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Riflessioni sul Senso della VitaRiflessioni sul Senso della Vita

di Ivo Nardi - Indice personaggi intervistati

Riflessioni.it è il luogo ideale per fermarsi e riflettere sul senso della vita e lo faremo attraverso le risposte che persone di cultura hanno dato a dieci domande da me formulate.

 

Intervista a Igor Sibaldi

ottobre 2012

 

Igor Sibaldi è scrittore, traduttore, studioso di teologia e di storia delle religioni.

Ha pubblicato romanzi e curato l'edizione e la traduzione di numerosi classici della letteratura russa. Ha pubblicato anche numerosi saggi sullo sciamanesimo, sui testi sacri, sulle strutture superiori della coscienza e in particolare sul fenomeno degli “Spiriti Guida”. Studioso di teologia neotestamentaria, dal 1997, con il suo romanzo-saggio I maestri invisibili, ha cominciato a narrare la sua personale esplorazione "dei miti e dei terrori dell'aldilà". Tiene conferenze e seminari in Italia e all'estero su argomenti di mitologia, di esegesi e di psicologia del profondo. Ha pubblicato con successo per Mondadori, Garzanti e Sperling & Kupfer, la sua ultima pubblicazione Il tuo aldilà personale, Spazio Interiore 2012.

 

 

1) Normalmente le grandi domande sull'esistenza nascono in presenza del dolore, della malattia, della morte e difficilmente in presenza della felicità che tutti rincorriamo, che cos'è per lei la felicità?

Carissimo signor Nardi, se per «felicità» Lei intende una sovrabbondanza di energie e di sentimenti (una «fecondità» com’è nel senso latino del termine); una capacità di provare desideri, di non nasconderli e di realizzarli; un’esuberante inventiva, che riempia di novità ogni giornata; una sensazione di riuscita, sia nel presente sia, più ancora, nel futuro; il piacere di sentirsi liberi, nel pieno possesso dei propri diritti; una vivace curiosità; e una bella sete di verità e di giustizia, così come ne hanno solitamente i bambini; se per «felicità» Lei intende queste cose, penso proprio che si tratti del principale nemico dell’ordine sociale in cui viviamo. Per mantenersi, tale ordine richiede infatti che gli individui si accontentino di mirare a un moderato benessere, e nell’attesa di raggiungerlo si rassegnino a subire una lunga serie di frustrazioni, che la maggioranza ritiene indispensabili – per ragionamenti del tipo «se ognuno potesse fare quello che vuole nessuno andrebbe più a lavorare». E la maggioranza degli individui obbedisce, accontentandosi e rassegnandosi. Altro che rincorrere la felicità! Ogni occidentale conduce una sua guerra personale, purtroppo vittoriosa, contro quella felicità nemica, nella quale si troverebbero le risposte a quelle che Lei chiama «le grandi domande dell’esistenza» - le quali certamente sorgono in presenza del dolore, ma non perché sia il dolore a provocarle, bensì perché chi agisce contro la felicità incappa inevitabilmente nel dolore. Gran parte di queste domande hanno, in realtà, a loro fondamento uno schema assai elementare: «Perché vivo così male?» E anche la risposta sarebbe elementare, richiederebbe soltanto l’eliminazione del punto interrogativo: «Proprio perché vivo così male». Ma per timore di questa risposta, e delle conseguenze che essa avrebbe nei rapporti con l’ordine vigente, la maggioranza si tiene aggrappata alle domande e alle dolorose condizioni in cui le domande sono destinate a restare tali.

 

2) Dottor Sibaldi cos'è per lei l'amore?

Attualmente, è una delle tante parole incerte della lingua italiana. E le parole incerte generano inevitabilmente retorica di bassa lega. In italiano possiamo dire, per esempio, «amore filiale», ma se una figlia dicesse al padre: «Io ti amo!» l’effetto sarebbe preoccupante.

