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Scrittura e vita, simbiosi perfetta

Scrittura e vita, simbiosi perfetta di Matilde Perrieradi Matilde Perriera   indice articoli

 

Il mercante di Venezia, un film dall'impronta indelebile

Luglio 2015

 

IL MERCANTE DI VENEZIA, una delle opere(1) più attuali di William Shakespeare(2), trova degna cornice nelle sale cinematografiche sin dal 2004(3) ed è ancora fonte di vivace dibattito tra gli studiosi… Il mercante di VeneziaAlquanto complesso il nucleo portante della microstoria che ha già raggiunto la notorietà con la 61ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, in cui la pellicola, distribuita da “Istituto Luce”, è stata presentata fuori concorso. Gli eventi, “intelligentemente contestualizzati”(4) nell’A.D. 1596, si snodano tra i canali, i ponti, le calle, i mercati frenetici, gli antichi splendori di Venezia, tra le imponenti opere architettoniche di Vicenza, tra i preziosi affreschi del Castello di Thiene nel Veneto e tra lo scenario fiabesco dell’assolata Belmonte sprofondata nel cuore della Dalmazia. Il mondo attanziale che vi pullula riesce, grazie all’equilibrata sinergia della fotografia di Benoit Delhomme, del montaggio di Luca Zucchetti e della scenografia con Nastro d'argento 2006 di Bruno Rubeo, a far penetrare il fruitore del messaggio nell’atmosfera storico-sociale-antropologica-culturale dell’Europa di fine Cinquecento. Nella tessitura de IL MERCANTE DI VENEZIA, pregiudizio e intolleranza sono le molle per alimentare un’ostilità che si manifesta non tanto tra uomini, quanto piuttosto tra due criteri di intendere gli affari, tra la prospettiva idealistica di chi valuta le relazioni interpersonali al di sopra degli affari e l’esercizio pragmatico del prestito a interesse legittimato dall’emergente economia mercantile. Questo scorcio di gran pregio, in cui vengono sfruttati tutti i possibili stereotipi antiebraici, è scolpito da Michael Radford con uno stile terso, cristallino, estremamente accurato,coinvolgente; l’illuministica razionalità si riflette anche nella competenza linguistica che, in 124 minuti intensissimi, si nutre, in linea con l’originale inglese, dell’uso estremamente disinvolto di artifici retorici raffinati, litoti, chiasmi, parallelismi, ellissi, metonimie, ipotiposi, pleonasmi e, in primis, di virtuosismi metaforici arditi.

 

