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Riflessioni sulla Simbologia

di Sebastiano B. Brocchi    indice articoli

 

Le Nozze Chimiche di Renzo e Lucia.
Cenni di esoterismo manzoniano

Luglio 2008

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Tuttavia, come ci viene detto da Manzoni, il progetto nuziale alchemico è ostacolato fin dal principio da un terzo personaggio: Don Rodrigo. Esso è lo Zolfo volgare od Ego inferiore, che si frappone all’unione dell’Anima con il Super-Io.

A questo proposito citerei un libro che ha molto favorito il mio percorso iniziale nell’Arte alchemica, ossia l’anonimo “Appunti di un’Opera Ermetica” (Edizioni della Terra di Mezzo). In esso viene ben chiarita la natura di questo terzo, di questo ostacolo. I termini utilizzati, ancora una volta, appartengono al vocabolario chimico-favolistico dell’Alchimia, ma non è difficile comprendere di cosa si parli in realtà: «Chi così erroneamente opera, cerca di porre un punto di riferimento, invece che nel divino Nucleo Regale, nella Materia caotica e oscura, e più precisamente proprio nello Zolfo volgare, ovvero nell’io pensante posto all’interno del composto e non all’esterno come deve essere fatto.

In seguito a ciò nessuna vera trasformazione potrà essere ottenuta, dato che in questo caso sarà un tiranno e non un Re a comandare il composto ed a dirigere le operazioni, che porteranno ad un ulteriore e tremendo oscuramento della Materia stessa.

Di certo la sensibilità della Regina, ovvero dell’Argento, ovvero dell’Anima purissima della Materia, potrebbe impedire che un tale inaudito errore venga compiuto.

Essa è infatti l’unica che può riconoscere il Re, dato che la donna volgare non è capace di ciò, mentre ella dispone della sensibilità necessaria e dato che, quando ella lo riconosce, di lui eternamente si innamora, stringendolo in un abbraccio perenne.

Ma il maschio volgare, ovvero lo Zolfo volgare e cioè il tiranno, in genere maltratta ed offende la Regina, facendola morire alla sua luminosità e trasformandola in un Mercurio volgare, sporco e repellente, in un’anima triste, scura e non più luminosa qual’è appunto il composto che si forma in seguito all’unione dell’Argento con lo Zolfo volgare.

È chiaro che in questo caso si sarà fatto evidentemente il contrario di ciò che l’Opera si ripropone ed è molto triste prendere atto del fatto che quasi tutti nei tempi odierni operano, in modo consapevole o inconsapevole, in siffatta abominevole maniera, maltrattando la Donna dei Filosofi, ovvero la bianca e sensibile Luna, precipitandosi sempre più in basso ed identificandosi sempre più con il Chaos dominante, invece di cercare di salire in alto».

 

Passiamo ora a Don Abbondio, con cui si apre il romanzo e al quale si deve la celebrazione finale delle nozze. Egli, secondo la logica interpretativa qui intrapresa, rappresenta l’Iniziato, l’Alchimista, il Mistico o più semplicemente il Ricercatore, colui entro il quale (cioè entro la cui coscienza) si svolgono gli eventi descritti nel romanzo. Il nome Abbondio deriva dal nome augurale latino Abundius, ripreso dall'aggettivo abundus, "ricolmo, abbondante", con l'augurio di essere ricco di beni spirituali e di virtù.

 

Mentre, una sera di novembre del 1628, Don Abbondio sta percorrendo una strada lungo la sponda del lago (il che indica metaforicamente il suo aver intrapreso il sentiero ermetico), viene improvvisamente bloccato dall’apparizione di due bravi di Don Rodrigo. Se Rodrigo, come abbiamo detto, rappresenta l’Ego tiranno, mi sembra verosimile che i due loschi scagnozzi che ostacolano il Viandante siano simbolo l’uno del Chaose l’altro del Desiderio (sull’accezione con cui utilizzo questi termini in ambito alchemico cfr. Sebastiano B. Brocchi, “Riflessioni sulla Grande Opera”). Ego, Chaos e Desiderio, i tre nemici dell’Opera, gli stessi che in forma di fiere (Leone, Lupa e Lonza), interrompono il sentiero di un altro iniziatico Viandante, Dante Alighieri, il quale, proprio come Don Abbondio nel primo capitolo de “I Promessi Sposi”, nel primo canto della “Divina Commedia” si accinge ad imboccare un sentiero che lo conduca fuori dalla selva oscura.

