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di Patrizia Moschin Calvi  - indice articoli

 

La Magia della Chiesa Cristiana

Di C.W. Leadbeater

Tratto da The Theosophist - settembre 1910.

Febbraio 2016

 

Quella che noi chiameremmo ora l’interpretazione teosofica del Cristianesimo non era affatto sconosciuta nella Chiesa primitiva, benché sia stata completamente dimenticata in questi ultimi secoli. Origene, per esempio, il più colto e il più brillante di tutti i Padri della Chiesa, parla molto chiaramente della differenza tra la fede ignorante della massa incolta, e la fede razionale ed elevata che si basa sulla conoscenza precisa, e distingue l’irragionevole fede popolare, che conduce a ciò che egli chiama il “Cristianesimo Somatico” (cioè la mera forma fisica della religione) ed il Cristianesimo spirituale offerto dalla Gnosi o Sapienza. È evidente che per “Cristianesimo somatico” egli intende la fede basata sulla storia del Vangelo,e dell’insegnamento fondato su tale narrazione storica dice: “Qual miglior metodo si potrebbe escogitare per aiutare le masse?”

Oggi la Chiesa considera sua gloria più alta l’aver prodotto il “Santo” e adduce appunto la lista dei suoi “Santi” come prova della verità e dell’efficacia dei propri insegnamenti. Ma nei tempi primitivi questa, che ora sembra l’ultima mèta dei suoi sforzi, non era che la prima di essi. Allora la Chiesa aveva tre grandi ordini, o gradi, per i quali i suoi figli dovevano passare, cioè: la purificazione, l’illuminazione e la perfezione. Ora essa si dedica soltanto a produrre uomini buoni, e addita i Santi come sua massima gloria, ma in quei giorni, quando aveva prodotto un Santo considerava il suo lavoro soltanto incominciato, perché solo allorché l’individuo aveva conseguito la santità, era atto a ricevere l’insegnamento ulteriore e la disciplina che la Chiesa poteva dargli, cosa che ora non è più in grado di fare, avendo dimenticato la Sapienza che possedeva in antico. La purificazione conduceva l’uomo alla santità; l’illuminazione gli dava la conoscenza che veniva insegnata nei Misteri e questa lo conduceva verso la perfezione e l’unità con il Divino. Ora la Chiesa si contenta della purificazione preliminare, e non ha più illuminazione da impartire.

Malgrado ciò l’antica Magia, istituita dal suo Fondatore, è tuttora realmente attiva ed efficace nella Chiesa cristiana, che anche in quest’epoca di decadenza continua ad essere guidata e diretta. Nei suoi Sacramenti, se compiuti sinceramente, esiste ancora un potere effettivo e vitale – il potere del Logos stesso – e al quale è tramite Colui che noi chiamiamo il Maestro Gesù, poiché la Chiesa Cristiana forma appunto il suo speciale dipartimento. Non fu Gesù, bensì il Cristo – il Signore Maitreya – che fondò la religione cristiana: ma l’incarico speciale del Cristianesimo è stato dato a Gesù, che cedette il proprio corpo al Fondatore perché compisse l’opera sua. La credenza del costante interessamento personale di Gesù alla Chiesa Cristiana è quasi scomparsa. I Cristiani pensano a Lui più come ad un Maestro vissuto duemila anni or sono, che come ad un potere attivo perennemente anche nella Chiesa odierna. Essi hanno dimenticato che Egli è tuttora una forza vivente, una presenza reale, veramente “con noi sempre, fino alla fine del mondo”, come Egli stesso disse. Egli non è Dio nel senso idolatra, ma il tramite per cui il potere Divino è giunto a molti milioni di uomini, il funzionario che ha l’incarico del dipartimento devozionale nell’opera del Cristo.

La Chiesa si è allontanata molto dalla via che le era stata tracciata in origine. Essa doveva essere adatta a tutti i tipi umani ed ora invece non serve che ad uno solo (al tipo devozionale) ed anche a questo molto imperfettamente. Ma i legami spezzati debbono essere ricostruiti e l’attività intellettuale, caratteristica del nostro tempo e dell’ultima sottorazza, il ravvivamento intellettuale che si manifesta nell’alta critica religiosa ed a cui ho accennato poc’anzi, ha precisamente lo scopo di adattare la religione ad un altro tipo di mentalità. Se i preti e gli insegnanti avessero il vantaggio di una conoscenza diretta in materia religiosa, potrebbero aiutare molto l’umanità nella crisi presente, guidando l’attività intellettuale con la loro conoscenza della verità e tenendo viva nel cuore dei fedeli la spiritualità senza la quale ogni sforzo intellettuale è sterile.

La Chiesa ha non soltanto dimenticato quasi interamente la dottrina originaria insegnata dal suo Fondatore, ma la maggior parte dei suoi sacerdoti è ben lungi dall’aver idea del significato e dell’efficacia delle cerimonie che compie. Probabilmente il Cristo previde che questo sarebbe accaduto, poiché dispose che le cerimonie fossero efficaci anche nel caso in cui né il celebrante né i presenti avessero la minima comprensione intellettuale del processo e dei risultati di esse. Riuscirebbe forse molto difficile spiegare ad un cristiano come questo possa avvenire; ma i teosofi dovrebbero capirlo più facilmente, perché sono già loro familiari alcune delle idee generali implicate in tale processo.

