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Riflessioni sulla Tecnosophia di Walter J. Mendizza

Riflessioni sulla Tecnosophia

di Walter J. Mendizza - indice articoli

 

La clonazione

settembre 2012


Vorrei sfatare il mito della clonazione. Di clonazioni ce ne sono due: la clonazione terapeutica e la clonazione completa di un individuo. Quest’ultima, che si propone di fare una copia identica di un organismo vivente, negli ultimi anni ha fatto passi da gigante, tanto che oggi sappiamo che siamo in grado di clonare anche le persone. Le forze bioconservatrici naturalmente si sono alleate contro questa presunta raccapricciante futura società di cloni. Ma al di là del presunto terribile raccapriccio, non hanno prodotto alcuna argomentazione valida. In fin di conti, se X si fa clonare, sta producendo una sorta di fratello gemello mica un obbrobrio della natura!

La clonazione terapeutica, invece, presenta sviluppi più interessanti. Si basa sulla ricerca sulle cellule staminali, quelle cellule non differenziate e non specializzate che non avendo ancora una funzione sono totipotenti, possono cioè trasformarsi in cellule di qualsiasi tessuto umano e di conseguenza possono essere in grado di riparare i tessuti danneggiati o magari riparare organi o essere introdotte in un organismo e indotte poi a divenire cellule del cuore o del fegato. Già adesso le cellule staminali prese dal midollo osseo tramite trapianto, vengono utilizzate per curare le leucemie. Le cellule staminali si trovano nell’embrione, nel midollo osseo dell’adulto, e nei cordoni ombelicali. Purtroppo però, quando si parla di staminali embrionali, il discorso si complica e scendono in piazza i clerical-conservatori che con il pretesto di puntare alla difesa della vita futura, la vita la mortificano e la negano agli altri.

Il perno del problema è la parola embrione. Dato che l’uso delle cellule embrionali provocherebbe la morte dell’embrione i bioconservatori (soprattutto cattolici) chiedono che la ricerca sulle cellule embrionali sia vietata. Peraltro proprio in questi giorni la Corte europea dei diritti umani ha stabilito il diritto di accesso alla fecondazione assistita anche per le coppie portatrici di malattie trasmissibili (anche se non infertili), confermando che la legge 40 viola l'art 8 della dichiarazione europea dei diritti umani relativamente al rispetto della vita familiare. L’avevamo detto in tempi non sospetti che la legge 40 era piena zeppa di divieti e lesiva dei diritti umani e francamente strideva vicino a leggi che consentono diagnosi prenatali e pre-impianto o  l'interruzione di gravidanza nel rispetto del diritto alla salute.

Ma torniamo alle cellule staminali: come si fa ad avversare una tecnologia che potrebbe allungarci di molto la vita producendo organi che sostituiscono quelli che a mano a mano si deteriorano? Come può l’ipotesi che l’embrione possa essere persona (e quindi vantare dei diritti, anche il diritto alla vita) essere messa in contrapposizione con la evidenza che una persona cosciente possa perdere la vita?

Perché se una pianta o un animale viene modificato in laboratorio ci sono schiere di bioluddisti contrari, mentre se le stesse cose si fanno nei campi o nelle fattorie selezionando semi e animali, la cosa passa inavvertita? Perché dovrebbe essere immorale interferire con la natura? Perché gli OGM vengono avversati mentre dovremmo invece augurarci che arrivino quanto prima? Non è attraverso questa strada che si potranno disegnare cibo e farmaci personalizzati in un prossimo futuro?

La verità è che non riusciamo a pensarci come una macchina biologica che ha il 98% di geni in comune con lo scimpanzé o il 95% con il ratto e l’80% con un verme di un millimetro (il caenorhabditis elegans) e il 50% con una banana. E’ un po’ come venire a scoprire che la Terra non è al centro dell’Universo e di conseguenza l’uomo non è il centro di tutto il Creato, fatto a immagine di Dio, ecc. ecc. Come facciamo a digerire che abbiamo lo stesso numero di geni di una gallina? Il non riuscire a pensarci come una macchina biologica ci ha fatto perdere di vista le possibili acquisizioni in un futuro immediato: la possibilità di ibridazione uomo-macchina (cyborg) o uomo-animale. Quanti animali ci sono che possono rigenerare un organo? La lucertola può rigenerare una coda persa, anche il pesce zebra può rigenerare le pinne o la salamandra le zampe. Sembrerebbe che anche noi mammiferi abbiamo avuto questa possibilità solo che nel corso della storia evolutiva l’abbiamo persa. Se così fosse, ben venga allora se qualche genetista riesce a portare avanti un programma genetico che controlli la ricostruzione degli arti. Cosa mai ci potrà essere di male? Perché opporsi?

Per quanto riguarda i cyborg, cioè la possibile ibridazione uomo-macchina, la prospettiva è ancora più rosea in quanto noi umani siamo stati in grado di creare “esseri” (i computer) che pensano razionalmente meglio di noi e più rapidamente. Il problema tecnosofico, cioè il problema di “saggezza tecnica” che si porrà eventualmente nel futuro sarà quello di verificare che le macchine non diventino consapevoli (ché, qualora fossero in grado di prendere coscienza, non potranno essere solo sfruttate ma dovranno godere di diritti). Se invece non saranno mai consapevoli, verranno sempre di più utilizzate nella produzione e ben presto avremo robot che ci rimpiazzeranno totalmente e presto si dovrà incominciare a ragionare su un problema economico di non poco conto, quello di dover garantire ad ogni essere umano un reddito di cittadinanza; altrimenti il capitale che tende ad allocare le risorse in maniera ottimale finirà per sostituire l’uomo con la macchina, liberandoci finalmente dalla schiavitù del lavoro ma ponendo un problema sociale non indifferente: se non ci sono lavoratori che prendono una paga, non ci saranno neppure consumatori e senza consumatori il nostro sistema capitalista crollerebbe immediatamente.