È perché «amore» deriva dal latino amor, «desiderio appassionato ed esclusivo» (giustamente una vecchia canzone segnalava che Amore vuol dir gelosia), e amor a sua volta risale al sanscrito kama, «desiderio sessuale». È dunque sensato, in italiano, dire che «Dio ama gli uomini», dato che secondo la religione cristiana Dio ha avuto un figlio da un essere umano; ed è sensato dire che qualcuno «ami Dio», perché è possibile desiderare un rapporto appassionato con una Divinità. Ma non appena si parla di amore per gli altri, di amore per il prossimo, si è nella spiacevolissima situazione di non sapere esattamente cosa si stia dicendo: si prova cioè un senso di inadeguatezza – ma invece di accorgersi che il senso di inadeguatezza è dovuto a una carenza della lingua italiana, si crede che inadeguato sia colui che sta usando quel verbo. I più reagiscono a tale sensazione in modo punitivo: autopunitivo, pensando «Mi sento incerto quando parlo dell’amore per il prossimo, e di sicuro è perché non amo abbastanza, e dunque sono meschino»; oppure aggressivo, quando pensano che nel mondo non ci sia abbastanza «amore per il prossimo», perché la gente è cattiva. Altri invece, più giustamente, percepiscono qualcosa di falso nell’espressione «amore per il prossimo», ma ne deducono che i buoni sentimenti sono qualcosa di melenso.

Altre lingue sono più fortunate. In latino si diceva Diliges proximum tuum. La dilectio, cioè la capacità di preferire, era una parola bella e chiara. In greco, diliges era agapeseis, e l’agape era «trattare con grande affetto»: un’altra parola splendida. In inglese c’è love, in tedesco Liebe, in russo ljubòv’ (tutti apparentati al latino liber, «libero»), ovvero il «lasciare che una persona sia com’è davvero, perché ci piace così com’è». In queste altre lingue è un concetto che si spiega da sé, senza lasciare equivoci. Ma in italiano, parlare d’«amore» in una sede diversa da quella del corteggiamento spinto, è solo una trappola. Temo la si debba a certe incongruenze storiche del cattolicesimo; e attualmente non lascia scampo, in questa lingua.

 

3) Come spiega l'esistenza della sofferenza in ogni sua forma?

Come un segnale che qualcosa non va. Confido che Lei non intenderà questa risposta in modo semplicistico. Un organismo soffre quando c’è qualcosa di sbagliato, o nell’organismo stesso, o nel comportamento del suo proprietario, o nelle circostanze. Il qualcosa di sbagliato può essere di due tipi: un’insufficienza (per esempio una malattia ereditaria), e in tal caso la sofferenza indica che vi è lì una sfida da vincere (trovare la cura); oppure un errore commesso da chi soffre o da altri, e in tal caso richiederà una correzione. Penso sia il modo più ottimistico di spiegare la sofferenza; in ogni caso, è il mio.

 

4) Cos'è per lei la morte?

Sicuramente non quello che avverrà dopo il decesso. Non mi pare che saperlo in anticipo sia una questione urgente, così come non lo sarebbe il voler sapere, il giorno del matrimonio, cosa capiterà dopo il divorzio. Nella morte, vedo un’espressione dell’atteggiamento che si ha verso la vita: ed è un’espressione infallibile e utilissima. Per esempio: più uno pensa alla morte, e – di certo - meno ha voglia di pensare alla propria vita, perché la vita che sta facendo non gli piace e lo annoia. Più uno pensa alla morte come al giudizio finale, e meno ha voglia di fare i conti con se stesso e con gli altri – altrimenti non li rimanderebbe al futuro. E così via.

 

5) Sappiamo che siamo nati, sappiamo che moriremo e che in questo spazio temporale viviamo costruendoci un percorso, per alcuni consapevolmente per altri no, quali sono i suoi obiettivi nella vita e cosa fa per concretizzarli?

Non sarei così sicuro che «siamo nati». Conosco moltissime persone che non sono nate affatto, cioè non ci sono ancora; e moltissime altre che stavano nascendo ma hanno smesso (spero momentaneamente) di partorirsi. Personalmente, sono alle prese con alcune fasi delicate del mio parto, e uno dei miei obiettivi nel breve periodo è riuscire a tirar fuori altre membra della mia personalità da quella madre pigrissima che è il passato. Poi, mi auguro di progettare molto meglio la mia idea principale, che è quella di superare e far superare il maggior numero possibile di confini, di unire culture e mentalità tra loro lontane nel tempo e nello spazio. È ciò che ho sempre fatto finora, prima come studioso di letterature dell’Europa orientale; poi, come studioso di testi antichi, di mitologia e di psicologia del profondo. Ma confido di migliorare molto, già durante il prossimo periodo neonatale.

 

6) Abbiamo tutti un progetto esistenziale da compiere?

Certamente sì. Ne ho parlato a lungo nei miei libri sull’Angelologia, che è quell’antichissima tipologia psicologica (egizio-ebraica) basata sulla convinzione che ciascun individuo abbia una sua personale direzione da seguire, nell’attraversare «il Mar Rosso», e disponga di tutte le energie per esserne all’altezza.

