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Riflessioni sulla Tecnosophia di Walter J. Mendizza

Riflessioni sulla Tecnosophia

di Walter J. Mendizza - indice articoli

 

Non sprechiamo la crisi

novembre 2010

 

Tempo fa, il brillante economista americano Paul Romer disse che è un vero peccato sprecare una crisi. Una frase straordinaria, di una semplicità e di una portata eccezionale. Una frase che dà la cifra di una nuova consapevolezza economica in quanto le crisi sono un’occasione di saggezza tecnica, di tecnosofia, per ripensare vecchi modelli di sviluppo e per rivedere come investire nel futuro, come si prepara il terreno per la creazione di nuove attività imprenditoriali, per nuovi settori, per nuove tecnologie.
E’ fin troppo ovvio che non si tratta di avere “màs de lo mismo” (come si dice in spagnolo) cioè avere di più ma sempre delle stesse cose. Né è possibile pensare che la produttività aumenti semplicemente lavorando di più sempre sulle stesse cose, cioè facendo sforzi crescenti che danno rendimenti marginali decrescenti. Somiglieremo al cavallo Gondrando della Fattoria degli Animali di Orwell che ogni qualvolta si presentava qualsiasi problema lo risolveva lavorando di più, L’economia ci insegna che le curve di produttività sono crescenti a tassi decrescenti, e aumentare la produzione di beni in un mondo pieno zeppo di beni di consumo non è razionale. Anzi, peggiora le cose.  Nei momenti di crisi, poi, immettere miliardi per salvare grandi gruppi o per stimolare la costruzione di opere pubbliche oppure semplicemente di nuove case perché quando “tira” l’edilizia si porta a traino anche gli altri settori, è semplicemente un non senso: stiamo vivendo una crisi di sovrapproduzione. Eventuali nuove case andranno ad aumentare la massa di appartamenti vuoti che già invadono città e periferie. I mercati sono ormai maturi e saturi per quasi tutti i prodotti che ci circondano, automobili, elettrodomestici, indumenti, ecc.
Non sprechiamo la crisi: ci sono un’infinità di impieghi che richiedono inutili trasferimenti fisici dalla propria casa al posto di lavoro. Che senso ha per una impiegata nelle assicurazioni spostarsi in macchina facendo salti mortali per accompagnare i bambini a scuola e timbrare il cartellino entro una certa ora cercando un parcheggio impossibile in centro, per poi stare in ufficio ad immettere riscatti in un calcolatore? Non lo può fare da casa? E non lo farebbe molto meglio, in minor tempo e soprattutto quando più le conviene farlo? Riuscite ad immaginare quanto si risparmierebbe? Abitazioni, riscaldamento, viaggi in auto, in bus, carburante, parcheggi, mobili e arredamento, buoni mensa, asili nido, ecc. Ci sarebbe minor traffico e meno smog, diminuirebbero gli incidenti stradali si ripopolerebbero i centri storici e magari anche la campagna dato che ognuno può lavorare da dove gli pare. Non abbiamo inventato niente, questo esiste già e si chiama telelavoro. Solo che non è applicato. Il telelavoro libererebbe un’infinità di risorse. Oggigiorno, almeno la metà degli impiegati sarebbe più efficace ed efficiente se lavorasse da casa. E’ incredibile come siamo talmente radicati nelle convenzioni e nelle convinzioni da non renderci conto del nostro assurdo modo di vivere. E l’altra metà, quella che per diversi motivi deve muoversi, ha il problema opposto: cioè non è abbastanza mobile. Considerato quanto è stato investito, a livello internazionale, in infrastrutture, autostrade, aeroporti e in armonizzazione dei sistemi per far circolare le merci e le persone, è impressionante quanto poco facilitiamo la mobilità dei lavoratori da un Paese all’altro dove meglio può crescere e contribuire allo sviluppo senza essere sprecato.
Non sprechiamo la crisi. Immettere miliardi nel sistema produttivo, così come lo conosciamo, non crea le basi per qualcosa di nuovo. Il futuro non lo costruiremo mai pensando a ciò che c’è già, ma a ciò che non c’è. Il nuovo lo costruiranno le nuove generazioni, ciò che possiamo e dobbiamo fare per esse è batterci per avere politiche rivolte a loro: nuovi modelli educativi che si concentrino non nella memorizzazione di informazioni, ma nella capacità di analizzarle e ricombinarle in maniera critica. Nuovi modelli di formazione professionale che non inchiodino i ragazzi ad un “mestiere” che dopo pochi anni è già superato poiché è noto che i mestieri non durano più. Bisogna educare nel senso che i ragazzi sappiano tirar fuori le proprie capacità (questo è il significato di e-ducere) e poi che siano in grado di gestirle in modo intelligente e flessibile.
