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di Patrizia Moschin Calvi  - indice articoli

 

La Chiave della Teosofia

Di Pier Giorgio Parola

Aprile 2013

 

Ho proposto di ritradurre La Chiave della Teosofia principalmente per due ragioni.

La prima ragione sta nell’importanza dell’opera. Sta cioè nella necessità di poter disporre in modo, per quanto ci è possibile, sempre più perfezionato di un testo chiaro, coerente e sensato da offrire a coloro che si accostano per la prima volta alla Società Teosofica, un’opera da cui iniziare senza spaventarsi per le difficoltà dell’ermetica e prolissa Dottrina Segreta (talvolta astrusa) o deprimersi per la mancanza di sistematicità (disordine) dell’Iside Svelata (da notare che nella pagina del titolo anche l’Iside è definita una Master Keydei misteri… della scienza e della teologia) e senza, per altro, doversi rivolgere (talvolta esclusivamente, e per me questa è una pecca che tanto è costata, in termini di considerazione e conseguentemente di iscritti, ad Adyar) a dei testi scritti posteriormente da persone che consideravano Helena Petrovna Blavatsky la “Maestra” ma che, sovente, proponevano insegnamenti che, senza volerne giudicare il valore, sono antitetici ai suoi. A tal proposito sono dell’idea che, come fa notare Joy Mills, facciamo sempre un cattivo servizio al movimento teosofico quando confondiamo gli insegnamenti originari, anche quelli del Cristo o del Buddha, con quelli dei loro interpreti, i sutra con gli shastra direbbe Joy, e persino Maometto non è sfuggito, fin dall’inizio, a questo rischio. Premesso che la verità è sempre una opinione, reputo che sovente i commentatori nell’intento di migliorarle, perdano di vista le proposizioni di base di un insegnamento; i Maestri affermano chiaramente che quello teosofico, pur necessitando di spiegazioni, non è un sistema di pensiero in evoluzione che necessiti di miglioramenti, ma è la Sapienza senza età. Possono variare le mete, ma non l’insegnamento. Donde l’importanza di avere un testo primario scritto alle origini per un determinato scopo.

La seconda ragione della scelta riguarda il fatto che le traduzioni in italiano disponibili presentavano alcune imperfezioni (è evidente che anche questa sicuramente ne avrà) e mancavano dell’indice analitico presente nell’originale. Da notare che nella seconda edizione del 1890 (solo un anno dopo la prima, ancor viva H.P. Blavatsky.: a dimostrazione della buona accoglienza fatta al libro) era poi stato aggiunto un piccolo glossario (a mio umilissimo parere di dubbia utilità) al cui riguardo le varie edizioni e ristampe successive hanno fatto delle scelte diverse, ad esempio quella portoghese lo comprende tralasciando però l’indice analitico, la francese comprende sia l’indice che il glossario (è un indice analitico che però, nel tentativo di chiarirlo, talvolta modifica il testo originale), la spagnola non comprende né l’uno né l’altro (per quello che so). Noi abbiamo scelto di tralasciare il glossario riproducendo fedelmente la prima edizione dell’89 con solo l’utilissimo indice analitico. Riguardo alle imperfezioni delle precedenti edizioni italiane queste vanno dalla traduzione di termini come public e board school, e delle denominazioni dei vari membri all’epoca fino alla traduzione del vocabolo blavatskiano “etereo” con “eterico” e questa non è una imperfezione, ma un grave errore che non c’è, ad esempio, nella traduzione francese; “eterico” è un termine, introdotto solo in seguito, da Leadbeater e con un significato completamente differente, che all’epoca non faceva parte del vocabolario teosofico. Abbiamo poi traslitterato alcuni termini orientali, trascritti con i nostri caratteri latini, non seguendo la pronuncia inglese ma l’italiana, ad esempio il termine tibetano devachan è stato scritto devacen. C’era poi il problema dell’uso delle maiuscole ormai desueto e dello stile molto datato (tutte le opere della Blavatsky, che parlava correntemente parecchie lingue ma che con l’inglese diceva di non trovarsi a suo agio, venivano corrette e adattate), ma questo ha poca importanza; più importante era l’eliminare le maiuscole quando potevano dare un significato particolare a dei termini che non le richiedevano, come ad esempio ai vari principi, manas, kama, ecc. ecc. Molte maiuscole sono state lasciate nell’indice analitico, quando potevano servire a sollecitare l’attenzione.

