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Riflessioni sulla Simbologia

di Sebastiano B. Brocchi    indice articoli

 

Il pesce d’aprile
quel grande insegnamento attaccato alla giacca

Aprile 2009

 

Pesce d’aprilePochi giorni fa, il primo di aprile, come ogni anno alla stessa data, ho visto rientrare mio padre dal lavoro con un pesciolino di carta attaccato alla giacca. Mio padre fa l’insegnante, per cui si diverte a lasciare che i bambini “celebrino” a sue spese l’antico rito del “pesce d’aprile”…
Osservando quel simpatico pesciolino di carta che il nastro adesivo teneva coraggiosamente ancorato alla schiena di mio padre, sono tornato con la memoria agli anni dell’infanzia, in cui quel simbolo aveva per me, come per tutti i miei coetanei, un valore ludico ed emotivo certamente più intenso. Da bambini, quel gesto non era una semplice burla, non una fra le tante, ma, in un certo senso, la rappresentazione concreta della “rivincita” dei bambini sul mondo degli adulti. Quegli adulti, tutti presi dalla loro altezzosa boria che li rendeva sicuri di sé, facendogli credere di essere impeccabili, rispettabili, importanti… veniva, per un giorno, “minata” da un gesto così semplice, un gioco di bambini, che attraverso un piccolo, fragile, insignificante simboletto cartaceo, potevano rendere gli adulti oggetto di derisione, facendo perciò crollare i valli, i saldi confini, che di fatto separavano il loro mondo dal nostro.
L’adulto in questione, la vittima dello scherzo, il “capro espiatorio” di questo strano rituale, trovandosi soggetto all’imbarazzo dello scherno, era in qualche modo costretto a rinunciare al suo “orgoglio”, alla sua seria “dignità”, ripiombando nella condizione di innocenza dalla quale proveniva pur senza ricordarsene.
Da bambino naturalmente non pensavo a questi aspetti “filosofici” dello scherno primaverile. Solo oggi, ad anni di distanza, rivedendo quel pesciolino sulla giacca di mio padre, mi ritrovo a fare queste considerazioni, e mi rendo conto di quanto profondo e ancestrale sia il suo significato…

 

«Le origini del pesce d'aprile non sono note, anche se sono state proposte diverse teorie. Si considera che sia collegato all'equinozio di primavera, che cade il 21 marzo. Prima dell'adozione del Calendario Gregoriano nel 1582, veniva osservato come Capodanno da diverse culture, distanti come l'antica Roma e l'India. Il Capodanno era in origine celebrato dal 25 marzo al 1º aprile, prima che la riforma gregoriana lo spostasse indietro al 1º gennaio. In seguito a ciò, secondo una prima versione sull'origine di questa usanza, si creò in Francia la tradizione di consegnare dei pacchi regalo vuoti in corrispondenza del 1º di aprile. Il nome che venne dato alla strana usanza fu poisson d'Avril, per l'appunto pesce d'aprile. Ma dato che l'usanza è un po' comune a tutta l'Europa, alcuni studiosi sono andati un pochino più indietro nel tempo e hanno ipotizzato come origine del pesce d'aprile l'età classica, ed in particolare hanno intravisto sia nel mito di Proserpina che dopo essere stata rapita da Plutone, viene vanamente cercata dalla madre, ingannata da una ninfa, sia nella festa pagana di Venere Verticordia alcune possibili comunanze con l'usanza attuale». (da wikipedia)

 