La macchina da presa avvia il veloce incipit scorrendo sui ghetti semiti(5) e focalizza mercanti o prestatori di denaro o quanti, uniti dal culto religioso, sono disegnati in figure spregevolmente impudenti e caparbie che vivono, volontariamente o forzosamente, in un regime di reclusione più o meno stretto, aggravato, al calar del sole, “dal lucchetto con cui vengono rinchiuse e piantonate dai Cristiani nella zona dove risiedono”. L’occhio di bue, subito dopo, è proiettato, in media res, su uno sregolato gentiluomo veneziano che ha dilapidato le sue fortune; solo il matrimonio con la bella Porzia potrà salvarlo ed è tanto accalorato da dichiararsi certo di uscire vincente dalla stravagante clausola. Lancia un sollecito sos ad Antonio perché ha bisogno di 3000 ducati indispensabili per apparire un nobile principe, noleggiare una nave, raggiungere l’isola di Belmonte e poter aspirare alla mano della ricca ereditiera. Il Mercante veneziano è benestante, ma, poiché le sue sostanze sono interamente investite in navi da carico ancora in viaggio, si rivolge a Shylock, il quale, nutrendo nei confronti di lui una naturale avversione per il denaro che presta gratuitamente e per il conseguente calo del tasso di interesse nella città, gli fa sottoscrivere, come contropartita, uno strano contratto sanguinario con la pretesa di “una libbra di carne del corpo da tagliarsi vicino al cuore” se, entro i tre mesi pattuiti, la somma non gli verrà restituita. Bassanio, favorito dalla disponibilità economica, può organizzarsi in grande pompa e, giunto nell’isola generata dalla fertile fantasia dell’autore inglese, si lascia guidare non “dall’aspetto” ma dal “senno schietto e appieda i tracotanti pretendenti. “Il migliore amico che si possa avere”, per una serie di traversie, non potrà pagare il debito e, nonostante il sostegno economico della Signora di Belmonte con il doppio o il triplo dell’ammontare, le parti in causa si riuniscono davanti al Doge. Tutto è perduto, a favore di Antonio “non si intravedono codicilli in grado di invalidarne il decreto “e trarlo fuori dall'odiosa cerchia del rancore del giudeo”, né gli appelli alla clemenza rivolti dal Doge in persona “scendono dal cielo come pioggia gentile sulla terra” e sortiscono gli effetti sperati. La svolta risolutiva è affidata alla giovane sposa pronta ad affrontare, insieme a Nerissa, un’impresa allettante, prospettando un “travestimento in modo che chiunque le creda due individui con quello di cui loro mancano”. Una scena particolarmente rilevante de IL MERCANTE DI VENEZIA è affidata a un famoso avvocato padovano, il Dottor Bellario, che orienta lacugina dimostrandole come, applicando senza deroghe la legge stessa, si potrà vincere sulle ragioni legittime del creditore e consegna a Baldassare la lettera di presentazione necessaria per far ammettere il “valoroso giurista di Roma” al processo contro il “pubblicano leccapiedi”. L’accusatore, messo dal “valente avvocato” di fronte all'oggettiva impossibilità di ottenere la sua vendetta, rinuncia ai suoi propositi. L’uscita di scena del forestiero sottolinea valori supremi, quali la lealtà e la giustizia, che vanno aldilà di qualunque legge e di qualunque credo, sollecita il grande coinvolgimento emotivo di tutti verso Jeremy Irons, l’uomo nuovo di una società borghese ed affaristica che mette in discussione l’eterno conflitto etico, sociale e culturale ben codificato dalla solitudine di chi, dopo il nichilistico verdetto, se ne va al di là del fiume, schiacciato dall’ossimoro dell’assordante silenzio, ormai assoggettato dalla sua avarizia e dalla sua insensibilità, vittima “dell’Heterogonie der Zwecke(6), l’eterogenesi dei fini, secondo cui ha subito “conseguenze non intenzionali da azioni intenzionali”, con veri e propri “effetti collaterali” derivati dalle sue reazioni irragionevoli.

 

Giunti al THE END de IL MERCANTE DI VENEZIA, si pensa di aver compreso, ma, a una lettura più approfondita, ci si accorge che la verità può essere un'altra perché, se i fatti narrati, apparentemente, sono lineari e mettono in ombra l’irosa impudenza del finanziatore ebreo, dettata dall’inclinazione a incentrare la propria vita sulla divinizzazione del potere del denaro, tante domande sorgono di fronte allo scorrere di questo caleidoscopio a tratti ridente, a tratti crudele, in cui ogni tassello è fondamentale per cogliere le molteplici sfaccettature che vi si sgrovigliano … Il formidabile affresco della natura umana è veramente segnato dalla netta demarcazione tra buoni e cattivi, colpevoli e innocenti, o si scorgono, anche tra i cosiddetti “sani”, preoccupanti crisi gnoseologiche e comportamentali che invitano a riflettere sull’hic et nunc? Come Michael Radford, ricalcando quasi pedissequamente la sceneggiatura originale tranne nei particolari della palpabile omosessualità del Mercante, in Shakespeare, e dell’arrivo in porto dei preziosi forzieri dispersi, nella commedia, giudica i comportamenti di Antonio e degli altri veneziani nei confronti dell’usuraio o, più in generale, lo scontro tra Ebrei e Cristiani? Fino a che punto la pietà e la giustizia garantiscono un’equità assoluta? Cosa, ancora oggi, THE MERCHANT OF VENICE veicola ai giovani del XXI secolo? E la lungimiranza del drammaturgo inglese avrebbe già esaltato le spiccate potenzialità della donna? Ogni piccolo specchio, insomma, valorizzato dalla colonna sonora di Jocelyn Pook e perfezionato dai costumi di Sammy Sheldon, riesce a far salire a galla una creazione artistica che, strutturata, in apparenza, seguendo le linee di una briosa commedia, è, indubbiamente, una dark comedy, un umorismo nero nel quale la comicità nasce con l'intento di spingere l'ascoltatore a ragionare in modo serio su nodi problematici e si intreccia con elementi oltremodo tragici.

