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Riflessioni sulla Tecnosophia di Walter J. Mendizza

Riflessioni sulla Tecnosophia

di Walter J. Mendizza - indice articoli

 

Legalizzare e tassare

settembre 2014


Non poteva mancare in questa rubrica che celebra la saggezza della tecnica, un commento alla piccola rivoluzione che l’Istat, istituto centrale di statistica, in accordo con tutti i Paesi europei ha preparato riguardo al ricalcolo del Pil. A partire da quest’anno cambiano alcuni criteri e nel nuovo calcolo ci saranno una serie di attività illegali finora escluse come il contrabbando, il traffico di droghe e la prostituzione. Includere queste voci nel calcolo del Pil porterà ad un aumento del prodotto interno lordo (tra l’1% e il 2%) e questo comporterà ripercussioni positive perché alcuni indicatori chiave come il rapporto Deficit/Pil avrà un lieve miglioramento (se aumenta il denominatore di una frazione, il valore della frazione diminuisce). Si tratta di una riduzione molto piccola (appena dello 0,1%) ma è comunque una boccata di ossigeno molto importante per il governo dato che su questo indicatore di finanza pubblica il nostro Paese è un sorvegliato speciale di Bruxelles.

Dunque si tratta di un aggiustamento di metodo e nient’altro, non si sta cercando di avallare Cosa Nostra, ‘Ndrangheta e Camorra, ma è semplicemente una questione tecnica. Tuttavia questo tecnicismo ha dato l’abbrivio a una lunga serie di commenti negativi sul web, come se introdurre le attività illegali nel calcolo di un parametro equivalesse a dare giustificazione alla mafia, o ad aprire le porte a futuri ministri esponenti della Sacra Corona Unita oppure ancora che di questo passo si metterà la cocaina nel calcolo dell’indice dei prezzi al consumo … Niente di tutto questo, è solo un aggiustamento di metodo. Punto e basta.

Tuttavia proprio il fatto che un semplice aggiustamento metodologico abbia dato luogo all’idea bizzarra che si potesse sostenere l’illegalità, apre uno scorcio di riflessione: intanto è inutile gridare allo scandalo dato che droga e prostituzione esistono da sempre e continueranno ad esistere indipendentemente dal calcolo di un parametro. Dobbiamo prendere coscienza che il consumo di cannabis o di sesso a pagamento è un frammento di economia di tutti i paesi del mondo, incluso il nostro, e che si tratta di un trasferimento di risorse dall’economia legale a quella illegale. Ma perché si accetta l’idea di consegnare al mercato illegale la produzione e il commercio di cannabis? Perché le stesse persone che gridano allo scandalo di fronte all’ipotesi di legalizzare la cannabis non dicono niente per alcol e tabacco che peraltro sono di gran lunga più pericolosi?

Le stime dicono che in Italia ci sono circa 5 milioni di consumatori di cannabis, possibile che solo pochissimi illuminati abbiano pensato di non lasciare che sia la criminalità organizzata a rifornire questi consumatori di spinelli? Possibile che a nessuno sia passato per la testa che sotto sotto ci possa essere lo zampino della stessa criminalità che appoggia le politiche antiproibizioniste? In fondo chi va in galera? Solo i poveracci, i piccoli spacciatori, quelli che per permettersi un po’ di stupefacenti devono andare in strada a vendere rischiando di farsi beccare dalla polizia. I grandi trafficanti non rischiano quasi nulla, hanno le mani pulite ed è difficile risalire a loro. Riempire le nostre patrie galere di poveri cristi serve a mostrare all’opinione pubblica che si sta facendo qualcosa nella lotta contro la criminalità. E in effetti qualcosa si sta facendo: si buttano via i soldi dei contribuenti! Le politiche antiproibizioniste non sono mai servite a nulla e non hanno mai fatto diminuire il consumo di nessuna sostanza.