Questo breve estratto enciclopedico, ci dice soltanto che l’usanza di festeggiare l’ingresso nella primavera con degli scherzi è ben più antico di quanto si creda. Tuttavia, non ci dice perché proprio il simbolo del pesce sia stato scelto fra gli infiniti possibili per rappresentare questo giorno e questo “rito”.
Una prima riflessione potrebbe indurci a credere che la scelta di questo animale si possa collegare all’astrologia: anche se di fatto il segno dei Pesci “domina” l’oroscopo solo fino al 20 marzo, è vero che in senso generale esso “dischiude” le porte della primavera…
Eppure questa spiegazione non ci rischiara molto le idee. Rimane un mistero il legame fra il pesce e lo scherzo...
Vorrei dunque proporvi una mia teoria in proposito. Non so se questa teoria rispecchi la realtà storica dell’origine del pesce d’aprile, ma di certo ci da la possibilità di riflettere sulla natura profonda, direi quasi “mistica”, dell’oggetto della nostra analisi.
Un’antica leggenda allegorica, riportata anche da celebre alchimista Fulcanelli nel suo libro “Le Dimore Filosofali” per il suo alto valore simbolico, e attribuita al filosofo francese Rene François, narra che un giorno, l’imperatore Caligola, credette caligola vascello pesce«di scoppiare dall’ira mentre ritornava a Roma con una possente armata navale. Tutti quei superbi vascelli, così ben apparecchiati e provvisti di potenti speroni navigavano ch’era un piacere; il vento in poppa gonfiava tutte le vele; le onde e il cielo sembrava che fossero favorevoli a Caligola, assecondando i suoi progetti, quando sul più bello, ecco che la galera ammiraglia e imperiale si fermò improvvisamente. Le altre navi invece volavano sull’acqua. L’imperatore si corrucciò, il pilota raddoppiò i suoi colpi di fischietto, i quattrocento rematori e galeotti ch’erano ai remi, cinque per banco, sudavano a forza di remare; il vento soffiava con più forza, il mare cominciò ad indispettirsi per questo affronto, tutti si meravigliarono di questo miracolo, e l’imperatore si immaginò che un qualche mostro marino lo trattenesse in quel punto. Scesero allora in mare dei tuffatori, che, nuotando sott’acqua, esaminarono tutta la chiglia di quel castello galleggiante; trovarono un pesciolino piccolo e malintenzionato, lungo circa mezzo piede, che s’era attaccato al timone, e si divertiva a fermare la galera che aveva sottomesso l’intero universo. Sembrava che si volesse burlare dell’imperatore del genere umano che scalpitava tanto con tutti i suoi gendarmi e i suoi tuoni di ferro che lo avevano reso signore della terra.
Ecco, disse nel suo linguaggio di pesce, un nuovo Annibale alle porte di Roma, che trattiene in una prigione galleggiante Roma ed il suo imperatore: Roma la capitale condurrà i re prigionieri al suo trionfo ed io condurrò in un trionfo marino, per le contrade dell’Oceano, il Principe dell’Universo. Cesare sarà re degli uomini, ed io sarò il Cesare dei Cesari; tutta la potenza di Roma è adesso mia schiava e può compiere anche i suoi ultimi sforzi, perché, finché vivrò, la tratterrò in questa regale prigione. Giocando e tenendomi attaccato a questa nave, in un istante farò più di quanto essi hanno fatto in ottocento anni, massacrando il genere umano e spopolando la terra. Povero imperatore! Quanto sei lontano dalla tua fama leggendaria, con tutti i tuoi centocinquanta milioni di rendita e i trecento milioni d’uomini al tuo servizio: un pesce villanzone t’ha fatto suo schiavo! Si gonfi pure il mare, soffi il vento, divengano tutti schiavi al remo, e tutti gli alberi si trasformino in remi, non per questo faranno un sol passo senza il mio permesso ed il mio congedo… ecco il vero Archimede dei pesci, perché da solo blocca tutti quanti; ecco la calamita animata che imprigiona il ferro e le armi della prima Monarchia del mondo: io non so chi chiama Roma l’ancora dorata del genere umano, ma questo pesce è l’ancora delle ancore… o meraviglia di Dio! Questo pesciolino fa vergognare non solo la grandezza romana, ma anche Aristotele, che in questo caso non fa una bella figura, ed anche la filosofia fallisce completamente, perché essi non trovano nessuna ragione per spiegare questo fatto, cioè che una bocca senza denti fermi una nave spinta dai quattro elementi o le faccia raggiungere il porto nel bel mezzo delle più tremende tempeste.
Plinio dice che tutta la natura si tiene nascosta e sta in guardia, sistemata di guarnigione anche nelle più piccole creature; io gli credo, e, per quel che mi riguarda, penso che questo pesciolino sia la bandiera della natura e di tutti i suoi gendarmi; è lei che arpiona e ferma queste navi; è lei che imbriglia, senz’altre briglie che il muso d’un pesciolino, ciò che non si può imbrigliare… Ahimé! abbassiamo quindi le corna della nostra vana arroganza, con una santa considerazione; perché se Dio, giocando con l’aiuto di un piccolo pirata del mare, e d’un pirata della natura, blocca e impedisce i nostri progetti, che se ne vanno in mille pezzi, a cosa ridurrebbe tutte le nostre cose se usasse tutta la sua potenza? Se con nulla riesce a compiere tutto, e con un pesce, o piuttosto con un piccolo nulla, che nuota e si comporta da pesce, abbatte tutte le nostre speranze, ahimè! dove finiremo quando si servirà di tutto il suo potere e di tutte le legioni della sua giustizia?».

