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Riflessioni sul Senso della VitaRiflessioni sul Senso della Vita

di Ivo Nardi - Indice personaggi intervistati

Riflessioni.it è il luogo ideale per fermarsi e riflettere sul senso della vita e lo faremo attraverso le risposte che persone di cultura hanno dato a dieci domande da me formulate.

 

Intervista a Enrico Cheli

gennaio 2011

 

Enrico Cheli, psicoterapeuta, sociologo e docente universitario, è da tempo impegnato a coniugare scienza, etica e spiritualità e a promuovere una cultura della consapevolezza, della pace e dell'ambiente. È considerato uno dei maggiori esperti di cultura olistica emergente e di metodi per la crescita personale e spirituale. Pratica da decenni yoga, tantra, meditazione e vari altri metodi di consapevolezza. Tiene corsi e seminari esperienziali sulla conoscenza interiore e la realizzazione di sé utilizzando un proprio metodo che integra in chiave olistica psicoterapia, yoga, meditazione, respirazione, comunicazione consapevole, musicoterapia, sociologia. Insegna all'Università di Siena dove dirige Master e Dottorati di ricerca sulle relazioni interpersonali, l'intelligenza emotiva, il counseling, gli studi per la pace. Ha fondato il primo centro interuniversitario italiano di ricerca per la pace e diretto la prima ricerca europea sui creativi culturali e la cultura olistica emergente. É condirettore di una Enciclopedia Olistica online ed è autore di numerosi Libri. Tiene concerti meditativi con campane tibetane, canto degli armonici e canti sacri e ha pubblicato al riguardo alcuni CD. Viene spesso intervistato da quotidiani e periodici e partecipa a programmi televisivi e radiofonici nazionali. Per la Xenia edizioni dirige la collana "Percorsi di consapevolezza".

 

 

1) Normalmente le grandi domande sull’esistenza nascono in presenza del dolore, della malattia, della morte e difficilmente in presenza della felicità che tutti rincorriamo, che cos’è per lei la felicità?

“Felicità” è uno stato interiore dell’essere cui tutti aspirano e che spesso associano a conseguimenti esteriori quali: avere più denaro, fama, riconoscimento sul lavoro, avere una relazione appagante col partner, con i figli, con i familiari, vivere piacevoli esperienze sessuali, trascorrere stimolanti vacanze etc. Tali aspetti sono certamente importanti e desiderabili, ma poco rilevanti ai fini della felicità: difatti, vi sono persone che hanno tutto quanto sopra elencato eppure sono infelici, e altre che hanno poco o niente e sono tuttavia felici. Personalmente ritengo che la vera felicità sia in larga misura indipendente dalla vita esteriore e derivi piuttosto dalla risoluzione dei nostri conflitti interiori, cioè da un armonica relazione con se stessi. La filosofia greca aveva un bellissimo termine per questo concetto: Eudaimonia– la felicità in sé; le filosofie orientali hanno in proposito svariati termini: “Ananda, Nirvana, Samadhi, Satori, Bodhi – beatitudine, illuminazione”; la moderna psicologia umanistica infine parla di “Autorealizzazione e sviluppo del potenziale umano”.
Ebbi la fortuna di rendermi conto già da giovane che la felicità non dipende dagli aspetti esteriori ma va cercata dentro di sé. Iniziai così una intensa e perseverante ricerca a cavallo tra oriente e occidente, psicologia e spiritualità, filosofia e meditazione, e i miei sforzi furono ripagati: all’inizio lo stato di eudaimonia compariva per brevi periodi e poi se ne andava, ma col passare del tempo i periodi di felicità divenivano sempre più lunghi fino ad essere, adesso, presenti in ogni momento della mia vita. Certo, quando le cose esteriori sono positive o almeno tranquille, tale stato interiore risplende di più, ma, seppure in sottofondo, è sempre presente in me anche nei momenti più difficili.
Visti i notevoli risultati ottenuti, da molti anni tengo corsi e seminari per aiutare le persone a compiere un analogo percorso che le conduca alla felicità in sé. Ho scritto anche vari libri sull’argomento e per chi volesse approfondire suggerisco tra tutti il libro “Percorsi di consapevolezza” (Xenia edizioni). Informazioni sugli altri miei libri e sui seminari sono reperibili nel sito web: www.enricocheli.com.

 

2) Professore Cheli cos’è per lei l’amore?

