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di Patrizia Moschin Calvi  - indice articoli

 

Le vie del cuore

Di Antonio Girardi

(Segretario Generale della Società Teosofica Italiana)

Marzo 2011

 

Le vie del cuoreIl messaggio teosofico, anche nella sua espressione moderna così ben sintetizzata negli Scopi della Società Teosofica, si basa essenzialmente sul concetto di Unità della Vita e sull’ideale di Fratellanza Universale senza distinzioni.

Questi due aspetti sono ancorati a valori archetipali e filosofici che afferiscono al senza tempo piuttosto che alla cronaca. Ciò significa essenzialmente che essi sono in grado di trovare compiute e dinamiche espressioni nel tempo senza dover per questo rinunciare all’universalità che li caratterizza.

Il messaggio teosofico per il terzo millennio resta dunque lo stesso del millennio precedente. Ma non è certo inutile soffermarsi a riflettere su questo tema.

L’epoca presente è fortemente caratterizzata da una vera e propria esplosione del piano mentale, con tutto il conseguente carico di accumulazione di conoscenze e di trasmissione delle stesse.

Ma l’uomo - i teosofi lo sanno molto bene - non è soltanto mente, è anche cuore. Ed una riflessione sulle “vie del cuore” si impone, anche per non rinunciare ad una parte importante dell’essere umano. E’ una riflessione che non è in antitesi con i diversi piani del mentale e non vuole nemmeno escluderlo, ma che ha lo scopo piuttosto di occuparsi di qualcosa che è decisamente trascurato e che risulta fondamentale per qualsiasi riflessione che abbia al centro l’Unità della Vita e la Fratellanza.

Lungo tutto il corso della storia gli eventi hanno evidenziato da un lato la grande forza dell’egoismo, della paura e dell’ignoranza e dall’altro la costante presenza di una saggezza che ha trovato modo di esprimersi sia nelle forme più rarefatte di poesia e di filosofia sia nel vivere quotidiano.

Questa saggezza, animata da personaggi noti o da volti senza un nome conosciuto, contiene un profondo sapere, sapere che le diverse culture hanno manifestato in forme differenti, ma che è pur sempre espressione di quel “quid” unitario che ha sempre caratterizzato l'umanità.

Eppure, nonostante questa evidenza, nelle sue conferenze Jiddu Krishnamurti ha sottolineato con forza come, sotto il profilo psicologico, l'umanità non abbia compiuto, nel corso degli ultimi millenni, significativi passi in avanti sulla via della comprensione e dell’unità.

Entrambi i dati, quello sulla presenza di una tradizione di saggezza e quello sull’incapacità dell’uomo di esprimere una vera consapevolezza, appaiono al nostro senso comune come corretti ed anche l’ulteriore leit-motiv dell’insegnamento krishnamurtiano, cioè l'affermazione che la conoscenza può diventare per l’uomo pregiudizio e che proprio questo processo rappresenta uno dei più grandi impedimenti al fiorire della consapevolezza, appare come osservazione profonda e plausibile.

In senso krishnamurtiano, ma quella di Krishnamurti non è un'affermazione isolata, la presa di coscienza globale dell’uomo passa attraverso un processo di “svuotamento dal noto” piuttosto che di “elaborazione complessa” di una conoscenza codificata.

Vorrei assumere, dialetticamente, questa impostazione come “vera” per valutarne appieno le conseguenze: è evidente che alla base di un simile sentire vi è una filosofia simile a quella del buddhismo delle origini; la realtà è impermanente ed illusoria; il dolore è causato dal desiderio; la liberazione dal desiderio è la liberazione dal dolore, non esiste un “Sé” separato dalla personalità, anzi la separazione fra il soggetto osservante e la cosa osservata è la causa principale dell’illusione sensoriale.

Ma nel messaggio di J. Krishnamurti vi è anche, ed in modo permanente, sullo sfondo, uno stato di consapevolezza unitario che dovrebbe scaturire proprio nel momento della liberazione dal conosciuto.

Krishnamurti sceglie consapevolmente la strada della non definizione di questo stato ma, soprattutto attraverso l’aspetto poetico del suo dire, lascia intravedere la luce esistente oltre la porta della percezione limitata dai sensi.

Sono in particolare le sue conferenze giovanili nonchè i suoi scritti Diario e Taccuino che esprimono ciò con grande forza e profondità.