 

Nel sistema attanziale del film, nessuno passa inosservato, ogni figura sfila mostrando sempre una statura ben definita e nella mente dello spettatore restano vivi Lancillotto, stupido servo ridotto a poter contare le sue costole, Graziano, gaudente sposo di Nerissa che “snocciola parole vuote e lisce”, Lorenzo, sollecito a raccogliere il fazzoletto lasciato cadere da Jessica, Solanio e Salerio, fedeli compagni di scorribande di Antonio e Bassanio, Baldassarre e Stefano, servitori sempre disponibili e amorevoli nei confronti di Porzia, e, poi, Leonardo, servo di Bassanio, il Vecchio Gobbo, quasi cieco per la vecchiaia, Tubal, Ebreo amico di Shylock … Peculiare attenzione merita il Doge di Venezia, un impotente Anton Rodgers seriamente combattuto tra l’applicazione della legge e i vani tentativi di invalidare il contratto contro il Mercante; “nessuna autorità a Venezia, infatti, potrebbe modificare un decreto in vigore e creare un pericoloso precedente che screditerebbe la giustizia dello Stato e favorirebbe molti abusi”. La galleria di tipi umani, ovviamente, si arricchisce con Antonio, personaggio-chiave generoso, altruista, portatore di un’etica basata sull’amicizia e sulla lealtà, ma dall’indole estremamente malinconica. Il mondo, secondo lui, “è un palcoscenico” in cui ognuno recita una parte tesa al proprio tornaconto; il frammento della sua rappresentazione ha, pertanto, un senso di “imbelle tristezza” per il dover fronteggiarsi con un’umanità "senza più musica dentro di sé”, pronta a “tradire, ingannare, rapinare", alla continua ricerca  “del superfluo che fa venire più presto i capelli bianchi” e non si stupisce se Joseph Fiennes, nelle vesti di Bassanio, aspira al matrimonio con Porzia per risolvere la preoccupante situazione economica gravata dai tanti debiti. Il fascio di luce segue in maniera ancora più netta il primo eroe che, stanco di quel copricapo rosso obbligato a indossare da una società che lo ha sempre tenuto ai margini, trama la sua ritorsione, ne vede la possibile l'attuazione quando il Mercante di Venezia necessita di un prestito, si esalta all'idea di poter far valere il suo macabro accordo … “Oh, deograzia, deograzia!” … e non accetta mediazioni... “Non c'è lingua d'uomo ch'abbia il potere di farlo recedere”, le sue zanne si scagliano con veemenza persino sulla legge veneziana e ne contesta l’elasticità delle sentenze, “star sulla spiaggia e pregar la marea di contenere il suo solito flusso, domandare al lupo perché ha costretto l'angosciata pecora a belar per la vita dell'agnello, proibire ai pini di montagna di scuotere le loro eccelse cime alle violente raffiche del vento, qualunque cosa, la più difficile, è più semplice che cercare d'intenerire il suo cuore arido e vuoto”. L’etica inflessibile di Shylock e la sua inestinguibile sete di vendetta, indipendentemente da ogni prolettica intenzione di Shakespeare, hanno ispirato a Hitler il ripristino, per la popolazione ebraica, del sistema dei ghetti nell’Europa orientale(7) come tappa temporanea finalizzata alla “soluzione finale” dei campi di sterminio. C’è da chiedersi, però, come mai Shakespeare assuma nei confronti del personaggio il ruolo di autore omodiegetico, lasciando i fatti parlare da sé e non prenda alcuna posizione nei suoi confronti, neanche quando il Doge, “l’encomiabile procuratore”, Antonio e gli altri Veneziani presenti al processo emettono una sentenza tanto feroce. Shylock, però, è proprio un mostro? Nessuna pietà verso di lui? Nessuna forma di riscatto? Si deve ritenere che il poeta inglese sia guidato da sollecitazioni antisemite? Più verosimile, invece, è pensare che il drammaturgo abbia voluto lasciare al lettore la possibilità di interrogarsi su principi vitali nel consorzio umano