Ego, Chaos e Desiderio sono gli elementi ottenebranti che impediscono all’Alchimista di procedere nel progetto di celebrare le agognate Nozze Chimiche fra il Re e la Regina interiori, o fra il Renzo e la Lucia interiori.

Don Abbondio, a questo punto, succube del volere di Don Rodrigo, assicura la propria fedeltà al signorotto spagnolo promettendo di non celebrare il matrimonio, già fissato. In altre parole, il Neofita cede di fronte all’apparente insormontabilità degli ostacoli che si frappongono fra lui e il compimento della sua Opera.

 

Tuttavia, come Dante impaurito e perduto alla vista delle tre belve otterrà il provvidenziale soccorso di Virgilio, così le vicende che nel romanzo manzoniano condurranno al matrimonio di Renzo e Lucia verranno guidate da Fra Cristoforo, simbolo di quel “Maestro Interiore” o “Voce della Coscienza”, che è Cristoforo nel senso etimologico del termine, ossia “Portatore di Cristo”, colui che conduce alla “cristità”. Si tratta del Nous onnisciente che parla al nostro cuore, suggerendoci la strada per ritrovarci.

 

La prigionia di Lucia nel castello dell’Innominato indica in modo eloquente la condizione, di prigionia appunto, dell’Anima che attende l’Iniziazione. Anima prigioniera in un individuo che ha perduto sé stesso, e con ciò il proprio nome (perciò Innominato), simbolo dell’uomo alla deriva nel mondo, che vive avendo perso di vista la propria origine e la propria meta. Un simile uomo, proprio come l’Innominato manzoniano, potrà redimersi soltanto dando ascolto alla sensibilità della propria Lucia, luce, scintilla, fiammella: Anima-Donna-Argento-Luna-Regina del profondo. Solo così questo uomo-nessuno potrà incontrare quello che Manzoni personifica come Cardinale Federigo Borromeo. Federigo significa Signore della Pace, il che richiama alla mente Melchizedek della letteratura veterotestamentaria («Melchisedec, Re di Pace, offrì pane e vino: era sacerdote del Dio altissimo e benedisse Abramo» “Genesi”, 14,18-19). Allo stesso modo Federigo Borromeo benedice-consacra il mutamento interiore dell’Innominato. Non si tratta chiaramente di un sacerdote in carne ed ossa che compie un rituale a giovamento di un fedele, ma del Sé consapevole che consacra (dal latino con-secràre, rendere sacro) il Sé inconsapevole.

 

La natura ermetica dell’opera manzoniana è rafforzata dall’aver scelto di ambientare il romanzo al tempo della peste. Essa rappresenta l’alchemica “lebbra dei metalli”, e in altre parole è lo stato corrotto in cui si trova l’essere umano profano che anela alla palingenesi iniziatica. Ma è anche un modo per inscenare la “morte filosofica” di Renzo.

«È proprio la peste a permettere il ritorno di Renzo: ripercorrendo la Lombardia, egli compie un secondo viaggio di iniziazione, una sorta di “discesa agli inferi”, che lo porta a visitare il suo villaggio distrutto (…) e ad attraversare una Milano in preda al contagio, dove viene addirittura scambiato per “untore” e riesce a salvarsi solo saltando su un carro carico di cadaveri. Questo suo cammino nel regno dei morti è il necessario compimento della sua formazione, la premessa al ritrovamento di Lucia nel lazzaretto» (Giulio Ferroni, “Storia della Letteratura Italiana”, volume X).

Una morte seguita, come sempre nei racconti a sfondo iniziatico, dalla resurrezione, poiché guarito dal male mortale Renzo ne diviene immune. Chi infatti muore iniziaticamente non conoscerà la morte in senso assoluto, poiché avrà identificato sé stesso ad un Ego imperituro e non singolare.

 

Con questo articolo non pretendo di essere stato esaustivo nell’esegesi di un romanzo lungo e complesso come “I Promessi Sposi”, ma di aver seminato in voi un granello di curiosità sul possibile retroscena filosofico ed esoterico di questo libro, che a saperlo interpretare è capace di ricambiarci molto generosamente con insegnamenti e consigli su come trovare armonia e consapevolezza nella nostra esistenza.

 

Sebastiano B. Brocchi

 

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