Per prima cosa vorrei precisare che esistono tanti tipi diversi di amore: l’amore tra genitori e figli, l’amore sessuale, l’amore per gli amici, l’amore per il prossimo, l’amore per se stessi, l’amore per la sapienza etc. Purtroppo la nostra lingua usa lo stesso termine per situazioni e sentimenti molto diversi e questo ingenera confusione. Nella cultura greca vi erano almeno tre distinti termini: agape (l’amore per il prossimo), filia (l’amicizia, l’amore tra genitori e figli, e anche l’amore per la sapienza – da cui filosofia) e eros (l’amore passionale, erotico appunto).
Per rispondere alla domanda dovrei quindi sapere a quale tipo di amore ci riferiamo. Poiché non è indicato (ritengo volutamente) nella domanda mi soffermerò su due aspetti che mi stanno particolarmente a cuore: 1) la distinzione tra amore puro e amore spurio; 2) la relazione tra amore per se stessi e amore per gli altri.

 

1. L’ Amore puro è gratuito e incondizionato, cioè si esprime senza porre condizioni: significa desiderare il bene dell’altro e agire concretamente per aiutarlo a conseguirlo, a prescindere dal fatto che la persona cui l’amore è rivolto corrisponda o meno al nostro modello ideale, si comporti come noi desideriamo e contraccambi il nostro amore. Se invece l'accettazione e il sostegno dipendono dal fatto che l’altro si adegui ai nostri canoni o ci dia qualcosa in cambio, allora non si tratta di amore incondizionato, ma di qualcos’altro, che potremmo chiamare amore condizionato, o più precisamente approvazione.
Entrambe queste forme di amore sono necessarie ed importanti per la crescita dell'individuo. L'amore incondizionato è quello che gli dà la fiducia nell'esistenza, la sensazione rassicurante di protezione e nutrimento, il senso di dignità in quanto esseri umani a prescindere dalla posizione sociale, dalla bellezza o prestanza, dalla ricchezza. La dichiarazione dei diritti universali dell'uomo, il concetto di uguaglianza di fronte alla legge etc. sono espressioni in forma giuridica di tale valore, in cui lo stato o l'intero pianeta si pongono nel ruolo di "madre amorevole" verso ogni figlio.
L'amore condizionato (approvazione) è ciò che stimola l’individuo a fare del suo meglio, a raggiungere traguardi, ad eccellere. È la base dell'energia creativa dell'uomo, del suo desiderio di evolvere, di migliorare e migliorarsi, di confrontarsi e competere (una energia positiva ed utile, che però, quando è eccessiva, diviene tossica e perfino distruttiva). Il valore dell'approvazione si ritrova declinato in infinite modalità nelle nostre società, giacché è fortemente prevalente rispetto all’amore incondizionato: il liberismo economico e il capitalismo sono basati su tale principio e così la struttura gerarchica delle società, le guerre, le competizioni sportive, e via dicendo.
L’amore incondizionato e l’approvazione non si escludono l'un l'altra, e anzi, se fossero equilibratamente presenti nel percorso educativo di un essere umano, gli permetterebbero di sviluppare in modo corretto le due capacità complementari del saper essere e del saper fare, entrambi indispensabili per vivere in armonia con se stessi, con gli altri e con la natura. Purtroppo i genitori e gli insegnanti da cui dipende tale educazione sono il frutto di una società tutt'altro che armonica, in cui da secoli l’amore incondizionato ha troppo poco spazio, mentre l'approvazione non solo prevale ma viene elargita in maniera distorta, in quanto spacciata per amore puro. A causa di ciò si origina una pericolosa distorsione sentimentale, responsabile di gran parte delle sofferenze psicologiche, sociali ed esistenziali dell’umanità: distorsione perché viene chiamato amore ciò che dovrebbe invece essere chiamato approvazione; pericolosa perché genera nei bambini una continua e vana ricerca di riconoscimento da parte degli altri, prima dei genitori e poi di altri adulti significativi. Il presupposto erroneo del bambino (che poi permane anche nell’adulto) è che assieme all’approvazione riceverà anche l’amore, ma in realtà non è così e non può essere così: l’amore è per definizione spontaneo e gratuito, insomma incondizionato. L’approvazione è un’altra cosa, che ha anch’essa una sua importanza nello vita sociale e nello sviluppo di un essere umano, purché sia data e ricevuta per quello che veramente è, e non spacciata quale condizione necessaria per ottenere amore. L’approvazione può nutrire altri bisogni, ma non il bisogno di essere amati; quindi, per quanto ci si dia da fare per soddisfare le aspettative degli altri, non si riceverà mai l’amore che si cerca, anzi ci se ne allontanerà sempre più, perché l’amore non si merita attraverso l’agire esteriore ma si contatta con la capacità, tutta interiore, di aprirsi e rendersi disponibili ad esso: ciò che in varie religioni, incluso il cristianesimo, è simboleggiato dalla grazia celeste - che discende anche sul peccatore più incallito purché egli si apra e abbia fiducia nella misericordia divina - e che la moderna psicologia definisce “senso di autoaccettazione”.