D’altra parte, i costi sociali della politica antiproibizionista sono spaventosi sia in termini di vite umane, sia di salute pubblica (nessuno controlla cosa si vende), sia per il sovraffollamento carcerario. Un terzo delle nostre carceri sono riempite da piccoli spacciatori o gente (il più delle volte incensurata) che è stata trovata in possesso di stupefacenti. La Corte Europea dei diritti dell’Uomo (CEDU) ci ha condannati e ha aperto varie procedure d’infrazione per il trattamento disumano, ingiusto e al limite della tortura che infliggiamo ai nostri carcerati: il sovraffollamento in media è del 119% ma ci sono almeno 58 carceri con oltre il 140% e c’è un picco a Busto Arsizio del 210%. Una follia.

Al termine del primo semestre di quest’anno, in Colorado (USA) si è fatto il primo bilancio dopo 6 mesi dalla legalizzazione della vendita al dettaglio e 18 mesi dalla depenalizzazione. A dispetto di quello che si possa pensare, il bilancio della legalizzazione è positivo: intanto c’è da dire che non è venuto giù il mondo come credevano (o volevano far credere) i conservatori e i reazionari borghesi benpensanti. Non sono aumentati né gli incidenti stradali né i reati (questi ultimi sono addirittura diminuiti). Ovviamente solo immettendo i dati mese per mese e confrontandoli con un test statistico di significatività con gli anni passati si potrebbe dire con quale probabilità la diminuzione del crimine può essere ricondotta alla legalizzazione, di certo possiamo però affermare che aver reso legale la marijuana non ha prodotto un aumento del crimine. La soppressione delle relative pene detentive fa risparmiare al Colorado decine di milioni di dollari all’anno e dall’altra parte il gettito fiscale della legalizzazione fa incamerare decine di milioni di dollari.

Per quanto riguarda l’Italia, se sommiamo la spesa destinata all’attività di repressione più il mancato introito fiscale sulla produzione e vendita, il costo sociale del proibizionismo può risultare assai significativo. Nel libro bianco “Il mercato delle droghe: dimensione, protagonisti, politiche”, a cura di Guido M. Rey, Carla Rossi, Alberto Zuliani è stata effettuata per l’anno 2010 una stima del fatturato del narcotraffico nel nostro Paese che risultò essere di circa 24 miliardi di euro, dei quali quasi un terzo provenienti dai derivati della cannabis. E come ha detto recentemente l’attuale sottosegretario agli Esteri, Benedetto Della Vedova, “legalizzando questo mercato che è il più vasto in termini di consumatori e il meno problematico in termini sociali e sanitari - e imponendo una tassazione sufficientemente alta da non promuovere il consumo, ma non troppo da incentivare il ricorso al mercato illegale (in ipotesi, la stessa tassazione dei tabacchi: circa i tre quarti del prezzo di vendita) lo stato risparmierebbe sul fronte della repressione e riscuoterebbe entrate oggi interamente assorbite dai profitti criminali”.

Infine, vogliamo far notare che abbiamo sempre parlato di legalizzazione e non di liberalizzazione in quanto la droga oggigiorno è praticamente libera dato che la si può trovare dappertutto h24. Quindi, ricapitolando, legalizzarla porrebbe fine al lucro esagerato del narcotraffico; l’attuale divieto non ha fermato il mercato ma lo ha nascosto; la legalizzazione ridurrebbe il prezzo degli stupefacenti che oggi è altissimo proprio a causa del divieto e quindi molta gente potrebbe accedere alle droghe senza dover rubare o prostituirsi; ci sarebbero dei controlli di qualità e dosi standardizzate che eviterebbero molti problemi di salute; il motivo per cui si aumentano gli investimenti nel proibizionismo è che i grandi narcotrafficanti sono quelli che più ne beneficiano, legalizzare significa finirla con la nefasta alleanza tra narcotraffico e politica e di conseguenza eliminare una parte importante della corruzione; i governi smetterebbero di spendere (male) miliardi nel perseguire poveri diavoli invece di combattere i veri criminali; si decongestionerebbero le carceri se non altro delle persone il cui crimine è stato solo il consumo di stupefacenti; per quanti sforzi si facciano viene intercettata solo una piccola parte delle droghe che si producono; con il pretesto di combattere la droga lo Stato riduce le libertà individuali dei propri cittadini; la legalizzazione obbliga la società a imparare a convivere con le droghe come è stato fatto con l’alcol e il tabacco. Il processo di apprendimento sociale è molto importante ed è molto più efficiente della repressione.

 

   Walter J. Mendizza

 

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