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di Aldo Strisciullo    indice articoli


 

Il misticismo secondo i bambini

Febbraio 2009

 

Sono stato incaricato di parlare del misticismo agli alunni della Scuola elementare San Filippo, a Città di Castello. Come parlarne a dei bambini tra gli otto e i dieci anni? Il misticismo sembra un concetto complesso a tal punto che vien quasi da pensare che solo chi ha una conoscenza ampia e strutturata è in grado di afferrarne il concetto.
misticismo secondo i bambiniD'altro canto: che cosa è mai il misticismo per un adulto? Io non ho trovato parole adeguate che non fossero belle definizioni confezionate, a cui rimandare per capirne l’essenza. Il fatto è che il misticismo è un’esperienza, un momento vissuto intimamente dall'individuo e perciò, in un certo senso, indefinibile.
A bambini di religione cristiana, cattolica, musulmana e buddhista, bisognava parlare, quindi, di un’esperienza e trovare un elemento comune, un oggetto di meditazione di là da ogni cultura, il cui senso fosse stato facilmente reperibile nel loro intimo. Così, ho chiesto loro di esprimere che cosa evocava l'immagine e la contemplazione di un tramonto.
Nelle risposte dei bambini alcuni aggettivi ricorrevano maggiormente, più o meno condivisi da tutti: benessere, emozione, gioia, serenità, equilibrio, amore, amicizia, fede, libertà, armonia spirito e, naturalmente, pace. Questi  aggettivi, espressi in modo spontaneo e immediato, rimandano a concetti ampi quanto precisi nel definire la loro esperienza o l'idea che loro hanno del misticismo. E, se si legge la letteratura mistica di qualsiasi tradizione, si può avere conferma di come tali concetti descrivano, effettivamente, l'esperienza mistica. Questo ci dovrebbe far capire come i bambini possiedono già un loro naturale senso della realtà (i bambini possiedono “ritmo e simmetria”, ovvero quella base organica e psicologica per la corretta maturazione dell’Io adulto).
Per quel che riguarda l’insegnamento, dunque, più importante del che cosa è il come insegniamo ai bambini. Come facciamo noi insegnanti a trasmettere delle conoscenze senza distorcere il rapporto spontaneo e immediato che i bambini hanno col mondo? Certo il bambino necessita di una forma, indispensabile a far si che si integri nel tempo in cui vive, secondo i codici della società in cui si trova, ma in che misura, se poi a pagare è la pienezza della percezione, l’empatia con il mondo? Se è vero che ogni bambino è frutto dell’ambiente in cui vive è anche vero che dalla nascita egli ha una percezione non codificata in nessuna cultura.
Per vivere noi adulti abbiamo bisogno di pensare il mondo, abbiamo necessità di ristrutturarlo mentre i bambini di “essere”. Benché il bambino debba comunque definire il suo rapporto con la realtà (si pensi anche al “periodo magico”, intorno a i 4 anni), i bambini hanno una percezione naturale di Dio (dice il Corano, ogni essere umano nasce puro, sottomesso a Dio, e poi i suoi genitori o chi per essi gli danno una religione. E Gesù: «Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio» (Vangeli - Marco Mc 10,14)).
Ho raccontato ai bambini una novella didattica. Un Maestro dà a cinque allievi un uccellino e una scatola e chiede loro, quando certi che nessuno li vede, di tagliare la testa all’uccellino e di riportarlo dentro la scatola. Mentre quattro degli allievi riescono, a loro dire, ad essersi certamente isolati e ad aver eseguito quanto chiesto, uno dei cinque risponde al Maestro che, in ogni luogo dove aveva cercato di appartarsi, Dio era sempre con lui e che quindi non era mai stato solo.
Ancora, elaborando, i bambini hanno espresso dei concetti per cui secondo loro Dio è invisibile ma permea tutte le cose. Allora, abbiamo concluso che il mistico è l’amico di Dio, perché vedendo Dio in tutte le cose, agisce e compie ogni suo atto in armonia e in amicizia con Dio.
Quello che ne deduciamo è che la cultura crea dei condizionamenti che alterano il senso stesso della realtà, deformandone la percezione e il rapporto, mentre il bambino è già dentro la realtà.
In quanto adulti ed educatori dovremmo accompagnare la crescita con un atteggiamento impersonale, senza proiezioni personali ed evitando la costruzione di vuote sovrastrutture mentali. Dovremmo rispettare e valorizzare la persona del bambino, farla vibrare in sintonia con gli altri e non inscatolarla come l’uccellino, a cui l’allievo taglia la testa perché cercava “solo” di obbedire a quanto letteralmente chiesto dal maestro, senza comprendere l’insegnamento che gli veniva suggerito.
La Fede e il concetto di Dio stesso non sono superstizioni ma esperienze direttamente connesse all’apparato biologico umano. La meditazione religiosa provoca un’attività nell’area motoria del cervello, coinvolgendo anche il sistema limbico, per cui si dilata il concetto del sé (i bambini avevano detto: serenità, equilibrio, pace, armonia, ecc., concetti legati all’espansione dell’Io), capendo che, se la parte materiale dell’essere umano non possiede questo concetto, l’anima sì. E più si attivano le identificazioni spirituali più l’essere umano giunge alla consapevolezza piena, alla autentica “realizzazione del sé”.
Così, i bambini si riferiscono alla realtà attraverso i concetti culturali che l’adulto trasmette, ma spesso i concetti deformano la realtà. Le parole veicolano l’essenza delle cose ma non sono le cose. Ecco, con questa consapevolezza dovremmo parlare ai bambini.

 

Aldo Strisciullo

 

- Articolo apparso sulla rivista Sufismo, n°6/2009

 

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