e farli mettere in discussione per una reale crescita umana e spirituale. “In qualsiasi fiaba, favola o racconto, infatti, chi scrive lascia una qualche inconfondibile traccia del suo privato e, a raggio costantemente allargato, di quanti vivono le sue aspirazioni, le sue angosce, le sue ansie, i suoi problemi, provenienti non solo dalla sfera cosciente, ma, soprattutto, dall’inconscio, con quelle note affettive di cui non si ha un'immediata percezione”(8). L’Ebreo, certo, nella magistrale interpretazione di Al Pacino, seguendo la scia “dell’avvertimento del contrario”(9), è condannabile per la mancanza di pietà nei confronti di Antonio, è deprecabile nell’assolo con il demistificante “O, my daughter!, O, my ducats!”, Oh, mia figlia! Oh, i miei ducati, con cui, da padre possessivo e intransigente, è colto dalla rabbia non tanto per la fuga di Jessica che si è unita all'amante cristiano Lorenzo, ma, soprattutto, per la sottrazione dei 2000 ducati e del forziere con i preziosi gioielli di famiglia, è riprovevole quando, nel suo agire, “concepisce la perversa idea di esigere, con implacabile e disumana durezza, ciò che gli è dovuto”(10); attivando, però, il “sentimento del contrario”(11), si spiega come “l’attitudine crudele di Shylock nasca dai torti che egli ha subito e dalle crudeltà di cui il mondo cristiano si è reso colpevole nei confronti degli Ebrei”(12). Una reazione altrettanto comprensibile nasce nel momento in cui, scoprendo che la figlia lo ha derubato, con la voce incrinata magnificamente doppiata da Giancarlo Giannini, fa rimarcare la profonda amarezza per il valore affettivo del “turchese” donatogli dalla moglie Lea prima del matrimonio. E, ancora, se l’usuraio, nell’opinione corrente, è codificabile nell’equazione Ebreo – brama di denaro, perché, pur incoraggiato da una somma spropositata rispetto a quella che Antonio gli deve, non accettare? L’avidità, in questa contingenza è lontana dal suo animo, nessuna somma offertagli potrebbe sedare il livore a lungo covato e gli fa rivendicare il diritto di essere rispettato, prima di tutto, in quanto uomo dai tanti Cristiani intenti a “maltrattarlo, gioire delle sue perdite, raffreddarne gli amici, riscaldarne i nemici, insozzarne l’abito”, rinnegando capisaldi morali da loro tanto astrattamente propugnati. L’Israelita non urla né si dimena di fronte agli “sputi”, ma l’efficace espressione della sua atavica frustrazione è affidata ai suoi appassionati monologhi che hanno fatto di lui uno dei più memorabili personaggi di tutta la tragicommedia, anche se stupisce la totale esclusione dell’attore dall'Academy Awards per gli Oscar 2005 … “Non ha occhi un Ebreo? Non ha mani, organi, statura, sensi, affetti? Non si nutre anche lui di cibo? Non sente anche lui le ferite? Non è soggetto anche lui ai malanni e sanato dalle medicine, scaldato e gelato anche lui dall'estate e dall'inverno? Se ci avvelenate non moriamo?” Il profittatore di Radford, di conseguenza, merita una sostanziale rivisitazione anche per i competenti filtri letterari rinvenuti, per esempio, tra i propri vincoli e il “belato fraterno”, universale, di una “capra”(13) che, nella sua umanizzazione bucolica, seppur “sazia d'erba”, soffre perché “legata”, “bagnata dalla pioggia", “solitaria”, martirizzata per quel “viso semita” precorritore di sofferenza e dolore. il versatile regista, in definitiva, allineandosi al compatto edificio del “Piccolo Berto”(14), dà vita a creature in preda a un destino inesorabile che le affligge “con cui insegna a raggiungere, al di là del futile riso o del pianto pusillanime, la saggezza coraggiosa che aiuta a superare le traversie dell'esistenza”(15) e a tener stretto “un robusto punteruolo per trovare strade sempre nuove verso la vita”(16).