 

2. Veniamo adesso al secondo aspetto: la relazione tra amore per se stessi e amore per gli altri. Tutti certamente ricordiamo la famosa affermazione di Gesù: "Ama il prossimo tuo come te stesso"; ebbene, questa frase è stata per secoli distorta, sottolineando solo l'amore per il prossimo e dimenticando quello per se stessi. Come sostiene uno dei maggiori maestri spirituali del XX secolo, Osho: "Ti è stato detto di amare gli altri, mai di amare te stesso. Ma come potrai mai amare gli altri, se non riesci ad amare te stesso? Medita sulla rivoluzionaria affermazione di Gesù. Il presupposto è amare se stessi — altrimenti non puoi amare nessun altro, perché l'amore deve affiorare dentro di te. Se odi te stesso, odierai il prossimo tuo. Non importa cosa dicono preti e politici: odierai i vicini, odierai l'umanità, odierai la terra, perché odi te stesso. Ama te stesso, e da quell'amore crescerà l'amore per gli altri. E la persona che ama veramente se stessa, che è in profondo amore con se stessa, non potrà fare del male a nessuno, perché non potrà farsi del male."
So per esperienza personale e professionale che imparare ad amare se stessi è possibile e che da tale amore scaturisce un più maturo modo di amare gli altri. Certo, non si impara dalla sera alla mattina, ed è necessario un certo tempo, una certa costanza e i metodi giusti, ma è possibile, e i primi risultati si vedono in breve tempo. Nei corsi e seminari che tengo dedico ampio spazio a questa tematica, affrontandola da diverse angolature, sociologica, psicologica e spirituale. Il metodo che utilizzo richiederebbe, per essere illustrato, ben più spazio di quello a disposizione; posso però dare qualche cenno sulla fase cruciale del percorso, consistente nel ristabilire un contatto con il proprio bambino interiore (cioè quella parte di sé più sensibile, bisognosa e vulnerabile) prendendosi cure delle sue antiche “ferite affettive” ancora aperte, ascoltandone i bisogni, rassicurandolo ed esprimendogli amore incondizionato. Nei seminari esprimo questo concetto con la metafora: “Imparare a divenire padre e madre amorevoli di se stessi”.
Un esercizio che utilizzo spesso per imparare a darsi amore è quello del sorriso interiore, che di seguito descrivo e che vi invito a provare.
 
Chiudete gli occhi e fate un paio di respirazioni lente e profonde. Tornate poi a respirare normalmente e semplicemente ascoltate le sensazioni che il corpo vi manda. Sentite le gambe per qualche secondo, poi passate lentamente alle braccia, quindi al torace e infine al vostro volto. Sentire per qualche secondo il volto così com’è e poi assumete una espressione sorridente, e siate consapevoli se qualcosa cambia nel vostro sentire. Lasciate che la bocca si allarghi leggermente verso l’esterno e che gli occhi si distendano, proprio come quando sorridete a qualcuno, solo che stavolta non inviate questo sorriso all’esterno, come siete abituati a fare, ma all’interno, a voi stessi, e sentite che cosa si produce in voi. È una sensazione piacevole? Forse potete già rendervi conto che cambiando anche di poco l’espressione del volto, cambia la sensazione interiore. Volete una controprova? Smettete di sorridere e sentite cosa cambia. Assumete ora una espressione seria, accigliata e sentite anche questa sensazione. C’è sempre la sensazione di prima o ce n’è un’altra? Adesso, prima di finire l’esercizio tornate di nuovo a sorridere, rilassate il vostro corpo e fate spazio a questo sorriso.
Proseguite pure a piacimento, semplicemente restando sintonizzati sul sentire, sulle vostre sensazioni interiori, e quando volete riaprite gli occhi, piano piano, con dolcezza, senza mettere subito a fuoco le immagini e restando per qualche momento ancora in contatto con lo spazio interiore che avete sperimentato.

 

3) Come spiega l’esistenza della sofferenza in ogni sua forma?

