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Riflessioni sulla Tecnosophia di Walter J. Mendizza

Riflessioni sulla Tecnosophia

di Walter J. Mendizza - indice articoli

 

La realtà distorta della psichiatria politica

Gennaio 2016

 

Uno dei problemi che più pesano nello studio delle malattie mentali è la mancanza di validatori esterni per la diagnosi (esami diagnostici e di laboratorio). Questa carenza di validatori determina un rallentato “progresso” scientifico della psichiatria, laddove sono spesso abituali in altre branche della medicina. Quando il legislatore si trova nella necessità politica di fare leggi che riguardano la psichiatria o i manicomi o gli ospedali psichiatrici giudiziari, ma è privo del necessario supporto tecnico (la mancanza di validatori), finisce per combinare seri guai giacché la legge viene fatta ad uso esclusivo della produzione di consenso.

Un esempio clamoroso è stata la legge 180/1978 detta Legge Basaglia che sostituiva una legge del 1904 che non c’entrava niente con il degrado dei manicomi. Il problema era di uomini e di mezzi, della pessima amministrazione e del potere burocratico e politico usato male e per fini impropri che disapplicava sistematicamente la previgente legge. Come spesso accade nel nostro Paese, si pensò che bastava cambiare la legge per cambiare la realtà e invece di fare applicare le norme vigenti e intervenire sulla burocrazia e la cattiva amministrazione della psichiatria, si è fatto l’opposto: si è pensato di sgravare da ogni responsabilità giuridica l’intero sistema utilizzando uno stratagemma ingegnoso: il concetto della non esistenza della malattia (o comunque della sua irrilevanza). Negando la malattia si risolveva il problema dei manicomi: non esistendo più la follia, i c.d. “matti” semplicemente scomparivano e con essi anche il degrado in cui erano abbandonati, quindi di tutto quel deterioramento, di tutto quell’abbandono, non c’era più alcun colpevole perché la società nel suo complesso era colpevole. Le contraddizioni venivano rigettate brutalmente alle famiglie, che dovevano farsene carico assieme alla società in generale.

Questa intuizione geniale si sposava con le tecniche di persuasione di massa, e il campo di sperimentazione fu la città di Trieste, un luogo geopolitico parzialmente italiano (lo status internazionale è di Territorio Libero sotto amministrazione italiana) che permetteva la verifica e il controllo del “nuovo ordine psichiatrico” agli alfieri del verbo neo-basagliano. Trieste dunque fu il laboratorio politico ideale per questa sperimentazione che si consolidò con la nascita di “psichiatria democratica” (fondata da Franco Basaglia) e il movimento di liberazione del malato dalla segregazione manicomiale. Tutto questo decretò la morte della psichiatria e la sua consegna in mano alla sinistra: oggi nessuno può più contestare i loro procedimenti, se qualcuno osa mettere in discussione i loro metodi basati sul falso ideologico dell’inesistenza della malattia mentale, viene tacciato da fascista e cacciato in malo modo dalle loro riunioni, anche se aperte al pubblico (vedi www.byoblu.com/MALATI-DI-MENTE). Questo accade perché in realtà i loro incontri sono autocelebrativi e non vengono mai presentati i casi eclatanti, gli anziani derubati dagli amministratori di sostegno, i morti suicidi, i morti accidentali, i malati imbottiti di psicofarmaci. Le statistiche dei suicidi vengono manipolate, addomesticate, falsificate; i numeri che pubblica il giornale locale “Il Piccolo” sono palesemente contraffatti per dare all’opinione pubblica un mezzo di suggestione che annulla la differenza tra verità e bugia in una crescente manipolazione delle coscienze e nella forma cialtrona dell’interdizione dei pensieri altrui.

Questo “rumore mediatico” annulla la capacità di un’adeguata percezione delle informazioni e crea condizioni ottimali per l’utilizzo di strategie manipolatorie. Certo non si tratta di una prerogativa italiana, succede da sempre: una volta si bruciavano i documenti e si riscrivevano date e nomi. Oggi, il potere dei media e permette di ottenere risultati un tempo impensabili, utilizzando tecniche che mettono a tacere le informazioni scomode o le presentano da un punto di vista unilaterale e fazioso per sfruttare a proprio vantaggio le emozioni del pubblico. Trieste si presta bene a tutto questo: qui si tolgono dal contesto determinate notizie, si interpretano liberamente i fatti, si pubblicano informazioni veritiere soltanto nel momento in cui non interessano più a nessuno. Tutto ciò con il semplice scopo di ottenere una reazione prevedibile e auspicabile da coloro che vengono manipolati. In questo contesto si colloca l’esperimento della psichiatria politica di Trieste che da qualche anno ha adottato la diabolica legge dell’amministrazione di sostegno. Così tutto si tiene: i suicidi, le migliaia di persone amministrate da avvocati predatori che si prendono i loro beni con la complicità della magistratura (democratica anch’essa), centinaia e centinaia di bambini sottratti alle loro famiglie ogni anno. A Trieste il nuovo ordine psichiatrico funziona alla meraviglia.