 

La rabbiosa condizione fisica e spirituale del protagonista indiscusso è subito stigmatizzata dalla locandina, in cui, da uno sfondo giocato su chiaroscuri con gradazioni che vanno dal nero al marrone all’ambra, emerge lo sguardo ostile di Shylock di fronte all’atteggiamento derisorio di Antonio, Bassanio e Porzia. L’immagine, però, anziché cementare gli spessi diaframmi dei consueti stereotipi antisemiti, con le rare sfumature di luce da cui le figure sono avvolte fa salire in superficie spontanee argomentazioni sull’impellente necessità di “lasciarsi intenerire dall'armonia concorde di suoni dolcemente modulati” che garantiscono il rispetto reciproco tra tutti gli uomini. Vi spicca, appunto, l’impotenza disarmata nella lotta per l'esistenza che, accomunando tutti, al di là di ogni razza, censo o dote di natura, dovrebbe invitare a riunirsi in quell’ideale “social catena”(17) che tutti i personaggi della vicenda, purtroppo, sembrano ostinatamente voler rifiutare. Solo così, si potrà tornare a vivere "in un mondo non ancora contaminato dalle offese" e "la maledetta lupa, non trovando più nulla da divorare, finirà per sbranare sé stessa"(18).

 

Il film, pertanto, sembra avere un lieto fine, ma la tragedia dello straniero, del diverso per eccellenza, costretto a subire le contraddizioni di una legge sommaria che, pur con la nobile intenzione della tutela di Antonio, si volge a suo discapito, dimostra come non si possa condannare aprioristicamente l’una o l’altra posizione perché, nel corso della narrazione, le differenze si riducono notevolmente. E’ vero, il Mercante cristiano, ben esteriorizzato dalla voce di Massimo Corvo, mette a repentaglio la sua stessa vita e accetta di firmare il contratto di Shylock per la dedizione, forse troppo manifesta, e per le emozioni, forse troppo intense, che lo legano all’amico, ma Bassanio è incapace di cogliere “l'interazione affettiva che si determina quando non si pretende dall'altro di essere il proprio specchio”(19) e lo sollecita a considerare quanto da lui richiesto semplicemente come un investimento, anche se il giovane, dal momento della richiesta dei soldi, passa attraversi vari stadi, esternando preoccupazione, dolore, disperazione sempre crescenti, fino a dichiarare, di fronte all’imputato “disposto a contrapporre la calma serena del proprio spirito alla furia dell’autorevole rivale”, che “Porzia è da lui amata quanto la sua stessa vita, ma la sua vita, sua moglie e tutto il mondo non hanno più valore della vita di Antonio, tutto perderebbe, tutto sacrificherebbe al disumano diavolo pur di liberarlo”. Al di là delle singole individualità, dunque, tutti, giovani innamorati e nobili gaudenti, mercanti cristiani e usurai ebrei, belle ereditiere e servi deformi, rivelano le proprie debolezze, agitati dal relativismo orizzontale e verticale che scatena violenze reciproche, li conduce alla spasmodica ricerca di un equilibrio impossibile e li spinge alla feroce difesa di un'inesprimibile felicità.