Molti credono che la sofferenza ce l’abbia inviata il Padreterno per punirci della nostra disobbedienza nei giardini dell'Eden, ma in realtà essa non è affatto una punizione ma semmai un dono, la cui funzione è di avvertirci che qualcosa non va e consentirci di fare qualcosa prima che le cose peggiorino. Se metto inavvertitamente un dito su una pentola bollente, avvertirò dolore, che mi farà immediatamente ritirare la mano salvandola così da danni ben più gravi. Analogamente, se avverto una sofferenza emozionale, come ad esempio quella di ricevere una offesa da qualcuno, posso evitare di frequentare oltre quella persona oppure chiedermi se per caso qualcosa che ho detto o ho fatto abbia causato la sua reazione. Se poi il dolore è di tipo esistenziale – una insoddisfazione o amarezza per il tipo di vita o di lavoro che si conduce – esso mi permette di correre ai ripari e dare una svolta alla mia vita prima che sia troppo tardi. Così come una spia rossa che si accende sul cruscotto della nostra autovettura ci invita a portare quanto prima l’auto da un meccanico che possa capire il guasto e ripararlo, la sofferenza – fisica, emozionale o esistenziale - ci invita a fare un esame interiore per capire che cos'è che non va, magari anche chiedendo aiuto a un amico, a un counselor, o a una guida spirituale.
Se ci fermiamo subito i guai saranno contenuti, mentre se aspettiamo troppo sarà poi più difficile e doloroso risolvere il problema.
Il punto problematico a mio avviso non è dunque la sofferenza, ma la sofferenza protratta, la sofferenza che non avvertiamo in tempo o di cui non comprendiamo il messaggio. Il protrarsi della sofferenza può dipendere da vari fattori, ad esempio ce ne rendiamo contro troppo tardi perché il nostro sentire non è abbastanza aperto. Altre volte non comprendiamo il segnale a causa della nostra ignoranza o dell'interferenza prodotta da credenze erronee: è il caso di quelle persone che, pur vivendo una relazione sentimentale ormai finita o irrimediabilmente conflittuale, evitano di separarsi per non contravvenire alle loro credenze religiose o per l’idea che prima o poi le cose si aggiustino da sole come per magia.
Così come il dolore ha lo scopo di segnalare che stiamo sbagliando qualcosa, che la strada intrapresa non è positiva per noi, il piacere ha - o dovrebbe avere - la funzione inversa, cioè di confermare e rinforzare determinati comportamenti, scelte, pensieri che vanno bene per noi. Purtroppo, anche il piacere è stato fortemente travisato, e si è persa la sua preziosa valenza di orientamento, tant’è che le persone raramente sanno seguirne le benefiche indicazioni, e anzi in molti casi le rifuggono come malvage. Tra i responsabili di tale travisamento vi sono senz’altro le religioni, sia quella cristiana sia anche molte altre, che hanno molto stigmatizzato e colpevolizzato il piacere, per motivi vari che sarebbe troppo lungo elencare. È indubbio che per senso etico dovremmo sempre chiederci se ciò che facciamo (o omettiamo di fare) può essere dannoso per qualcuno, ma se così non è, ritengo sia nostro diritto sacrosanto goderci il piacere e seguirne le preziose indicazioni.

 

4) Cos’è per lei la morte?

Il passaggio da uno stato di esistenza ad un altro. Attraversare una porta che vista da qui chiamiamo morte mentre vista dall’altro lato definiremmo “nascita”. La morte, se ben compresa, è anche una preziosa alleata che – ricordandoci che la nostra vita non è illimitata e che in qualsiasi momento potrebbe cessare - ci aiuta a vivere con intensità e a non sprecare tempo prezioso.

 

5) Sappiamo che siamo nati, sappiamo che moriremo e che in questo spazio temporale viviamo costruendoci un percorso, per alcuni consapevolmente per altri no, quali sono i suoi obiettivi nella vita e cosa fa per concretizzarli?