L’ultimo di una lunghissima serie di suicidi (non si sa se è un suicidio o una morte accidentale di un paziente psicotico sotto pesante terapia psicofarmacologica) è di qualche giorno fa: si chiamava Dmytro e aveva 26 anni, era ricoverato nel reparto “Diagnosi e cura” dell’Ospedale Maggiore di Trieste. Quel reparto d’ospedale dovrebbe essere un luogo protetto, e non si dovrebbe poter uscire liberamente. Ma queste semplici avvertenze non sono valide a Trieste. La psichiatria politica di Trieste deve sostenere il mito basagliano della non malattia e di conseguenza lo slogan delle PORTE APERTE. Per ostentare questa regola succedono cose incredibili, addirittura che le giovani donne a loro affidate (per esempio al centro di salute mentale di Domio) rimangono incinte, e poi devono risolvere il problema, in ritardo, con aborti e sterilizzazione. Il giovane “utente” Dmytro (a Trieste il termine “paziente” è desueto) era scappato e ripreso più volte, uscito e rientrato più volte, senza che nessuno adottasse misure efficaci a impedire ulteriori fughe nonostante le sue evidenti condizioni di disagio, in ossequio appunto, alle famigerate “porte aperte”. Nella nostra città l’indifferenza è un'ideologia e i "medici" basagliani operano come fatalisti che hanno rinunciato ad essere medici cioè a fare prevenzione e cura. Sono un prodotto dell'impassibile noncuranza, della drammatica e funesta visione ideologica della negazione della malattia mentale. La tragica prospettiva di rivendicare una terapia esclusivamente sociale o socio-ambientale ha generato una distorsione senza precedenti tra le persone che dovevano farsi carico dei malati di mente e i teorici paciughi del nulla che affascinano verbalmente una società buonista e ipocrita ammaliata dalle parole e dal desiderio di sbarazzarsi del problema dei matti e delle condizioni rovinose in cui vertono.

A Trieste la cura medica si è trasformata in “integrazione sociale” e il trattamento individuale è diventato azione sociale. Qui il malato è solo un disturbato che non deve essere curato ma riabilitato, la politica sanitaria è politica sociale e con il passaggio della malattia mentale al mondo sociale si è praticata una deresponsabilizzazione della nuova psichiatria che ha voluto si abrogassero gli artt. 714, 715, 717 del codice penale, quelli che punivano l’omessa custodia dei malati di mente e l’omessa denuncia. Così facendo il vero liberato non è stato il malato ma lo psichiatra: il suo lavoro non c’è più; è andato via via scemando a scapito della gestione amministrativa dei pazienti che, come detto, nel frattempo sono diventati “utenti”. Lo psichiatra non ha più il ruolo di sorveglianza, la pericolosità non è prevedibile e comunque va considerata come espressione di qualche cosa di diverso dalla malattia mentale, la totale incapacità di intendere e volere non esiste e quindi tutti i “malati” rispondono delle loro azioni (non gli psichiatri che sottovalutato condizioni a rischio).

Con il modello sociale nascente si transita dalla cura medica al trattamento sociale tramite la cronicizzazione dei malati e si passa al loro trattamento di massa alla stessa stregua di un pastore con le sue pecore. Il business ha funzionato e quando il modello funziona, si espande e lo si fa crescere. Da questo sviluppo sono cominciati altri “rami industriali”, vale a dire che assieme ai malati veri, si è iniziato a gestire anche quelli border-line, quelli con qualche disturbo della personalità, le problematiche alimentari, i vecchi con l’Alzheimer, e addirittura anche i bambini delle famiglie disagiate. Il passo successivo potrebbe essere quello di abbattere completamente i paletti di delimitazione tra ambito psichiatrico e non psichiatrico e portare a regime un progetto politico originariamente psichiatrico, ma oramai assunto dalla locale forza politica dominante, denominato Salute Mentale di Comunità. Progetto politico  capace di amministrare il disagio mentale indifferenziato e la cronicità psichica e fisica all'interno di un medesimo assetto istituzionale. Capace dunque di recuperare non solo profitto e occupazione ma anche strumenti di raffinato controllo sociale. Qui nella mitteleuropa la distorsione paranoica viene meticolosamente difesa e protetta e l’intangibile disegno ideologico viene gelosamente tutelato, custodito, procurando tumori intellettuali, metastasi culturali pronte ad espandersi al resto del Paese.

 

   Walter J. Mendizza

 

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