Ma lasciamo il soggetto “nuova edizione” e passiamo al tema del nostro Seminario iniziando con il momento in cui La Chiave fu scritta. Come abbiamo detto, agli inizi del movimento, il terzo scopo della Società Teosofica era quello della diffusione di un corretto insegnamento e quindi la preparazione di testi adatti era una necessità molto sentita e anche un problema di non facile risoluzione (lo è ancora oggi e ci manca H.P. Blavatsky). Ed era allora di non facile risoluzione principalmente per l’intrinseca difficoltà del compito, ma anche per la difficile situazione finanziaria della Società, di cui H.P. Blavatsky parla anche nella Chiave (il momento peggiore fu nel ‘90) che ne rendeva ardua la diffusione. Ricordiamo che un obiettivo era però stato raggiunto con successo ad Adyar con la fondazione, nel 1885 durante il decimo Congresso e specialmente per volere di Olcott, della magnifica biblioteca che fu costruita nell’86-7.

Qual era all’epoca il canone teosofico? C’era l’Iside del 1877, un’opera monumentale, che il problema non lo risolse se non in quanto creò un enorme interesse, o meglio curiosità, intorno al movimento e fece conoscere al mondo occidentale l’esistenza dei Maestri e gli insegnamenti della tradizione orientale, un’altra méta primaria della Società. Probabilmente non risolse il problema in quanto è sempre trascurata una attenta riflessione su quella che è la parte finale dell’opera, i dieci punti della conclusione. Dal ‘79 sulla rivista Theosophist apparvero molti articoli che arricchirono gli insegnamenti dell’Iside, ma negli anni seguenti fu fondamentale la corrispondenza dell’80-84 con i Maestri e apparve nell’83 il Buddhismo Esoterico di Sinnett, un’opera lodata dai Maestri stessi, che dà una buona esposizione, un quadro d’insieme, degli insegnamenti fondamentali ma che, stranamente, non è mai stata adeguatamente considerata, mentre avrebbe potuto essere un prezioso complemento dell’Iside che, alla luce delle sue spiegazioni, poteva divenire una vera miniera di conoscenza. C’era poi L’Epitome della Teosofia di Judge, un’opera dell’87 di circa una quindicina di pagine che, inspiegabilmente, non è mai stata edita in Italia, tranne che per una edizione privata della LUT negli anni 70 (tutt’altro che perfetta). Nel 1888 fu pubblicata La Dottrina Segreta che era, secondo le parole di H.P. Blavatsky: “Semplicemente un tentativo di presentare la storia e le genesi arcaiche, così come insegnate in Asia in alcuni centri di insegnamento esoterico, con un linguaggio moderno e con dei termini usuali per gli studenti e gli studiosi”. L’Oceano della Teosofia di Judge fu pubblicato nel ‘93, dopo la morte di H.P. Blavatsky e nel 1898 iniziò un nuovo corso con la “Sapienza Antica” della Besant (che fece parte della Società Teosofica solo a partire dal ‘90, quando partecipò al Congresso delle Religioni di Chicago per incarico della Pall Mall Gazette, dopo avere recensito nell’89 La Dottrina Segreta).

In questo clima di vivace interesse e di pressanti difficoltà H.P.B. con La Chiave scritta nel 1889, lo stesso anno de La Voce del Silenzio, dopo i ponderosi volumi dell’Iside (che pur avendo una certa verve tutto è, meno che un manuale) e de La Dottrina Segreta, venne incontro al bisogno di un testo più agile che, pur essendo completo, superasse la difficoltà di essere chiaro e accessibile senza essere banale e semplicistico. Non è però che intendesse servire la cosiddetta pappa fatta, in quanto, nella prefazione della sua opera, come farà poi Judge nella prima pagina del suo Oceano, ammonisce che la dottrina teosofica non è fatta per i pigri, che necessita di uno sforzo; sta sempre ai Maestri graduare l’impegno degli allievi. Nella Chiave H.P. Blavatsky pone un particolare accento sulla necessità dello studio, parla più di studio che di insegnamenti, più della necessità di indagare che dell’immagazzinare delle nozioni: in seguito H.P. Blavatsky affermò che nell’Iside e nella Dottrina sta “nascosta”, e non disse “esposta”, la scienza occulta. È uno studio fatto anche, o meglio specialmente, di confronti tra le sue opere e qui nasce l’imprescindibile necessità dei vari indici analitici.