Ho sempre avuto fin da giovanissimo una spiccata inclinazione verso il bene, la solidarietà e l’impegno sociale, da cui i miei studi in psicologia e sociologia e la mia professione di psicologo, sociologo e docente universitario. Per quanto soddisfatto degli studi fatti e della direzione professionale intrapresa, alla soglia dei trent’anni avvertii l’esigenza di scendere ancora più in profondità dentro me stesso in modo da capire chi ero realmente e qual’era il senso e lo scopo della mia vita. Grazie a tale affascinante percorso di consapevolezza (cui ho già fatto cenno rispondendo alla prima domanda) ho trovato ciò che cercavo e sono pervenuto ad una sempre più completa realizzazione di me; da allora mi dedico appassionatamente a condividere con quante più persone possibile ciò che ho scoperto, tenendo corsi e seminari esperienziali sulla conoscenza interiore e la realizzazione di sé basati su un metodo olistico da me elaborato che mette assieme psicoterapia, yoga, meditazione, respirazione, comunicazione consapevole, musicoterapia, sociologia. All’Università di Siena, dove insegno, ho creato Corsi di perfezionamento, Master e Dottorati di ricerca su temi di altissima rilevanza sociale e individuale, quali: le relazioni interpersonali, l’intelligenza emotiva, la pace e la gestione dei conflitti, il counseling. Ho fondato il primo centro interuniversitario italiano di ricerca per la pace e diretto progetti di ricerca nazionali e internazionali sui creativi culturali. Sono condirettore di una Enciclopedia Olistica online ed autore di numerosi Libri e del Gioco di consapevolezza INSIGHT. Uso anche la musica per promuovere i valori della consapevolezza e della pace, tenendo concerti meditativi (con campane tibetane e canto degli armonici) e concerti interattivi con la partecipazione attiva del pubblico intitolati “Canti sacri dai 5 continenti” nei quali invito il pubblico in sala a cantare assieme a me una serie di canti sacri provenienti da varie tradizioni culturali e spirituali del pianeta (cristianesimo, induismo, buddismo, islam, ebraismo, nativi americani, africani). Ho pubblicato al riguardo alcuni CD con Xenia edizioni presso la quale dirigo anche una collana multimediale intitolata “Percorsi di consapevolezza” (www.xenia.it).

 

Recentemente ho dato il via al mio progetto più importante, che avevo in mente da quasi 20 anni: creare una Università olistica finalizzata a coniugare scienza, etica e spiritualità e a promuovere una cultura della consapevolezza, della pace e dell’ambiente. Si tratta, come è evidente, di un progetto molto ambizioso che non sono certo in grado di realizzare da solo, ma confido che molte altre persone si aggregheranno e contribuiranno all’opera. Io ho posto la prima pietra, costituendo, il 21 giugno 2010, una Fondazione onlus denominata HOLIVERSITY (acronimo di Holistic University) che ha appunto lo scopo di creare i presupposti scientifici ed economici per la costituzione di tale università. Hanno già aderito al progetto personalità di primissimo piano nei campi della scienza e della cultura quali Ervin Laszlo, Gabriele La Porta, Paul H. Ray, Francesco Bottaccioli, Hal Stone e Sidra Stone, Pier Mario Biava, Nitamo Montecucco, Giorgio Gallo, Fabio Tarini, Franco Cracolici, Stefano Bartolini e vari altri. HOLIVERSITY ha già realizzato una prima iniziativa organizzando, assieme alla Compagnia del Tao, un importante convegno tenutosi a Firenze il 9 e 10 ottobre 2010 e intitolato: LA SAGGEZZA DELL’ORIENTE: Percorsi di consapevolezza per un nuovo occidente. Altre iniziative sono già in programma per il 2011, tra cui un corso di perfezionamento su: “MODELLI E METODI OLISTICI PER IL BENESSERE INDIVIDUALE E COLLETTIVO. Salute, ambiente, qualità della vita, relazioni consapevoli, gestione costruttiva dei conflitti, crescita personale e autorealizzazione”.

 

6) Abbiamo tutti un progetto esistenziale da compiere?