La grandissima valenza del lungometraggio consente, altresì, di analizzare la condizione di Porzia che, astuta, fedele, generosa, ammiccante, seducente, sulle prime, si mostra “stanca di questo grande mondo” per il condizionamento dalla volontà del defunto padre a farle sposare il cavaliere che supererà la prova dei tre scrigni distinti da un indovinello; la “facoltosa dama”, però, nello scorrere degli eventi, con una più oggettiva valutazione delle sue potenzialità, come la casta Lucrezia egregiamente rappresentata da Rossana Schiaffino ne La Mandragola(20), trasforma in prospera la fortuna adversa e, passando da succuba a padrona del proprio ruolo, si dichiara “pronta a qualsiasi espediente” pur di gestire la propria vita … La bellissima Lynn Collins, le cui emozioni sono ben rese nel doppiaggio da Connie Bismuto, è sostenuta, infatti, dalla speranza di aver sciolto il vincolo dal giovane veneziano precedentemente conosciuto “i cui occhi l’avevano stregata e divisa in due” e, quando Bassanio sceglie, tra quello d’oro “lustro e sfavillante” o d’argento “dal pallido colore di vergine”, il cofanetto di “ruvido piombo”, sente che “ogni moto del suo animo, contrastato da dubbi, disperazione, paure, verde-occhiuta gelosia, si dissolve nell'aria”. La regina di questo mondo incantato raggiunge l’apice della sua grandezza quando interviene in tribunale e affronta il caso affidatole con una sagacia che “in questo povero, rozzo mondo non ha chi le stia a pari”. Il “valente giureconsulto” consiglia a Shylock di essere misericordioso, di limitarsi ad accettare il triplo dei ducati e finge, di fronte all’inveterata ostinazione, di patrocinare l’Editto degli Stranieri puntualizzando che  “l'obbligazione è conforme alla norma e l' Ebreo può legittimamente reclamare una libbra di carne da ritagliarsi di sua propria mano dalla parte del cuore del Mercante”. Ricorre, poi, a dei cavilli giuridici supportati da una serie di citazioni in climax dettate dall’intelligenza e suffragate dall’arma potente della parola per ritorcere l'intera vicenda contro lo stesso strozzino … “Serve una bilancia per pesare la carne … l’accordo, infatti, parla solo di carne e l'usuraio, se dovesse versare anche una sola goccia di sangue dell’imputato, gli sarebbero confiscati e devoluti allo Stato terre e beni … se, tagliando, dovesse eccedere anche di un solo grammo in più o in meno, sarebbe condannato a morte e tutti tuoi averi confiscati … se fosse ritenuto responsabile di aver attentato, con maneggi diretti o indiretti, alla vita d'un cittadino veneto, la parte lesa dovrebbe ottenere metà dei suoi beni, l'altra metà devoluta alle casse private dello Stato e, in quanto reo, gli converrebbe invocare la clemenza dal Doge” ... La Corte, a questo punto, si dichiara disposta a concedere a Shylock in grazia la vita, ad Antonio la metà del patrimonio, la parte rimanente allo Stato … L’imputato, rendendosi conto di essere scampato alla morte sicura, riserva a sé stesso l’uso fiduciario della somma che gli spetterebbe per darla, alla sua morte, a Lorenzo e Jessica; con magnanimità chiede alla Corte di donare all’Ebreo metà dei beni purché egli s’impegni a sottoscrivere un atto di donazione con il quale lascerà in eredità alla figlia fedifraga l’intero suo patrimonio” e, pena assai più grave, si converta al Cristianesimo. Per Porzia condurre il processo è stata un’occasione importante perché ha dimostrato che “gutta cavat lapidem”(21), la goccia scava la roccia”, e che una donna, una vera donna, “suaviter in modo”, con dolce delicatezza, “sed fortiter in re”(22), ma decisa nell’operare, sarà sempre all’altezza di superare il labirinto di cuori in tempesta.

