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Sufismo

Riflessioni sul Sufismo

di Aldo Strisciullo    indice articoli


 

La poesia mistica

Novembre 2008

Laleh Bakhtiar - Traduzione e introduzione di Aldo Strisciullo

 

“Sappi che il mondo intero è uno specchio,
in ogni atomo vi sono cento soli fiammeggianti.
Se tu spezzi il cuore d’una singola goccia d’acqua,
ne emergono cento puri oceani.
Se esamini ogni granello di polvere
vi si possono scoprire mille Adami…
In un granello di miglio si cela un universo;
tutto è raccolto nel punto presente…
Da ogni punto di questo cerchio,
vengon tratte migliaia di forme.
Ogni punto, nella sua rotazione in cerchio
È ora un cerchio, ora una circonferenza che gira”.

 

Mahmûd Shabestarî Galshan-e Râz

 

 

La poesia misticaLe immagini nella poesia mistica non costituiscono un insieme di traslati, ma il lato sensibile della visione stessa. Sono come veli trasparenti sulle sfere dello spirito. L’esperienza diventa immagine diretta, senza un rapporto di somiglianza o per metafora, per cui la lettura è immediata non appena le parole sono sfiorate. Ciò vuol dire entrare in uno stato. Le parole sono frutto dello stato interno, sono l’immagine della cosa in sé.
Le figure, i simboli sono costruiti all’interno di una tradizione. La tradizione è infusa di misticismo - è il misticismo stesso - per cui la forza e l’intensità delle parole e dell’evocazione sono tutt’uno con ciò che dicono e ciò che evocano. Naturalmente, le figure e i simboli avranno un senso particolare perché coniati all’interno di un insieme di simboli corrispondenti tra loro (si pensi al vino, al coppiere, alla coppa, ecc., contenuti in tanta poesia mistica). Ma per ciò che concerne l’essenza, questa resta indipendente dai contesti storici, dai luoghi e dalle stesse trasformazioni linguistiche. Quando un sistema è organizzato secondo precisi simboli, quel sistema costituisce una scuola. La tradizione è la via è l’insegnamento.
La potenza, il ritmo e la simmetria nella poesia danno vita ad un movimento che va dall’esterno verso l’interno portando al raccoglimento e alla visione. Tutto è in un punto e in quel punto è tutto. Il ritmo incanta l’essere, la simmetria pareggia gli opposti, la sostanza sottomette la forma. Così lo sguardo del mistico penetra il flusso delle cose, lo accoglie e vede nelle cose se stesso.

Aldo Strisciullo

 

 

Della poesia mistica si può dire che essa è una combinazione della religione, della filosofia, e dell’arte, come anche l’espressione più profonda e più ricca delle aspirazione mistiche. Essa costituisce una sintesi del pensiero, delle emozioni e dell’immaginazione, che risveglia e stimola i sensi profondi.
Fu dapprima in arabo che i Sufi, indipendentemente dalla loro nazionalità, insegnarono e scrissero. I primi trattati e le epistole abbondano di termini tecnici e non c’è alcun dubbio che si rivolgevano ad un pubblico già familiarizzato con le nozioni teologiche. Essi rappresentano la base della forma popolare e mistica del Sufismo. Nel X secolo, si assistette alla fioritura della letteratura persiana che doveva ispirare la maggior parte della futura poesia sufi.
I Sufi adottarono dapprima la forma della quartina, o rubấ‘î, non didattica e che poteva esprimere in termini semplici la riflessione e l’emozione mistiche. Si coltivò ugualmente l’ode, quasîdah e ghazal, ma fu con l’apparizione del mathnawî, preso in prestito dalla poesia epica, che il Sufi trovò il suo miglior modo d’espressione. Il mathnawî sufi è didattico e sembra modellarsi sul suo equivalente in prosa, il discorso o l’omelia dello Shaykh ai discepoli raccolti intorno a lui. Questa forma conviene tanto alle leggende tratte dal Corano quanto alle tradizioni dei Profeti, agli aforismi, aneddoti e miracoli dei santi, alle parabole, alle allegorie e altro. Che esponga la dottrina o descriva l’amore dell’anima per Dio e le peregrinazioni dove la conduce la Ricerca di Lui, il mathnawî introduce tradizionalmente numerosi altri racconti.
La combinazione di sei elementi determinati dal numero di lettere della parola (2 lettere, 1° mobile, 2° fissa; 2 lettere, entrambe mobili; 3 lettere, 1° e 3° mobili, 2° fissa; 4 lettere, prime  e tre mobili, 4° fissa; 5 lettere, prime quattro mobili, 5° fissa) da vita a sette piedi principali. La notazione metrica persiana è indicata in lunghe (l) e in brevi (o).