Ancora per quanto concerne i cyborg, è il caso di ricordare lo straordinario esperimento Brain Gate. Il 16 maggio del 2006 i principali mezzi di informazione diedero la notizia che Matthew Nagle, un ragazzo di ventisei anni, è stato il primo uomo al mondo che è riuscito, con la sola forza del pensiero, ad aprire e leggere una mail, a giocare con un videogame, a regolare il volume del televisore e, soprattutto, a controllare un arto-robot. Fu il primo tetraplegico nella storia della medicina che, grazie a un neurochip impiantato nel cervello, diventò il protagonista di un esperimento che conquistò quella settimana la copertina della rivista Nature. Il viaggio di Matt verso le nuove frontiere della scienza cominciò il 4 luglio del 2001 su una spiaggia del Massachusetts dove scoppiò una rissa e si trovò con un coltello conficcato nel collo fin dentro alla spina dorsale.

Le cronache di allora riferiscono: “Da ex idolo del football della locale scuola superiore, si ritrova, a 20 anni, paralizzato, gambe e braccia. Così decide di tentare l'esperimento. Nel 2004 il neurochirurgo Gerhard Friehs del Rhode Island Hospital, a Providence, gli impianta sulla parte di corteccia cerebrale che controlla i movimenti il BrainGate: si tratta di una «protesi neuromotoria», grande quattro millimetri per quattro, con cento elettrodi più piccoli di un capello, capace di mettere in comunicazione il suo cervello con gli oggetti del mondo esterno”.

In un articolo sul Corriere Scienza, il 17 luglio 2006, Adriana Bazzi scrisse: “Matt ci è riuscito. È riuscito ad aprire e chiudere le dita di una mano meccanica e ad usarla per afferrare e stringere oggetti: e questo è l'ultimo e più interessante risultato dell'esperimento. BrainGate, per il momento, è ben lontano dall'essere perfetto: è ancora troppo grosso e ingombrante e la qualità del segnale varia da paziente a paziente e da giorno a giorno. È indispensabile lavorare per aumentarne la durata e l'affidabilità. Matthew, e tutti gli altri pazienti che lo stanno provando, sanno benissimo di essere dei pionieri, ma sperano nel futuro. I ricercatori sono convinti che questa tecnologia potrà permettere non soltanto di usare un computer, di controllare arti artificiali, di muovere una sedia a rotelle soltanto «pensando» di farlo, ma anche di ristabilire un controllo diretto del cervello sul muscolo. Come? Costruendo stimolatori muscolari capaci di «ricevere» l'input dal cervello (attraverso BrainGate e non attraverso i nervi come avviene normalmente) e di trasmetterlo direttamente al muscolo che il paziente vuole muovere”.

Viene quindi un po’ di sconforto quando all’indomani della sentenza della Corte europea che in pratica boccia la legge 40 sulla procreazione assistita, si legge che lo Stato italiano sta pensando di far ricorso … Non si prende in considerazione che da quando è entrata in vigore la legge 40 sulla procreazione assistita, decine di migliaia di coppie italiane in cerca di un figlio hanno dovuto emigrare all’estero. Che la legge ha favorito il turismo procreativo alimentando un mercato di centinaia di milioni di euro. Quello che invece viene messo in evidenza sono piuttosto le parole strumentali della deputata Binetti: la sentenza della Corte di Strasburgo costituisce “un attacco alla vita nascente, alla vita debole e fragile”, una frase che vista con la visione di futuro di cui si parlava, di clonazione terapeutica, di ibridazioni con animali e macchine, rasenta l’impudenza. E questo scollamento tra ciò che succede nel mondo e i nostri cervelli portati all’ammasso accade perché il servizio pubblico radio-televisivo non garantisce una adeguata informazione su queste questioni e non si fa niente per organizzare trasmissioni di confronto e dibattito in modo da consentire agli italiani di conoscere, sapere e poter decidere con cognizione di causa.

Dobbiamo essere informati, e conoscere i rischi che ci stiamo assumendo, se vogliamo essere domani in prima fila nella ricerca e se vogliamo contare qualcosa nel nuovo mondo. Dobbiamo metterci in testa che non si vince nessun gioco se non si gioca, invece abbiamo messo il cervello a sedere, per piccolezza  d’animo o perché abbiamo rifiutato il  rischio, aggrappandoci a significati ereditati per affrontare in tutta tranquillità il naufragio della vita di tutti. Così facendo però finiremo per meritare tutta la disistima delle generazioni future e tutto il loro più profondo disprezzo.

Prima o poi arriverà il giorno in cui i nostri figli o i nostri nipoti ci rinfacceranno non tanto di aver giocato e perso, ma di non aver neppure tentato di giocare, di essere rimasti tutta la vita con le fiches in mano, terrorizzati dall’idea di perdere quei valori sul cui possesso abbiamo stoltamente covato un miraggio di felicità, mentre in realtà non facevamo altro che starcene accucciati nella nostra indolenza arroccata nella pochezza di spirito inventandoci di volta in volta una causa esteriore che rendesse ragione del frignare dei nostri simili o invitando i renitenti dubbiosi a indossare il saio di una vita più semplice al sapore di semolino. Sono queste le persone dalle quali dobbiamo guardarci, quelli che vogliono farci vivere immersi come cetrioli in salamoia, nel rassicurante brodo delle loro certezze; mentre la vita si gioca altrove.

 

   Walter J. Mendizza

 

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