Nella Chiave H.P. Blavatsky parla più di impegno che di particolari fonti di insegnamento, di costrizioni, quindi, e si ha perciò una sensazione di libertà, della necessità di perseguire l’attuale secondo scopo della Società Teosofica, che è uno strumento indispensabile per la realizzazione del primo. E inoltre, a differenza dell’Iside e della Dottrina, nella Chiave H.P.B. parla sì dei Maestri, dedica loro un intero capitolo, ma poco di un insegnamento dei Maestri che le sia stato rivelato esclusivamente; afferma invece che sono concetti dispersi in oriente in innumerevoli scritture. Per quanto riguarda l’opera di H.P.B. nel suo complesso, l’enorme lavoro svolto in pochi anni rende tuttavia difficile credere che la Signora non sia stata aiutata (specialmente per quanto riguarda l’Iside il contributo dei Maestri dovrebbe, secondo Olcott, esserci stato) e, benché H.P.B. affermi che “né le idee né l’insegnamento sono miei” e nella Chiave dichiari, più esplicitamente che altrove, che dai Maestri ha appreso tutto quello che sa, l’insegnamento, nel bene e nel male (poco), è suo; sono cose che dice lei perché le conosce, perché le ha imparate, le ha fatte sue, infatti col passare degli anni gli insegnamenti di H.P.B. cambiano e possiamo quindi vedere la maestra Upasikā che evolve come un’allieva volonterosa; e Upasikā , pur consapevole (evidentemente) che non si può parlare di certi temi se non per mezzo di analogie e di parabole, cerca di esprimersi in un modo autenticamente occidentale. Anche l’impostazione del libro lo è: al commento di un aforisma si sostituisce la risposta a una domanda. L’importanza delle domande catalizzatrici è prettamente socratica e proprio nell’abilità del porsi delle domande risalta l’intelligenza di H.P.B.; penso sia stato molto più difficile fare delle domande che dare delle risposte. E La Chiave ha avuto proprio in oriente molti estimatori anche al di fuori dell’ambiente dei teosofi. Gandhi le attribuisce un profondo cambiamento nel proprio modo di pensare. Evidentemente quando parlo d’oriente parlo di quello classico tradizionale e non di quello dei grattacieli di Shangai in un mondo globalizzato. Nel messaggio della Chiave studio vuole anche dire attenzione a un mondo che cambia, consapevolezza, la necessità di una fede che sia sottomessa alla ragione.

Da notare che nella Chiave non si parla mai espressamente delle sei proposizioni fondamentali de La Dottrina Segreta, che sono così raccomandate da quella che è una testimonianza di prima mano del sistema educativo di H.P.B., ossia gli insostituibili appunti, purtroppo ancora (stranamente?) inediti in Italia, lasciatici dal Comandante Bowen (un allievo di Madame negli anni 89-91), ma queste sono latenti in ogni risposta e in ogni caso con le proposizioni c’è sempre coerenza (questo è essenziale e sovente non ci fu in opere posteriori al 1891).

L’opera si presenta strutturata in tre parti: una prima parte in cui si parla dell’origine del termine Teosofia e si fa la storia di quei movimenti che ad essa sono analoghi, una seconda parte in cui si danno delle spiegazioni dottrinali e una terza in cui si parla di Teosofia pratica, di etica e di progetti futuri. Sembra che ci si rifaccia a quello che, nelle intenzioni della Blavatsky, avrebbe dovuto essere lo schema de La Dottrina Segreta, con un terzo volume (iniziale) che avrebbe dovuto, nei progetti di H.P.B., raccontare la storia dei grandi Adepti. Vi si può anche intravedere l’ordine di successione delle sue opere: l’Iside Svelata, La Dottrina Segreta e La Voce del Silenzio.

Vorrei ora anche notare che la parte importante assunta dalla Teosofia pratica nella Chiave è tipicamente occidentale, secondo quell’orientamento dell’illuminismo che invita ognuno a occuparsi solo di quello che gli è possibile fare, a porsi degli obiettivi attuabili (cosa che accomuna la Teosofia pratica alla scienza) e quella tradizione che faceva dire a Epicuro che “se la medicina è utile quando guarisce il corpo la filosofia lo è se guarisce dalle passioni dell’anima”.