Sono certo di si, ed è lo stesso per tutti: realizzare se stessi. Non nel senso di affermarsi socialmente, acquisire potere, prestigio, denaro, diventare "qualcuno" nella vita, ma nel ben più nobile senso di conoscere, coltivare e manifestare la propria unicità, sviluppando i propri talenti e trasformando in positivo i propri difetti (o lati ombra, come li chiama Jung) fino a coordinare il tutto in un’armonica sinfonia esistenziale.
Le attuali democrazie riconoscono, almeno sulla carta, la libertà e l’autorealizzazione come diritti inalienabili di ogni individuo, ma essi non sono affatto scontati e vanno anzi conquistati. La maggior parte degli esseri umani crede di essere libera ma invece è condizionata da abitudini individuali e consuetudini sociali che la portano a vivere inconsapevolmente, come un automa. A causa dell’educazione meccanica e dualistica ricevuta e dell’incessante opera manipolatoria dei media, l’individuo ha delegato ad altri il proprio potere di autodeterminazione, in cambio di tranquillità e rassicurazione, rinunciando per paura ed ignoranza ad andare oltre i confini ereditati culturalmente. Finché si seguono i criteri, i giudizi e le convinzioni istillatici da altri, si rimane incompleti, come semi mai germogliati, perché non possiamo individuare qual è la nostra vera strada, sviati e confusi come siamo da falsi obiettivi, da bisogni indotti, da modelli da imitare, da ideali irraggiungibili, da maschere che non ci rappresentano, che non esprimono ciò che veramente siamo.
Il presupposto indispensabile per realizzare se stessi è la consapevolezza: in primo luogo consapevolezza di sé, dei propri bisogni, caratteristiche, potenzialità, limiti; in secondo luogo consapevolezza degli altri, dei loro bisogni, caratteristiche, potenzialità e limiti; in terzo luogo consapevolezza dell’ambiente – fisico, biologico e sociale - in cui viviamo, dei limiti che ci pone e delle possibilità che ci offre, nonché dell’interdipendenza tra noi gli altri e tra l’umanità e l’ecosistema. Una persona inconsapevole ha una sola risposta ad una data situazione ed è sempre quella; il suo rapporto col mondo dipende da precetti e dogmi, da preconcetti e pregiudizi che rendono la scelta obbligata e quindi una non scelta. Se da bambini non veniamo allenati ad affinare la consapevolezza e ad esercitare la capacità di scelta, poi da adulti saremo degli automi. Apparentemente sembreremo liberi, ma in realtà non lo saremo.
Purtroppo né la scuola né la famiglia ci hanno aiutati a sviluppare una consapevolezza lucida e obbiettiva, ma per fortuna non è troppo tardi per rimediare: esistono infatti metodi e tecniche largamente sperimentate che possono aiutare chi lo desideri a superare i propri limiti, a sciogliere le proprie paure, a riscoprire in sé la vitalità e la sensibilità naturali, a esprimere con spontaneità i propri sentimenti e a individuare la propria strada nella vita. Tali metodi non aiutano a divenire degli eroi o dei personaggi straordinari come quelli del cinema e della TV - poiché la loro straordinarietà è in gran parte fasulla e irrealistica e anche perché non è imitando qualcun altro che ci si può sentire realizzati - ma certamente risultano molto utili per valorizzare al meglio le proprie capacità latenti, per esprimere la propria unicità, insomma per conoscere più a fondo se stessi, portare le proprie potenzialità a realizzazione e sentirsi felici di essere ciò che si è. Concludo dedicando ai lettori questa mia breve poesia:

 

Il più bel dono
che un fior può fare al mondo
è quello di sbocciare pienamente
condividendo ed esprimendo ciò che è;
così è per l'uomo,
prezioso fiore della consapevolezza.

 

7) Siamo animali sociali, la vita di ciascuno di noi non avrebbe scopo senza la presenza degli altri, ma ciò nonostante viviamo in un’epoca dove l’individualismo viene sempre più esaltato e questo sembra determinare una involuzione culturale, cosa ne pensa?

