel XIV secolo porrà necessaria la netta distinzione tra le due sfere di influenza, quella spirituale e quella temporale, abbattendo qualsiasi tipo di subordinazione poiché entrambi i poteri sono concessi da Dio, senza quindi confondere la devozione di uno con la subordinazione dell’altro. Quando Dante scrive il suo trattato, i due sistemi universalisti Chiesa e Impero erano già in crisi, così come anche la tesi di Bonifacio VIII sulla pienezza del potere papale anche nelle questioni temporali, la plenitudo potestatis, contro cui si batte il frate francescano, accademico di Oxford Guglielmo di Ockam durante il 1342 quando scrive il suo trattato Dialogus de potestate papae et imperatoris. Nello stesso secolo la Chiesa Cattolica subisce i primi tentativi di riforma, proprio a causa dell’eccessivo interesse per le cose temporali che aveva portato alla corruzione e alla vendita delle indulgenze, su cui si era scagliato Martin Lutero provocando, de facto, la divisione del cristianesimo europeo con le 95 tesi affisse sulla porta del castello di Wittemberg  nel 1517. L’ex monaco agostiniano porta agli estremi gli insegnamenti del santo, dove la separazione delle due città, quella dell’uomo e quella di Dio, è radicale. Il regno di Dio non si guadagna con le opere, ma soltanto con la fede. Come sosteneva in parte Agostino, la società nasce, per Lutero, al fine di frenare gli istinti dei singoli individui che la formano. Questa impostazione porterà a quel “pessimismo antropologico” proprio di un nuovo pensiero politico che, a cavallo delle guerre di religione, valuterà il superamento di ogni ontologismo per affermare la libertà, l’uguaglianza e la fraternità (non la fratellanza), verso una società laica in cui diverse dottrine religiose possano convivere tra loro.

 

   Danilo Campanella

 

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NOTE

1)  Cfr. Agostino, De Civitate Dei, Edizioni Paoline, Roma 1963, p. 1068.

2)  Ibidem., p. 1060.


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