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Riflessioni sulle scienze

Riflessioni sulle Scienze

di Alberto Viotto    indice articoli

 

Una sfuggente pensione.  Giugno 2010

  • Il risparmio forzato
  • Il vitalizio
  • Anzianità, vecchiaia, contributi figurativi, gestioni separate, sanatorie...
  • Assistenza
  • Risparmi
  • Largo ai giovani?

Una sfuggente pensionePer tutta la vita lavorativa si è costretti a rinunciare ad una parte consistente del proprio reddito, che viene versata all’Istituto della previdenza statale. Poi, quando raggiungi un certo numero di anni di contributi, sei obbligato a smettere di lavorare. E spesso non si tratta di una cosa piacevole (1).
La quantità di reddito che si deve dedicare all’Istituto della previdenza statale è talmente alta che, per evitare proteste da parte dei lavoratori, la maggior parte non viene nemmeno esposta in busta paga. In linea di massima, fatto 100 lo stipendio lordo che appare in busta paga, 10 viene versato in modo visibile all’Inps, mentre il datore di lavoro versa altri 30. Lo stipendio lordo sarebbe quindi di 130, di cui 40 versati all’Inps (il 31%). Sulla parte restante, poi, il lavoratore paga le normali tasse sul reddito.

 

Il risparmio forzato

È corretto che uno Stato si occupi della pensione dei cittadini; se una persona spende tutto quanto guadagna, quando non sarà più in grado di lavorare non avrà di che vivere. Per evitare questa situazione si costringono i lavoratori a risparmiare parte dei propri guadagni, in modo da non pesare sull’assistenza pubblica quando non potranno più lavorare.
I meccanismi sarebbero semplici. Tutto quanto risparmiato viene investito in titoli a basso rischio: obbligazioni che scadono nell’anno in cui si prevede che si smetterà di lavorare oppure, in piccola parte, titoli che replicano l’andamento della Borsa. Cedole e dividenti vengono reinvestiti. Per diminuire ancora i rischi si possono acquistare titoli legati all’inflazione, che ogni anno si rivalutano in misura pari all’aumento del costo della vita, per evitare che un guadagno nominale sia annullato dall’inflazione. E non ci si deve affidare a “gestori di capitale”, che non danno alcun valore aggiunto ma incassano buona parte degli interessi, come si è visto nell’articolo “La migliore strategia per investire in Borsa” in questa rubrica.

 

Il vitalizio

Quando si decide di andare in pensione ci si può assicurare un vitalizio che sostituisca lo stipendio, rivolgendosi a società finanziarie in grado di trasformare il capitale accumulato in una rendita.
L’importo della rendita è proporzionale all’età e all’attesa di vita; ogni anno la finanziaria paga al beneficiario una cifra pari al valore del capitale diviso per gli anni che presumibilmente gli restano da vivere, tenendo conto degli interessi maturati nel frattempo (2). In pratica, per quanto possa sembrare cinico, la società finanziaria fa una scommessa sulla durata della vita del beneficiario; se vive il numero di anni corrispondente alla sua attesa di vita, la finanziaria va in pareggio, se vive di meno la finanziaria ci guadagna, se vive di più ci perde.
In questo modo ognuno ha ciò che gli compete, non si favorisce o si danneggia nessuno. Nessuno vive alle spalle di altri. La finanziaria guadagna giustamente una percentuale di quanto versa al suo beneficiario: altrimenti perché dovrebbe offrire questo servizio? I meccanismi finanziari sono comuni e molto chiari: il reinvestimento degli interessi e la trasformazione di capitale in rendita.

 

Anzianità, vecchiaia, contributi figurativi, gestioni separate, sanatorie...