Nelle società del passato le persone non maturavano una identità individuale ma si percepivano piuttosto come membri di un gruppo, di una parentela, di una collettività; non era richiesto loro, né permesso, di realizzare la propria originalità, i propri talenti, i propri bisogni, ma dovevano semmai uniformarsi alle esigenze della comunità, che poneva ai primi posti il formare una famiglia e il fare dei figli. Oggi invece gli individui vogliono contare come individui e non più soltanto come membri di un gruppo, di una famiglia, di una chiesa, di una organizzazione. Ciò che fanno deve permettere loro di realizzarsi come persone singole, vogliono essere soggetti in grado di dare senso alle loro scelte. Questo nuovo senso di identità individuale e il connesso bisogno di libertà e realizzazione personale sono di per sé positivi, e  senza di essi non si può pensare di realizzare alcuna democrazia matura. Tali aspetti però, in quanto nuovi, non si sanno ancora ben gestire, e così spesso sconfinano nell’individualismo (che della individualità è l’estremizzazione) creando pesanti interferenze con la vita di relazione. Questo fenomeno è molto evidente nella vita di coppia, che comporta, per ciascuno dei partner, numerosi, importanti vantaggi ma anche non poche rinunce e sacrifici sul piano della libertà individuale; rinunce che in passato, anche a causa della morale e della religione dominanti, apparivano inevitabili e indiscutibili, mentre nel mondo sempre più laico e relativista di oggi sono considerate tutt’altro che scontate e si rivelano spesso occasione di conflitto.
Come sostengo in un mio libro di prossima pubblicazione, intitolato “La rivoluzione interpersonale” la soluzione non sta però nel tornare indietro e rinunciare alla identità e libertà individuale ma nel far sì che le persone imparino a gestire costruttivamente i molti conflitti e paradossi che caratterizzano le nuove modalità di relazione. Nelle società autoritarie non era difficile imparare l’ABC del relazionarsi, poiché la libertà di scelta era minima e le regole poche e rigorose. Oggi invece la complessità sociale è ben più elevata e la libertà di scelta molto più estesa, pertanto occorrono strumenti nuovi e assai più articolati di quelli utilizzati dai nostri antenati, poiché un conto è seguire binari prestabiliti uguali per tutti, altra cosa è orientarsi tra più strade possibili e scegliere da soli le direzioni e le modalità del relazionarsi.
Le conoscenze scientifiche e gli strumenti operativi per affrontare in modo nuovo e più costruttivo le relazioni interpersonali già esistono ma, nonostante l’urgenza, non si sono ancora adeguatamente diffusi nella società e così gli individui, i gruppi, le organizzazioni non hanno per ora alcun “know how” per sfruttare le nuove potenzialità che si dischiudono; al contrario, sono spesso vittime inermi dei molti effetti collaterali negativi prodotti da questa libertà mal gestita. Ognuno è in balia di se stesso, e deve imparare da autodidatta, per tentativi e (dolorosi) errori, come nuotare o almeno stare a galla in questo mare agitato di relazioni sempre più conflittuali, incomprensibili e imprevedibili.
E’ proprio in base alle suddette considerazioni che, oltre dieci anni or sono, decisi di dar vita, presso l’Università di Siena, a un vasto progetto di formazione e ricerca sulle competenze comunicativo-relazionali denominato CO.R.EM. (COmunicazione, Relazioni, Emozioni e consapevolezza, da core, in inglese nucleo, anima). Tale progetto si è negli anni sviluppato dando origine a una vasta gamma di iniziative tra cui: a) Corsi universitari post-laurea annuali e pluriennali (perfezionamenti, master, dottorati di ricerca), per l’alta formazione di specialisti nei campi del counseling, della formazione relazionale, della risoluzione dei conflitti; b) corsi di formazione e aggiornamento sulle competenze comunicativo-relazionali per insegnanti, psicologi, medici, infermieri, assistenti sociali, professionisti, manager etc.; c) corsi brevi di alfabetizzazione relazionale per bambini, adolescenti, coppie, genitori, nonni, e più in generale per chiunque sia interessato a sviluppare le proprie competenze in materia e a vivere in modo più consapevole e soddisfacente le relazioni con gli altri (www.corem.it).

 

8) Il bene, il male, come possiamo riconoscerli?

Da bambino credevo che il bene e il male fossero facilmente riconoscibili e nettamente distinti l’uno dall’altro; crescendo mi sono però accorto che la questione è molto più complessa.
Per riconoscerli occorre prima cosa valutare le conseguenze che una certa azione o accadimento ha nel tempo: ad esempio, talvolta ciò che sembra in un primo momento bene rivela poi conseguenze negative e ciò che inizialmente sembra male può in seguito dimostrarsi benefico, come nel caso di quel contadino il cui unico figlio si ruppe una gamba (evento apparentemente nefasto) e che però, grazie a ciò, evitò pochi giorni dopo di venire arruolato forzatamente e mandato in guerra.
Poi va considerato chi è che giudica: ad esempio, ciò che l’opinione comune considera bene non sempre lo è, così come ciò che viene etichettato come male talvolta è bene: vi sono soggetti che dicono di agire per il nostro bene (politici, religiosi, benefattori etc.) che spesso nascondono dietro a belle intenzioni obbiettivi egoistici; altri soggetti che la cultura dominante etichetta come malvagi e che invece sono mossi da un genuino desiderio di aiutare il prossimo.
Vi è poi la questione del relativismo culturale: ciò che è considerato bene in una cultura, in un’altra potrebbe essere male e viceversa: da noi avere più di una moglie (o di un marito) è adulterio, mentre nei paesi islamici (o in Tibet, per i mariti) è permesso.
Quanto più rilevavo queste incongruenze tanto più mi rendevo conto che i comuni concetti di bene e male sono, quanto meno, inadeguati e occorre una valutazione più ampia.
A livello individuale ritengo “bene” ciò che fa stare bene l’individuo senza al contempo produrre effetti negativi su altri individui, precisando che “stare bene” va inteso in senso olistico, cioè stare bene contemporaneamente a livello corporeo, emozionale, mentale e spirituale. Ne consegue che il “male” è ciò che produce nell’individuo un qualche malessere in uno o più delle succitate dimensioni. Come rilevo nel mio ultimo libro intitolato Olismo la scienza del futuro (Xenia edizioni), la via maestra per il benessere risiede in un armonico equilibrio tra le diverse dimensioni, mentre il sopravvento di alcune a scapito di altre produce inevitabilmente sofferenza; genera aridità il materialismo, che privilegia il corpo e la mente negando il cuore e lo spirito, e generano sofferenza anche le religioni, almeno quelle istituzionali, che enfatizzano lo spirito e il cuore rinnegando le altre dimensioni della natura umana. La visione olistica emergente auspica un cambiamento di rotta, in cui il pendolo non oscilli più tra un estremo e un altro, ma trovi una posizione di equilibrio, uno sviluppo armonico dell’essere umano, che tenga nella giusta considerazione tutti i suoi aspetti e lo aiuti a comprenderli, svilupparli e viverli in modo naturale, senza scissioni dualistiche, senza repressioni e sensi di colpa, senza privilegiarne o sottovalutarne alcuno.