 

poesia mistica


Partendo dal principio che la poesia persiana a quattro tempi formata da un certo numero di misure che possono tutte ridursi a otto misure, pause comprese, la metrica fa della croma, o un ottavo, l’unità di misura che definisce i rapporti tra la musica e il metro.
L’unione di due piedi o più danno un metro. L’emistichio è la metà di un verso. Si chiama rubấ‘î un gruppo di due versi o quartine. In questa forma poetica primi, secondi e quarti emistichi devono rimare. Certi poeti fanno addirittura rimare insieme i quattro emistichi. Un gruppo da 6 a 13 versi costituisce un ghazal o un’ode. Questa forma è riservata principalmente ai poemi d’amore che traducono spesso in modo velato le intuizioni mistiche. I due emistichi del primo verso devono rimare, in seguito solo i secondi devono rimare insieme.
Se ci sono più di 15 versi, si ha un quasîdah, nel quale i due emistichi del primo verso devono comprendere lo stesso numero di lettere e avere lo stesso movimento. Nel mathnawî, ogni verso possiede una rima propria e gli emistichi rimano due a due.
La cura accordata al dettaglio di ogni verso in un poema in tanto che totalità unificata da una sola rima e in cui domina  un solo sentimento è un principio strutturale che si ritrova in tutta l’arte sufi. Ognuno dei versi corrisponde all’immagine originale dell’arabesco nella ripetizione continua di un tema unico.
Tutti i simboli metafisici, cosmologici, psicologici e religiosi dell’espressione Sufi figurano nella poesia mistica. Ma alcuni di loro appartengono più particolarmente ad un modo d’espressione preciso; ciò che è vero di qualsiasi altra forma artistica.
Benché siano tutti ricollegati alla tradizione dell’Islâm che li orienta verso la Ricerca spirituale, i poeti mistici sono spesso in disaccordo con i sostenitori dell’essoterismo che osservano la legge divina ma rifiutano di riconoscere la possibilità del viaggio spirituale. Nel corso della loro evoluzione certi simboli hanno urtato il grande pubblico e, per questa ragione, molti poeti furono giudicati eretici. Di fatto, essi esprimono un punto più sottile utilizzando in un certo modo le parole del Corano. Sfidando esteriormente i giuristi, essi incarnarono interiormente e attraverso le loro opere la Via dell’Islâm.
Bisogno sottolineare che le immagini poetiche non sono solamente delle metafore, se diamo a questo termine la definizione aristotelica: «un trasferimento per sostituzione analogica». Non si tratta di un’esperienza straordinaria data ad un mistico e che egli traduce per mezzo di una metafora. Al contrario, è la visione o l’immagine che è la metafora, ed è per questo che i termini che saranno descritti costituiscono veramente dei simboli, poiché le espressioni utilizzate dal mistico non sono altro che la forma sensibile nella quale lui vede la Realtà.
Un universo completo di esperienze metafisiche è espresso in poesia attraverso immagini prese in prestito dalle tradizioni pre-islamiche, come il vino, il coppiere, la taverna, le bevande inebrianti, in breve tutto ciò che interdice il Corano nella loro forma esteriore. I poeti sufi si sono impossessati di questi termini e li hanno interpretati a partire dalla loro ermeneutica spirituale, sul piano psicologico e metafisico.
La poesia misticaIl vino simbolizza l’estasi che pone il Sufi «oltre se stesso» in presenza di una visione o di una emanazione del Beneamato. E’ il simbolo dell’Assoluto, manifesto e presente. Il vino costituisce il catalizzatore all’origine del movimento dell’anima del mistico verso la visione spirituale; ciò che, per il mistico, è l’amore, esso stesso oggetto della Ricerca allo stesso tempo – e qui è il paradosso – il principale ostacolo per colui che cerca.
Il coppiere, sâqî, fa bere; si prova ad attirare la sua attenzione. Egli apporta il vino dell’amore e dell’affetto. Simbolizza lo Shaykh che, attraverso l’amore, conduce l’iniziato ad abbeverarsi al vino della Conoscenza divina.
La taverna, may Khâneh, simbolizza il cuore del mistico o la residenza dell’amore, di un amore che riempie il cuore del viaggiatore. Il mercante di vino, khammar, è il discepolo perfetto che conosce le Qualità di Dio e l’essenza di Maometto. Colui che «frequenta le taverne» è liberato dal sé,  poiché la taverna si situa in un mondo in cui la somiglianza non esiste. E’ un santuario al quale manca il luogo; é il nido dell’uccello dell’anima.
I Sufi «ebbri di Dio», o mastân, sono anche gli amanti di Dio, annegati nell’oceano dell’Unità, familiari ai misteri ma non coscienti delle vicissitudini di questo mondo. Sono coloro che hanno una visione del Beneamato senza equivalenti nel mondo sensibile dell’esistenza.
Per il poeta mistico, il velo simbolizza un altro aspetto del sé. I veli sono i sentimenti di colpevolezza; essere velati è avere vergogna a causa del peccato. Attaccandosi allo Shaykh, l’Amico di Dio, il mistico si sbarazza dei suoi veli, della sua vergogna, e si riavvicina alla Divinità.

 

Bibliografia

Laleh Bakhtiar, Le Soufisme - Expression De La Quete Mystique, Le Seuil, Paris 1980.

 

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