 

7) Siamo animali sociali, la vita di ciascuno di noi non avrebbe scopo senza la presenza degli altri, ma ciò nonostante viviamo in un'epoca dove l'individualismo viene sempre più esaltato e questo sembra determinare una involuzione culturale, cosa ne pensa?

La mia idea è diametralmente opposta. Viviamo in un’epoca di tremenda massificazione, nella quale la stragrande maggioranza delle persone non ha in sé più nulla che si possa chiamare veramente «io». Pensano con la mente degli altri, desiderano quello che desiderano gli altri, fanno soltanto quello che fanno gli altri. Forse per «individualismo» lei intende quella particolare forma di egoismo su cui la pubblicità fa leva per spingere la gente a comprarsi cose? Ma anche questa è massificazione. Un’evoluzione culturale può passare, oggi, soltanto attraverso la riscoperta del proprio «io». Ma, proprio come duemila anni fa, «molti sono i chiamati» e pochi accettano, dato che essere diversi oggi è ancora faticosissimo.

 

8) Il bene, il male, come possiamo riconoscerli?

In nessun modo, se si ha voglia di essere saggi e si ha qualche simpatia per ciò che gli antichi chiamavano «Dio». Si sa, in teologia, che per Dio non esiste il bene e il male, ma solo il giusto e lo sbagliato. Nelle edizioni italiane della Bibbia, là dove si legge «l’albero della conoscenza del bene e del male» c’è un grave errore di traduzione: in ebraico era «il diramarsi della conoscenza del giusto e dello sbagliato». E il giusto e lo sbagliato hanno sempre avuto la caratteristica, appunto, di diramarsi, come viticchi che continuamente si intrecciano gli uni con gli altri. Riconoscerli in quei loro intrecci è ottima cosa, e richiede onestà interiore, libertà, apertura, pazienza, capacità dialettica (nel senso filosofico: tesi, antitesi, e sintesi che diventa una nuova tesi, con una nuova antitesi ecc.). Saltare alle conclusioni e credere di dover indicare che cosa è Bene e che cosa è Male è invece un’occupazione brutale, utile soltanto a chi si occupi di propaganda, o voglia diffondere odio e discordia.

 

9) L'uomo, dalla sua nascita ad oggi è sempre stato angosciato e terrorizzato dall'ignoto, in suo aiuto sono arrivate prima le religioni e poi, con la filosofia, la ragione, cosa ha aiutato lei?

A dire il vero, a me l’ignoto ha sempre interessato moltissimo, al punto che fatico un po’ a immaginarmi qualcuno che ne sia terrorizzato. Che tipo di persona potrebbe aver paura dell’ignoto? Forse un uomo molto religioso, che teme di scoprire in un’altra religione qualcosa di meglio di ciò che gli insegna la sua. O forse uno a cui piaccia avere ragione, e odia avere torto. Ma nella vita, si sa, o hai ragione o sei felice. I testi sacri (non le religioni, purtroppo), i grandi pensatori, la ragione, l’immaginazione, l’arte sono sempre state maniere di esplorare l’ignoto, non certo di difendersene: d’altronde, come potrebbe esserci la conoscenza, se non ci fosse l’ignoto nella quale esercitarla e farla progredire. A me sono stati di grande aiuto i testi di cui parlo più di frequente, cioè la Bibbia e i Vangeli; alcuni filosofi che amo molto: Eraclito, Hegel, Adorno, Castaneda; e anche (me lo conceda) alcuni animali, dai quali ho imparato moltissimo: molti gatti, un paio di cani, e nell’agosto scorso anche un giovane rondone che aveva avuto alcuni gravi problemi, e con il quale ho trascorso un’intera giornata indimenticabile, prima che un veterinario lo rimettesse in sesto.

 

10) Qual è per lei il senso della vita?

Penso proprio che la vita sia il senso di tutto. E anche qui è questione di parole. Noi, con «vita» intendiamo spesso la «durata di una vita»; ma qualche anno fa, ho scoperto con grande gioia che in greco c’era la parola zoè, che indica un concetto sconosciuto alla civiltà occidentale: l’energia specifica di tutto ciò che vive, e che si contrappone non alla morte, ma alla non-vita – ovvero a tutte le cose e a tutti gli uomini che non vivono affatto, ma si limitano a durare per un po’. Questa zoè (che è una e la stessa in tutti i viventi) a mio parere è ciò che per noi può dare senso a tutto, un po’ come i punti cardinali danno senso a qualsiasi posizione o direzione.

 

 

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