 

9) L’uomo, dalla sua nascita ad oggi è sempre stato angosciato e terrorizzato dall’ignoto, in suo aiuto sono arrivate prima le religioni e poi, con la filosofia, la ragione, cosa ha aiutato lei?

Nei primi decenni della mia vita la religione (cattolica) e la filosofia (occidentale) mi hanno più fuorviato che aiutato; qualche aiuto l’ho semmai ricevuto dalla psicologia, che della filosofia è, se vogliamo, una derivazione. Ma anche la psicologia, specie quella che si studia all’università (e io sono psicologo oltre che sociologo) è insufficiente ad affrontare l’ignoto. Più consistente è stato invece l’aiuto che ho ricevuto nella seconda parte della mia vita dallo studio di filosofie e pratiche spirituali orientali, che tra l’altro mi hanno anche aiutato a riconciliarmi con le mie radici cristiane, facendomi comprendere più a fondo il significato di certi messaggi simbolici che invece nel corso dei secoli una certa parte della chiesa ha deformato imponendone una interpretazione letterale che la mia ragione non poteva accettare. Ho inoltre avuto modo di conoscere personalmente vari maestri spirituali che mi hanno trasmesso la loro fiducia nell’esistenza e mi hanno insegnato ad andare incontro all’ignoto senza temerlo, ma anzi accogliendolo come una meravigliosa opportunità. Grazie alla partecipazione a fondamentali ritiri di autoconsapevolezza e alla pratica quotidiana di yoga e meditazione ho imparato ad accendere e tenere viva la luce della consapevolezza che illumina l’ignoto e ci permette di comprenderlo e di renderlo familiare e amico. Oggi l’ignoto non mi angoscia né terrorizza più, anzi lo percepisco totalmente benevolo; mi preoccupano semmai le molte, troppe persone che, non avendo le conoscenze e gli strumenti per sciogliere le loro paure e angosce riguardo all’ignoto (e in particolare alla morte, che è la forma di ignoto che più spaventa), orientano la loro vita interamente sull’esteriorità, sul profitto economico, sul possesso materiale, sulle lotte per il potere, contribuendo a tenere in vita un sistema economico e politico totalmente materialista, insensibile e violento che sta portando l’umanità e l’intero pianeta sull’orlo di un baratro.
Fortunatamente, se da un lato vi sono persone come queste, interamente mosse dal materialismo e dall’egoismo, dall’altro stanno emergendo persone sensibili e consapevoli che hanno a cuore il benessere personale non disgiunto dalle sorti del pianeta: sono i cosiddetti “creativi culturali” cioè coloro che desiderano un mondo migliore e che ritengono che per crearlo occorra in primo luogo creare una nuova cultura, cioè nuovi valori, nuove visioni del mondo, nuovi stili di vita più ecologici, pacifici, etici e consapevoli. Ho avuto la fortuna e il privilegio di condurre alcune ricerche internazionali in proposito e i dati raccolti (illustrati nel libro I creativi culturali - Xenia edizioni) mostrano che ci sono buone speranze di evitare il baratro.

 

10) Qual è per lei il senso della vita?

Il senso della vita è intrinseco: viverne la meraviglia, la bellezza, onorarla, goderla, comprenderla. Fare esperienza delle molteplici dimensioni del proprio essere e delle molte forme di relazione che possiamo avere con gli altri esseri viventi, umani e non; comprendere le possibilità e i limiti che ci sono offerti dalla condizione umana. Purtroppo l’inconsapevolezza e i condizionamenti socioculturali interferiscono con questa immediatezza e ci impediscono di cogliere il senso intrinseco della vita, spingendoci a cercare un senso ulteriore, che non esiste e la cui ricerca ci porta fuori strada. Fortunatamente, prima o poi, a forza di cercarlo ovunque, si scopre che il senso della vita è nella vita stessa. Insomma, come dicono i maestri della tradizione Zen “La meta del viaggio è il viaggio stesso”.


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