Non sprechiamo la crisi. Riflettiamo che senso ha la scuola oggi giorno così com’è fatta. E’ solo un luogo di reclusione per docenti e discenti, una sorta di carcere a libertà vigilata. I ragazzi non ascoltano più, molti vanno in classe con gli auricolari attaccati alle orecchie e i telefonini nascosti sotto banco per mandarsi sms in continuazione. Gli insegnanti applicano un appiattimento educativo e cerebrale che sclerotizza la personalità dei ragazzi, rendendoli incapaci di associare le idee. E poi si sono arresi: l’alleanza tra insegnanti e genitori si è rotta da tempo. Ormai se un professore tratta male un ragazzo rischia di trovarsi un’orda di famigliari inferociti che minacciano querele per proteggere il loro pargolo e in più anche il preside non è dalla sua parte giacché lo redarguisce, lo riprende, lo rimbrotta, lo richiama al ripristino dell’ordine: meglio abbondare nell’ignoranza piatta che nell’illuminazione incasinata. Così, a poco a poco, la scuola è diventata un luogo che non interessa più a nessuno: non agli insegnanti che sono diventati nel migliore dei casi, percettori di quattro soldi per fare i vigilantes e men che meno ai ragazzi che si intruppano nel proprio gruppo normalizzandosi nei scimmieschi vasi comunicanti fatti di monosillabi e parolacce a doppia zeta. Quindi non resta che abolire la scuola, questa sì sarebbe una vera rivoluzione. Lasciare solo la scuola elementare e poi più nulla, solo esami. Le medie, le superiori e l’università diventano soltanto luoghi di esami.
Con tutte le informazioni che ci sono in giro, con tutte le notizie, le indicazioni, le lezioni che si possono acquisire da mezzi audiovisivi, da internet, ecc. ciascuno può diventare autodidatta come meglio gli pare e con i mezzi che vuole e chi non riesce da solo si può prendere un insegnante privato. Forse in questo modo emergerebbero anche i migliori insegnanti, quelli veri, quelli che sentono la vocazione, quelli in grado di attrarre chi cerca di andare incontro ai segreti della vita, agli arcani della scienza, ai misteri della poesia. Ci sono anche docenti bravi che non sanno insegnare ma sanno fare i ricercatori, gli scienziati. Questi possono diventare gli esaminatori dei ragazzi autosufficienti che studiano come vogliono, nel tempo che vogliono, anche con l’i-pod se lo desiderano. L’unica cosa che sono obbligati a fare è presentarsi per superare gli esami. Magari tanti, tantissimi esami ogni mese e a livelli elevati. Questo sì sarebbe una rivoluzione sociale e culturale. Non più ragazzi che fanno resistenza passiva, che vivono in una ragnatela di ignavia, di pigrizia mentale e di indifferenza qualunquista.
Non sprechiamo la crisi: già oggi i nostri ragazzi hanno sulla loro testa un debito di 20 o 30 mila euro, e non avranno chi pagherà loro le pensioni. Che si vuole di più per incominciare ad affrontare il cambiamento? Si impone una riflessione non facile ma ormai necessaria ed urgente. Le città sono invase di cartelloni che promettono recuperi scolastici prodigiosi ed esami indolori, messaggi diseducativi poiché chiunque potrà autocondonarsi “comprandosi” un diploma, di certo non si risolve alcunché in questo modo. I problemi sono ancora tutti lì, nell’Italietta da sei meno, l’Italietta di quel voto scandaloso che è l’inno più dannoso, nocivo e malefico alla mediocrità. La scuola non è cambiata, forse perché non è possibile cambiarla, forse perché la si vuole proprio così com’è. Non ci investiamo risorse e non pretendiamo risultati. Continuiamo a guardare i cartelloni che promettono recuperi scolastici, con testimonial di calciatori famosi che hanno fatto miliardi con la terza media in tasca, prova provata, test vivente di come si possa diventare ricchi e famosi rimanendo ignoranti. Cultura speciosa e conoscenza degradata ad inutile orpello.
Non sprechiamo la crisi che può essere un’opportunità per rivedere i nostri vecchi modelli e tararli sul futuro invece che utilizzarla per giustificare tagli e per fermare alcuni processi di riforma. Basta pensare al blocco della riforma dell'università. E anziché mettere mano a una vera e importante riforma della formazione professionale che andasse nella direzione degli altri Paesi europei, dove si cerca di rafforzare il legame tra scuola e impresa, è stato abbassato l'obbligo scolastico e demandata ogni formazione alle imprese che peraltro non fanno alcuna formazione.
No, non sprechiamo la crisi. Prima che sia troppo tardi. Perché  temo questa Italietta dove qualsiasi ragazzo o ragazza può conquistare la ribalta televisiva solo perché fisicamente bello e socialmente disponibile. Temo questa Italietta che prepara nella sua ignavia, un condono educativo per i nullafacenti.

 

   Walter J. Mendizza

 

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