Perché allora il tema “pensioni” è così intricato e dibattuto? Perché tante complicazioni? Perché si discute fino allo sfinimento di anzianità, vecchiaia, sistema retributivo o contributivo, contributi figurativi, ricongiungimenti, sanatorie, etc? Perché se una persona lavora per un certo numero di anni come dipendente e poi vuole mettersi in proprio viene pesantemente penalizzato? Perché se non raggiunge un certo numero di anni di contributi perde tutto quanto ha versato, come avviene spesso per i lavoratori provenienti da Paesi che non hanno accordi specifici con l’Italia?
L’attuale normativa italiana sulle pensioni non è soltanto intricata, ma ha effetti paradossali. Chi si trova in “mobilità” ha maggiore convenienza a restare a casa incassando i sussidi e vedendo crescere i suoi “contributi figurativi” invece che trovarsi un lavoro meno pagato di quello che faceva prima.
Il principale problema, però, è la mancanza di equità. C’è chi è andato in pensione molto giovane approfittando di normative favorevoli (le “baby pensioni”) e riceverà molto di più di quanto ha dato. Ci sono classi di persone che hanno privilegi pensionistici semplicemente scandalosi (come i parlamentari). E ci sono, in modo speculare, molte persone che riceveranno meno di quanto hanno dato. Con l’attuale sistema, invece di lasciare alle persone i loro soldi, ci si fanno dare più soldi possibile e poi li si ridistribuiscono in modo arbitrario.
L’effetto di questa normativa così complicata è di dare potere a politici e burocrati, che possono decidere la destinazione di ingenti risorse, favorendo certi gruppi di persone. Ogni sanatoria, ogni privilegio, la possibilità di fare valere contributi non versati favoriscono alcuni e danneggiano tutti gli altri. La nostra tendenza alla furbizia ci fa accettare questo sistema sperando, che in fondo, a guadagnare possiamo essere noi.

 

Assistenza

I contributi versati agli enti previdenziali sono utilizzati anche per molti altri scopi: che cosa fare, ad esempio, se qualcuno si infortuna sul lavoro? È chiaro che debba essere indennizzato e che il datore di lavoro debba essere assicurato contro questa evenienza. Ma, per chiarezza, è opportuno tenere la gestione della pensione separata da questo ed altri aspetti.
Se una persona non ha di che sostenersi è opportuno che lo Stato lo aiuti, ma anche questo non va confuso, come avviene adesso, con quanto si paga per la pensione. Il sostegno al reddito di chi ha bisogno dovrebbe pesare sulla fiscalità generale (cioè sulle tasse che pagano tutti, lavoratori e non lavoratori) e dovrebbe essere dato indifferentemente a chi ha già lavorato e a chi non è mai riuscito a farlo.
L’importante, in campo pensionistico come in ogni altro campo, è mantenere la normativa semplice e trasparente: deve essere sempre chiaro per che cosa si sta pagando.

 

Risparmi

L’enorme complicazione della normativa fornisce una giustificazione all’esistenza da una parte di una pletora di dirigenti ed impiegati degli istituti di previdenza (in Italia sono più di 60.000 i dipendenti degli Istituti previdenziali come Inps, Inpdap e Inail), dall’altra di consulenti ed esperti che aiutano i propri clienti ad ottenere per sé le migliori condizioni pensionistiche (in questo modo, indirettamente, penalizzando tutti gli altri).
In ultima analisi tutte queste attività sono inutili; ad esse si deve aggiungere il tempo perso da ciascuno ad occuparsi della propria pensione, le visite agli istituti di previdenza, la compilazione di moduli. Tutto questo potrebbe essere risparmiato.

 

Largo ai giovani?

La decisione a proposito del momento in cui andare in pensione dovrebbe essere libera. Una persona dovrebbe poter andare in pensione se è stanca di lavorare ed ha accumulato abbastanza per avere una rendita sufficiente, oppure poter continuare a lavorare finché la sua opera è richiesta.
La normativa italiana costringe certi lavoratori ad abbandonare il mondo del lavoro quando hanno raggiunto un certo numero di anni di contributi. Molti professori che vorrebbero continuare ad insegnare sono obbligati ad andarsene ed abbandonare le loro classi, depauperando ulteriormente la già martoriata scuola italiana.
Alcuni pensano che sia opportuno che ad un certo punto si debba andare in pensione, per lasciare posto ai giovani. In questa idea si nasconde la concezione del lavoro non come modo per produrre qualcosa di utile, ma come privilegio: chi ha già maturato una pensione non ne avrebbe più diritto. Ma se si espelle una persona dal mondo del lavoro semplicemente si avrà una persona in meno che può fare qualcosa di utile.

 

     Alberto Viotto

Altri articoli di Alberto Viotto

NOTE

1) http://www.instah.com/miscellaneous-problems/depression-after-retirement/
2) http://www.fondoposte.it/cms/open.php?id=153

 

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