 

Questa leggenda, descrive i poteri sovrannaturali del mitologico pesciolino chiamato “remora” (nulla a che vedere con la specie ittica omonima realmente esistente).

In realtà, come si può evincere chiaramente, la remora rappresenta l’onnipotenza della Mente creatrice sull’universo creato, che di fatto può rendere vani gli sforzi e le speranze degli uomini. Come potete vedere, qualcosa di molto simile potrebbe costituire il messaggio segreto alla base dell’esoterismo del pesce d’aprile…

 

«Porre sé stesso innanzi, è rimanere oscuro;
Bastare a sé stesso, è retrogradare;
Esibire sé stesso, è dipendere;
Compiacersi di sé stesso, è decadere.
(…)
Sapersi forte e fare il debole, è il fondo della Vita Sociale:
Chi lo possiede non si allontana mai dalla Virtù,
Tornerà allo stato morale di fanciullo.
Sapersi illuminato e far l’oscuro è l’essenza della Vita Sociale:
Chi la possiede non smarrisce mai la Virtù,
Tornerà allo stato intellettuale d’universalità.
Sapersi grande e fare il piccolo è la natura della Vita Sociale:
Chi ciò possiede progredisce sempre nella Virtù,
Tornerà allo stato sentimentale di ingenuità.
(…)
Diminuzione implica Aumentazione;
Debolezza implica Forza.
Decadenza implica Ascendenza;
Vuoto implica Pienezza.
(…)
Fiumi e laghi sono re delle vallate, perché sono più bassi:
Essi possono così essere re.
Conformemente a ciò:
Il Perfetto, per essere al di sopra del popolo, si abbassa in parole;
Per esser primo del popolo, sopprimerà il suo io.
In tal modo, esso sarà di sopra, e il popolo non si troverà oppresso,
Sarà il primo, e il popolo non si troverà abbassato»

(Lao-Tse, “Il Libro della Via e della Virtù”).

 

È forse questo, mi chiedo, che vogliono ricordare i bambini al loro maestro (seppur, certo, senza saperlo, ma agendo ingenuamente) attaccando con pochi centimetri di nastro adesivo un piccolo pesce di carta sulla sua giacca? un piccolo pesce, “o piuttosto un piccolo nulla”, che come la remora, gli ricordi sempre di non ancorare sé stesso alle piccole e fugaci speranze ed illusioni del suo io? E gli ricordi di considerare con spirito ironico e scherno quei vani edifici della mente che sono l’orgoglio, la serietà, la rispettabilità e i sani principi…?

 

Sebastiano B. Brocchi

 

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