Scrive Krishnamurti nelle sue annotazioni del 20 settembre 1973:

 

“Il mondo che ti circonda è frammentario e così sei tu e l'espressione di ciò è conflitto, confusione ed infelicità: tu fai parte del mondo ed il mondo fa parte di te.

Sanità significa vivere una vita d'azione senza conflitti. Azione e idea sono contraddittorie. Vedere è il fare: non prima l'idea e poi l'azione assoggettata alla conclusione. Ciò porta al conflitto.

L'analizzante stesso è analizzato. Quando l'analizzante si separa in quanto differente dall'analizzato, dà origine al conflitto ed il conflitto è l'area dello squilibrio. L'osservatore è l'osservato ed in ciò si trova la sanità, la completezza e, con la devozione, l'amore” (1).

 

Ma allora, che fare di tutta la conoscenza accumulata dall’umanità lungo il corso della sua storia e, qui è evidente un elemento di provocazione, che fare della tradizione dell’eterna saggezza, della Bhagavadgītā come de La Dottrina Segreta di Helena Petrovna Blavatsky?

La risposta non può che essere duplice: da un lato la conoscenza deve essere concretamente conservata, confrontata, approfondita, in tutta la sua ricchezza; dall’altro questa stessa conoscenza, che pure ci può servire per abbattere i muri della nostra ignoranza, deve essere psicologicamente abbandonata, per evitare di inquinare la libertà della ricerca che, sola, può condurci alla piena consapevolezza.

C’è un aspetto particolare nell’uomo: la sua intuizione della Verità, dell’Essere. Nello stesso tempo l’uomo è in grado di capire che i linguaggi sono un limite alla comprensione, pur rappresentando il mezzo della comunicazione.

Un’idea, uno slancio poetico, una tradizione, vengono trasmessi agli altri attraverso il linguaggio e, di conseguenza, quest’ultimo non può essere la verità, anche se la può suggerire, far intravedere, suscitare.

Quando Pilato chiese a Gesù che cosa fosse la verità, Gesù non rispose (2), ben rappresentando il fatto che la verità non può essere descritta a parole.

Questo aspetto dell’umana dimensione svela una sorta di intrinseca grandezza: infatti il mistico, il poeta, l’uomo che è capace di sognare e non solo di immaginare, riescono pur sempre a trasfondere, anche sul piano del linguaggio, un anelito d’amore e d’unione verso il tutto.

Scriveva Jalal ad-Din Rumi (accenti):

 

“Purificati degli attributi dell'io, per poter contemplare la tua propria essenza pura e contempla nel tuo cuore tutte le scienze dei profeti: senza libri, senza professori, senza maestri.

Il libro dei sufi non è composto di inchiostro e di lettere, non è nient'altro che un cuore bianco come la neve” (3);

 

le parole di Rumi, in fondo, non sono molto dissimili da quelle di Krishnamurti.

Alcuni millenni prima la Bhagavadgītā riportava gli splendidi dialoghi fra Krishna ed il discepolo prediletto Arjuna:

 

“Colui che riesce a vedere che è il corpo, nato dalla natura materiale, a compiere ogni azione, mentre l'anima non agisce mai, vede realmente” (4).

 

Con un ulteriore grande balzo temporale, questa volta in avanti, possiamo arrivare alle commoventi pagine de La Voce del Silenzio, “tradotte” da H. P. Blavatsky; in esse troviamo scritto, fra l’altro:

 

“Trattieni la mente da tutti gli oggetti esterni, da tutte le esterne visioni. Reprimi le interne immagini, perchè non gettino un'ombra oscura sulla luce dell'Anima tua” (5).

 

Questo insieme di esempi è tratto da tesi che amo particolarmente e forma una sorta di collage che esprime una determinata vibrazione. Ciascuno di noi forma continuamente con i suoi pensieri, con i suoi desideri, con le sue preferenze, i suoi sentimenti, ecc., tutta una serie di collages.

Ciò avviene perchè ci troviamo ad essere una sorta di punto collocato in una “rete” che si articola a sua volta su più dimensioni. Secondo questa impostazione ciascun essere esprime nello spazio-tempo un insieme di valori e di situazioni che lo portano ad agire come un attore che recita un determinato copione su di un palcoscenico più o meno “illuminato”.

