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di Patrizia Moschin Calvi  - indice articoli

 

La rosa di Paracelso

Di Thomas de Quincey

Febbraio 2014

 

 

   Nel suo laboratorio, che comprendeva le due stanze dello scantinato, Paracelso chiese al suo Dio, al suo indeterminato Dio, a qualunque Dio, di inviargli un discepolo. Imbruniva. Il magro fuoco del camino proiettava ombre irregolari. Alzarsi per accendere la lanterna di ferro avrebbe richiesto uno sforzo eccessivo. Paracelso, distratto dalla fatica, dimenticò la sua preghiera. La notte aveva cancellato l’athanor e i polverosi alambicchi quando bussarono alla porta. Insonnolito, l’uomo si alzò, salì faticosamente la breve scala a chiocciola e socchiuse un battente. Uno sconosciuto entrò. Anch’egli era molto stanco. Paracelso gli indicò una panca; l’altro sedette e attese. Per un certo tempo non scambiarono tra loro nemmeno una parola.
   Il maestro fu il primo a parlare.
   “Ricordo volti d’Occidente e volti d’Oriente”, disse, non senza una certa enfasi. “Non ricordo il tuo. Chi sei tu e che vuoi da me?”.
   “Il mio nome non ha importanza”, replicò l’altro.
   “Ho camminato tre giorni e tre notti per entrare in casa tua. Voglio diventare tuo discepolo. Ti ho portato tutti i miei beni”. Tirò fuori una borsa e la rovesciò sulla tavola. Le monete erano molte e d’oro. Lo fece con la mano destra.
   Paracelso, per accendere la lanterna, aveva dovuto voltargli le spalle. Quando tornò, notò nella sua mano sinistra una rosa. La rosa lo inquietò.
   Si chinò, giunse le estremità delle dita e disse: “Tu mi credi capace di elaborare la pietra che trasmuta gli elementi in oro e mi offrì oro. Non è l’oro ciò che cerco e se è l’oro che ti interessa, tu non sarai mai mio discepolo”.
   “L’oro non mi interessa”, rispose l’altro. “Queste monete non sono altro che una prova del mio desiderio di apprendere. Voglio che tu mi insegni l’Arte. Voglio percorrere al tuo fianco la via che conduce alla Pietra”.
Paracelso disse lentamente: “La via è la Pietra. Il punto di partenza è la Pietra. Se non comprendi queste parole, non hai ancora cominciato a comprendere. Ogni passo che farai è la meta”.
L’altro lo guardò con aria diffidente. Disse con voce chiara: “Ma esiste una meta?”
Paracelso si mise a ridere.
   “I miei detrattori, che non sono meno numerosi che stupidi, sostengono il contrario e mi accusano di essere un impostore. Non dò loro ragione, ma non è impossibile che io sia un illuso. So che esiste una via”.
Vi fu una pausa, e l’altro affermò: “Sono pronto a percorrerla con te, anche se dovessimo viaggiare per molti anni. Lasciami attraversare il deserto. Lasciami intravedere almeno da lontano la terra promessa, anche se gli astri me ne vieteranno l’accesso. Ma prima di intraprendere il viaggio, io voglio una prova”.
   “Quando?” disse Paracelso, con inquietudine.
   “Subito”, rispose il discepolo con brusca determinazione.
   Avevano iniziato la conversazione in latino, ora parlavano in tedesco.
   Il giovane levò in alti la rosa.
   “Affermano – disse - che tu puoi bruciare una rosa e farla rinascere dalle ceneri, per opera della tua arte. Lascia che io sia testimone di questo prodigio. Ecco ciò che ti chiedo; poi la mia vita sarà tua”.
   “Sei molto credulo”, disse il maestro. “Non so che farmene della credulità; esigo la fede”.
L’altro insistette.
   “È proprio perché non sono credulo che voglio vedere coi miei occhi l’annientamento e la resurrezione della rosa”.
Paracelso l’aveva presa in mano e parlando giocherellava con essa.
   “Sei credulo”, disse. “Tu dici che io sono capace di distruggerla?”
   “Nessuno è incapace di distruggerla”, rispose il discepolo.
   “Ti sbagli. Credi forse che qualcosa possa esser reso al nulla? Credi che il primo Adamo nel Paradiso abbia potuto distruggere un solo fiore, un solo filo d’erba?”.