Una parte iniziale che, più della rievocazione storica condiziona l’opera, è la definizione del termine Teosofia. Come nel caso di buddhismo e bodhismo io reputo che, anche qui, l’accezione ormai comune del termine necessiti di una precisazione. A pag. 54 viene detto che la Società Teosofica “fu costituita per cercare di dimostrare agli uomini che la Teosofia esiste”; la Teosofia non è quindi una sapienza divina da ottenere, da conquistare, ma è la sapienza insita nella manifestazione cosmica, nella natura, di cui il teosofo dovrebbe avere consapevolezza per raggiungere uno stato di coscienza, illuminato, in cui ci si rende conto che c’è la Teosofia, ma che nessuno può “personalmente” essere un teosofo. Da questa considerazione, che reputo assolutamente basilare, risulta un quadro completamente diverso da quello sovente proposto da molti cosidetti “maestri”. Ne risulta che la teurgia (opera divina) non consiste di una pedissequa, ritualistica, mimesi della natura da parte di pur volonterosi aspiranti, ma nel lavoro degli stessi dei, e con “dei” si intende la gerarchia di entità intelligenti, ma impersonali, che regola e guida il nostro sistema; è di questo lavoro che il teosofo dovrebbe essere sempre cosciente, questa è la pietas, prajna-karunā. “Satyannasti parodharma” recita il motto della Società Teosofica, una frase che io tradurrei letteralmente con “Non c’è verità, c’è il Dharma”, ma alla luce delle precedenti considerazioni, se la Teosofia è la Sapienza Divina, ossia la Legge, il Dharma, si potrebbe quindi anche tradurre il motto con “Non c’è la verità, c’è la Teosofia”. La Teosofia che non ha mai preteso (da parte di H.P.B.) alcuna autorità: “Bisogna sopratutto ricordare che nessun libro teosofico acquista più valore ostentando autorità” (La Dottrina Segreta).

La parte mediana del libro, quella dottrinale, è in perfetto accordo con La Dottrina Segreta mentre si discosta, in alcuni punti, sia dai precedenti Iside e Buddhismo Esoterico che dai successivi scritti esoterici di H.P.B. (‘89-‘91). Ed è quella parte su cui è subito necessario fare alcuni rilievi, il che non dispiacerebbe certo ad H.P.B. che è sempre stata la prima ad affermare (vedi My Books nel Lucifer del maggio 1891) che i suoi libri contengono molti punti che possono, se non chiariti, generare confusione. Alcuni punti, che si potranno considerare in seguito durante il Seminario, sono ad esempio il chiamare pianeti i globi (pag. 74), talvolta il confondere Ego e Sé, il chiamare corpo astrale il lingasharira che è un principio e poi il parlare di un kamarupa durante la vita (pag. 77) quando l’anno prima, nel dialogo con Mabel Collins, H.P.B. aveva detto che si tratta del veicolo della coscienza dopo la morte del corpo fisico.

A parte la necessità di chiarimenti, in generale mi pare poi necessario notare che, mentre ne La Dottrina Segreta si parte dai principi per spiegare, a esempio, il processo del ciclico alternarsi di morti e nascite, nella Chiave si inizia dalla piana constatazione delle vicende della vita umana per esplicare la funzione dei principi; donde si evidenzia ancora l’utilità dello studio in parallelo dei testi teosofici. Come nell’Iside, e a differenza della Dottrina, anche nella Chiave si parte dai particolari per giungere all’universale.

La terza parte del libro è quella relativa all’etica, ai compiti del movimento teosofico e al suo futuro. Conviene ricordare che l’opera è dell’89, l’anno de La Voce del Silenzio, e vi troviamo continui riferimenti al buddhismo (e al cristianesimo, certo, ma per porre in risalto l’identità dell’insegnamento di Gesù e di Gotama) e alla coincidenza della conoscenza con l’empatia e con la capacità (ho detto prima che la reputo la vera essenza della Teosofia) di essere sempre consapevoli dell’esistenza di una legge universale, di intendere la musica delle sfere (The Secret Doctrine, I, 167). Questa consapevolezza di “stare nella corrente”, direbbe Krishnamurti, pone questo insegnamento blavaskyano particolarmente vicino a quello di Krishnaji (la differenza sta nel fatto che quest’ultimo non era membro della ST e aveva quindi una sua meta).