 

12 euro ben spesi, in conclusione, per questa energica perorazione che, attraverso lo scandaglio di contenuti manifestie contenuti latenti, lascia un’impronta indelebile a favore dell’uguaglianza sociale e della fratellanza universale da suggerire principalmente ai giovani, i quali, essendo "i più adatti a sentire il fresco profumo di libertà"(23), potranno introiettarne le connotazioni di alto sapore gnomico e le parenesi di grande respiro insite nella successione delle immagini fortemente sintetiche. Un sentito GRAZIE a GABRIELLA, “attiva istanza superegoica”(24) che, con appassionata energia, ha infuso la carica di dinamite necessaria per la visione di questo splendido mosaico culturale, rendendo piacevolissimo un viaggio notturno in autobus fra Siracusa e Caltanissetta che, altrimenti, si sarebbe trasformato in un dormitorio vagante.

 

      Matilde Perriera

 

NOTE
1) William Shakespeare, Il mercante di Venezia - The Merchant of Venice,1596 - 1598

2) William Shakespeare, Stratford-upon-Avon, 23 aprile 1564 – Stratford-upon- Avon, 23 aprile 1616

3) Il Mercante di Venezia, Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia 1-11/9/2004, Prima uscita - Irlanda -  3 dicembre 2004, in Italia 11 febbraio 2005, Cast principale: Shylock - Alfredo James Pacino, Antonio - Jeremy Irons, Bassanio - Joseph Fiennes, Graziano - Kris Marshall, Porzia - Lynn Collins, Julian Nest - Il frate,  Charlie  Cox - Lorenzo, Mackenzie Crook - Lancillotto Gobbo

4) Tullio Kezich – Il mercante di Venezia, Il corriere della sera, www.trovacinema.repubblica.it

5) Il termine ghetto è stata coniato nell'omonimo quartiere di Venezia del XIV secolo, perché è qui che è stato eretto il più antico Ghetto della storia. Prima che venisse designato come parte della città riservata agli Ebrei, era una sede di un’antica fonderia di acciaio. Il nome del quartiere deriva dal veneziano “geto, pronunziato ghèto dai locali ebrei Aschenaziti di origine tedesca, inteso come “getto”, cioè la gettata (colata) di metallo fuso. Oggi è chiamata ghetto anche la parte malfamata della città.

6) Wilhelm Wundt, Heterogonie der Zwecke (eterogenesi dei fini), in Nicola Abbagnano e Giovanni Fornero, Diccionario de filosofía, Fondo de Cultura Economica, 2004

7) James Shapiro, Shakespeare and the Jews, Columbia University Press, 1997

8) Matilde Perriera, “Il cimitero di Praga, Uno stabile Mosaico culturale, www.psicolab.net, 27/11/2013

9) Luigi Pirandello, L’Umorismo, 1904

10) Costantino Volpe,  Il mercante di Venezia, www.cinemadelsilenzio.it

11) L’Umorismo, Ibidem

12) Costantino Volpe,  Ibidem

13) Umberto Saba, La Capra, 1909

14) Umberto Poli, in arte Umberto Saba, Trieste, 9/3/1883 – Gorizia 25/8/1957

15) Giuseppe Morpurgo, Il Novecento in Italia,, 1959

16) Matilde Perriera, Uniamoci!, www.libreriauniversitaria.it, 15-05-2012

17) Giacomo Leopardi, La Ginestra, 1836

18) F. Fioretti, Il libro segreto di Dante, 2011 .

19) Ivo Nardi, Riflessioni sul Senso della Vita, Intervista a Maria Mantello, 2010, www.riflessioni.it/senso-della-vita/maria-mantello.htm

20) Matilde Perriera, Un geniale ping pong, www.psicolab.net, 06/7/2010

21) Locuzione latina in Tito Lucrezio Caro, De Rerum natura, I, 314 e IV, 1281, in Ovidio, Epistulae ex Ponto, IV, 10 e Ars amandi I, 476), in Albio Tibullo, Elegiae, I, 4, 18.

22) Motto della Compagnia di Gesù, 1534

23) Paolo Borsellino, Citazioni, 1990

24) Matilde Perriera, La vitalità del grillo parlante, Psicolab, 5 settembre 2012.

 

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