   “Non siamo nel Paradiso - disse ostinato il giovane - qui, sotto la luna, tutto è mortale”.
Paracelso si era alzato in piedi.
   “E in quale altro luogo siamo? Credi che la divinità possa creare un luogo che non sia il Paradiso? Credi che la caduta sia altro dall’ignorare che siamo nel Paradiso?”.
   “Una rosa può bruciare”, disse il discepolo in tono di sfida.
   “V’è ancora del fuoco nel camino”, rispose Paracelso. “Se tu gettassi questa rosa fra le braci, crederesti che le fiamme l’abbiano consumata e che sia la cenere a essere reale. Io ti dico che la rosa è eterna e che solo la sua apparenza può cambiare. Mi basterebbe una parola perché tu la potessi vedere di nuovo”.
   “Una parola?” disse stupefatto il discepolo. “L’athanor è spento, gli alambicchi sono coperti di polvere. Che farai per farla rinascere?”.
Paracelso lo guardò con tristezza.
   “L’athanor è spento” – ripeté - “e gli alambicchi sono coperti di polvere. In questo tratto della mia lunga giornata uso altri strumenti”.
   “Non oso domandare quali”, disse l’altro con malizia o con umiltà.
   “Parlo di quello che usò la divinità per creare il cielo e la terra e l’invisibile Paradiso in cui ci troviamo e che ci è nascosto dal peccato originale. Parlo della Parola che ci insegna la scienza della Cabala”.
   Il discepolo disse freddamente: “Ti chiedo la grazia di mostrarmi la scomparsa e ricomparsa della rosa. Poco mi importa che tu operi per mezzo del Verbo o degli alambicchi”.
Paracelso rifletté. Infine disse: “Se lo facessi, tu diresti che si tratta di un’apparenza imposta ai tuoi occhi dalla magia. Il prodigio non ti donerà la fede che cerchi. Dunque lascia stare la rosa”.
Sempre diffidente, il giovane lo guardò. Il maestro alzò la voce e gli disse: “E inoltre, chi sei tu per introdurti nella dimora di un maestro ed esigere da lui un prodigio? Che hai fatto per meritare un simile dono?”.
L’altro replicò, tremando: “So bene che non ho fatto nulla. Ti chiedo, in nome dei molti anni in cui studierò alla tua ombra, di lasciarmi vedere la cenere e poi la rosa. Non ti chiederò altro. Crederò alla testimonianza dei miei occhi”.
Bruscamente, afferrò la rosa rossa che Paracelso aveva lasciato sul leggio e la gettò tra le fiamme. Il colore si perse e rimase solo un po’ di cenere. Per un istante infinito egli attese le parole e il miracolo.
   Paracelso era rimasto impassibile. Disse con strana semplicità: “Tutti i medici e tutti gli speziali di Basilea affermano che io sono un mistificatore. Forse essi sono nel vero. Qui riposa la cenere che fu rosa e che non lo sarà”.
Il giovane si sentì pieno di vergogna. Paracelso era un ciarlatano o un semplice visionario e lui, un intruso, aveva varcato la sua porta e ora lo costringeva a confessare che le sue famose arti magiche erano vane.
   Si inginocchiò e disse: “Ho agito imperdonabilmente. Mi è mancata la fede che il Signore esigeva dai credenti. Lasciami ancora guardare la cenere. Tornerò quando sarò più forte e sarò tuo discepolo e in fondo al cammino vedrò la rosa”.
Parlava con passione autentica, ma quella passione era la pietà che gli ispirava il vecchio maestro, tanto venerato, tanto attaccato, tanto insigne e perciò tanto vuoto. Chi era lui, Johannes Grisebach, per scoprire con mano sacrilega che dietro la maschera non c’era nessuno?
   Lasciare le monete d’oro sarebbe stata un’elemosina. Le riprese uscendo.
   Paracelso lo accompagnò ai piedi della scala e gli disse che sarebbe sempre stato il benvenuto.
   Entrambi sapevano che non si sarebbero rivisti mai più.
   Paracelso rimase solo. Prima di spegnere la lanterna e di sedersi nella poltrona consumata, raccolse nell’incavo della mano il piccolo pugno di cenere e disse una parola a bassa voce.
   La rosa risorse.

 
  Thomas de Quincey

  Tratto da: “Writings”, XIII, 345

 

 


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