E’ molto importante cercare di avere coscienza di ciò perchè questo elemento può permetterci di capire le cause delle divisioni di cui si nutre la nostra ignoranza.

In questo senso la conoscenza delle tradizioni che compenetrano il nostro vissuto è un elemento importante per poter fissare la propria situazione esistenziale e prendere visione della personale posizione quale “punto nella rete”.

Ma se resteremo attaccati a questo “punto”, se non sapremo andare oltre, non potremo mai arrivare ad una comprensione olistica della vita; la nostra visione sarà sempre limitata, le nostre vicende parziali, le nostre opinioni colme di pregiudizi.

Questo “punto” va dunque psicologicamente abbandonato. Per farlo dobbiamo seguire la via del cuore, quella che ci insegna a percorrere la giusta via di mezzo, a confidare nell’eterna bontà di tutte le cose e ad affrontare con serenità e slancio i diversi accadimenti della vita.

Scrive poeticamente Bernardino del Boca:

 

“Ognuno di noi ha una lira magica, che è uno specchio sonoro che allontana il male ed attira il bene. Questa lira magica è la nostra Anima. Ma è indispensabile sapere di essere un'anima che vibra in armonia con la Vita, nel momento, al di fuori di ogni tipo di inganno” (6).

 

Le vie del cuore sono dunque quelle che ci mettono in contatto con i sogni che la vita ci ha affidato come espressione pura del nostro essere. Sono vie caratterizzate da un equilibrio che si serve della mente e delle emozioni per sviluppare la ragione ed i sentimenti.

La loro essenza è rappresentata dai quattro fuochi puri della tradizione buddhista: la simpatia, l’amore, la compassione, la neutralità.

In un indimenticabile articolo apparso su The Theosophist l’allora presidente mondiale della Società Teosofica John B. S. Coats affermava:

 

“Coloro che hanno il privilegio di appartenere alla Società Teosofica devono considerare tale privilegio come un privilegio di sacrificio: prendere dal proprio per dare agli altri, pensare ai bisogni di tutti gli uomini, compreso l'uomo della Nuova Età, più che ai propri bisogni od a quelli dell'istituzione. I primi saranno ultimi e gli ultimi saranno primi”.

 

Certo, dobbiamo continuare a studiare le dottrine e le pratiche delle antiche religioni di saggezza, ma se il titolo di studio è il nostro unico interesse, non raggiungeremo mai la conoscenza della “pratica” di tale saggezza.

La vera dottrina teosofica è scritta nel cuore di ogni uomo. Le grandi religioni riflettono questo insegnamento eterno e questo quadro è chiaro nelle antiche e moderne scuole misteriche.

I libri della Società Teosofica sono stati scritti nel tentativo di dare espressione a questa dottrina, ma non è necessario conoscere i libri per conoscere la Verità. Come dice san Paolo, parlando dell’amore, “questa dottrina è follia per gli avveduti, ma è potere per chi la usa” (7).

Le parole di John Coats fanno sorgere alcune domande:

 

“Che cosa stiamo facendo dei nostri sogni?”.

 

E ancora:

 

“Stiamo percorrendo la via del cuore?”.

 

Sono domande che meritano una risposta.

 

 
  Antonio Girardi
 
Segretario Generale della Società Teosofica Italiana


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Note

1) Jiddu Krishnamurti, Diario, Ubaldini Editore, Roma, 1983;

2) Vangelo di san Giovanni;

3) Tratto da I Mistici dell'Islam, a cura di Eva de Vitay-Meyerovitch, Ugo Guanda Editore, Parma, 1991;

4) Bhagavadgītā, capitolo 13 verso 30; tratto dal volume curato da Edizioni Bhaktivedanta, Firenze, 1981;

5) La Voce del Silenzio, edizione a cura della Società Teosofica Italiana, Trieste, 1978;

6) Bernardino del Boca, “La lira di Orfeo”, tratto dalla rivista L'Età dell'Acquario n. 45 - settembre-ottobre 1986;

7) John B. S. Coats, “I figli dell'Età dell'Acquario”, articolo tratto dalla rivista The Theosophist, organo ufficiale della Società Teosofica Internazionale; traduzione a cura di Aldo Mattirolo, pubblicata e diffusa da Edoardo Bresci.

 

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