In questi ultimi capitoli H.P.B. tratta quasi tutti i campi in cui si svolge l’attività degli uomini, parla di educazione e di politica, di misericordia e di elemosina, di socialità e di stile di vita. Sempre tenendo presenti due cose: in primis,l’enorme lunghezza dei cicli e quindi l’esigenza di non illudersi di avere dei cambiamenti in tempi brevi, che, indubbiamente, i progressi della tecnologia non sono pari a quelli evolutivi: la gente cambia con difficoltà, non si deve confondere il progresso con la crescita interiore; e, secondariamente, la consapevolezza che gli insegnamenti teosofici non possono essere perfetti, ma sono relativi al momento in cui vengono impartiti e che non consistono in “iniziazioni” a occulte magie, ma di graduali spiegazioni delle leggi della natura. Alla luce di tutto ciò viene consigliata grande cautela (non basta mai) riguardo alla politica. E dopo avere sentito quest’ultimo consiglio fanno sorridere le baruffe fra Steiner e Leadbeater durante la Prima Guerra Mondiale, o le affermazioni di un famoso teosofo, il buon Hodson, che lodava la bellissima aura di Hitler (sic): aveva capito tutto.

Da questa ultima parte risulta che più importante di ogni cosa, di ogni altro scopo, è l’alleviare le sofferenze dell’umanità, e più quelle morali che le fisiche (lo dice lei, ma io penso che scinderle sia difficile). Risulta che essere teosofi non vuole dire percorrere una via che consente di diventare personalmente i più bravi, non ci sono dei premi da riscuotere, non è una gara sportiva, ma tuttavia viene detto che la personalità, che sembra così mortificata, è uno strumento importante (vedi pag. 178) per la realizzazione del bene, che occorre dimenticarla, ma usarla. La Teosofia è la quintessenza del dovere, la quintessenza del comportamento di una vita, di una “personalità”. Nella sua conclusione H.P.B. avverte poi che se vogliamo mantenere la Società Teosofica un organismo sano e vitale occorre evitare ogni dogma e ogni pregiudizio, evitare ogni forma di millenarismo (un fenomeno che anche attualmente fa ogni tanto capolino) poiché non ci sarà una rivelazione finale, una fine, ma c’è un graduale, lento e faticoso progresso con una periodica assistenza da parte dei Maestri (un aiuto che, viene detto chiaramente nel memorandum preliminare alle Istruzioni Esoteriche, non verrà più dato fino al 1975). Un aiuto che per essere utile richiede sforzo da parte di chi lo riceve (già alla fine dell’Iside H.P.B. ricorda che quando non c’è applicazione, non c’è sforzo da parte di chi riceve un insegnamento, c’è la “medianità” che è lo stato opposto a quello dell’Adepto). Ed è da ricordare che quello dei Maestri è sempre un aiuto che viene dato per evitare dei guai, quando se ne ha bisogno, insomma quando non si è in grado di farcela da soli (come dovrebbero fare i genitori con i figli); questo a differenza di posizioni che, nel tempo, si sono sovrapposte all’originario insegnamento di H.P.B., quelle che dicono che l’aiuto dei Maestri giungerà se ci si comporta bene, quasi come un premio. Olcott parlava di pratica della “virtù per amore della virtù” e nell’introduzione de La Dottrina Segreta è detto che viene dato al mondo ciò di cui necessita.

Quindi, per concludere questa introduzione allo studio che ci attende durante questo fine settimana, mi sembra importante notare ancora come l’epoca attuale, nella Chiave H.P.B. lo dice chiaramente, sia un momento (che, malgrado le aspettative new age, durerà ancora parecchio) in cui si è generalmente persa, da parte di quelle persone normali a cui il libro è indirizzato, la capacità di percezione spirituale che era propria delle epoche passate in cui certi processi di apprendimento propri dell’esoterismo furono approntati. Per ottemperare a quanto stabilito fin dall’inizio del movimento teosofico (riguardo all’insegnamento della dottrina tradizionale alla gente comune, a coloro che pur avendo dei cuori generosi non hanno cultura e divengono facili prede di pseudo maestri le cui uniche doti sono la personalità e il senso scenico) è quindi necessario un metodo più adeguato e la maieutica socratica, più che delle facilitazioni travisanti, può essere lo strumento. E in quest’opera che, a parte alcuni successivi brevi articoli e le istruzioni “esoteriche”, completa la lezione scritta che ci ha lasciato la Signora (per quanto riguarda quella orale ci sono ancora le Transactions of the Blavatsky Lodge, anche questo un testo essenziale che non è ancora stato pubblicato in Italia), acquista quindi particolare evidenza il fatto che il compito di un maestro, più che l’inculcare delle nozioni, è quello di rendere l’allievo in grado di porre delle domande, di sollecitarlo a individuare i problemi, a riflettere, poiché quando si è individuato il problema questo è risolto, si è accesa quella luce “interiore” che è l’unica in grado di illuminare.

 

Pier Giorgio Parola
Membro del Gruppo Teosofico di Torino

 

 

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