Noi, studiosi di Teosofia, abbiamo spesso sentito parlare del gran serbatoio di forza che è costantemente alimentato dai Nirmanakaya, affinché la forza spirituale ivi contenuta possa essere utilizzata dalla Gerarchia degli Adepti e dai  loro discepoli per aiutare l’evoluzione dell’Umanità. Il Cristo dispose che una parte, o ciò che si potrebbe chiamare un compartimento speciale, di tal serbatoio, fosse riservato alla nuova religione, e che ad una certa serie di funzionari fosse dato il potere di attingere, mediante speciali cerimonie, alla forza del serbatoio, per il bene spirituale dei fedeli. Il metodo adottato per la trasmissione di tal potere è quello dell’Ordinazione: ed è questo il vero significato della dottrina della “successione apostolica” intorno a cui si son fatte tante discussioni. Io stesso, quando ero prete della Chiesa Anglicana, credevo fermamente in questa dottrina ma quando, con lo studio della Teosofia, cominciai a comprendere meglio la religione ed a considerare la vita da un punto di vista molto più ampio, cominciai pure a dubitare che la dottrina della successione apostolica avesse tutta l’importanza attribuitale dal nostro partito ritualista. Avanzando negli studi ebbi la soddisfazione di comprendere che la dottrina aveva una base reale e che significava, anzi, molto di più di quanto anche le nostre scuole più alte avessero mai insegnato. La mia attenzione fu prima richiamata su questo fatto, osservando l’effetto prodotto durante la celebrazione della messa in una chiesa cattolica di un piccolo villaggio siciliano. Coloro che conoscono quell’isola meravigliosa sanno certamente che ivi non si trovano chiese cattoliche del genere più intellettuale e che né il clero né i fedeli sono ivi molto evoluti: pure la solita celebrazione della messa mi apparve in una di quelle chiese quale una magnifica manifestazione di forza occulta. Al momento della consacrazione l’ostia splendette di luce abbagliante, divenendo come un sole agli occhi del chiaroveggente e quando il prete la innalzò sopra al popolo, osservai che da essa emanavano due diverse specie di forza spirituale, corrispondenti una alla luce del sole, l’altra ai raggi della sua corona. La prima irradiava ugualmente in tutte le direzioni sopra il popolo raccolto nella chiesa, attraversava le pareti di questa, come se non esistessero, ed esercitava la sua influenza su di una parte considerevole del paese circostante. Questa forza sembrava essere una specie di potentissimo stimolo, in particolar modo sul piano buddhico, pur essendo straordinariamente potente anche sui tre sottopiani superiori del piano mentale. La sua attività era notevole anche sul 1°, sul 2° e sul 3° sottopiano astrale, ma qui sembrava trattarsi di un riflesso del piano mentale o forse solo di vibrazioni simpatiche. Il suo effetto sulle persone che si trovavano entro la sua sfera d’influenza era proporzionato al loro sviluppo. Nei pochissimi casi in cui esisteva un leggero sviluppo buddhico, essa agiva come un potente stimolo, raddoppiando o triplicando temporaneamente l’attività di quei corpi buddhici, e la luce che essi erano capaci di emettere. Ma poiché nella maggior parte delle persone la materia buddhica era ancora quasi del tutto dormiente, l’azione della forza si esercitava principalmente sul loro corpo causale; anzi, siccome i presenti erano per la maggior parte svegli e responsivi solo per quanto riguardava la materia del terzo sottopiano, così perdevano grandissima parte del vantaggio che avrebbero potuto avere se la parte superiore dei loro corpi causali fosse stata in piena attività. Ma in ogni modo tutti gli Ego compresi nella sfera dell’irradiazione ricevevano un notevole impulso ed un considerevole beneficio da quell’atto di consacrazione, per quanto poco se ne accorgessero. Anche le vibrazioni astrali, benché molto più deboli, esercitavano una considerevole influenza sull’ambiente, perché i corpi astrali dei siciliani sono molto ben sviluppati e non è difficile suscitare in essi le emozioni.

Molte persone lontane dalla chiesa, mentre camminavano sulla strada d’un villaggio o attendevano ai loro lavori sul pendio solitario di qualche collina sentivano, per un momento, un fremito di affetto o di devozione che certamente non sognavano di collegare al fatto della celebrazione di una messa nella loro piccola parrocchia. Ma a me, che osservavo il fenomeno, appariva chiaro che si trattava d’uno schema sapientemente elaborato per raggiungere grandi effetti. Evidentemente uno degli scopi, forse il principale, della celebrazione quotidiana della messa è che tutti quelli che sono alla portata della sua influenza, possano ricevere almeno una volta una di queste scosse elettriche così ben calcolate a promuovere lo sviluppo di cui ciascuno è suscettibile, ed una emanazione simile di forza rappresenta per ogni persona tutto ciò che essa è capace di ricevere. Inoltre, anche i poco sviluppati, anche i più ignoranti, non possono fare a meno di divenire almeno un po’ migliori dopo essere stati toccati da una nobile emozione. Quanto ai pochi più avanzati essa rappresenta un’elevazione spirituale d’incalcolabile valore.

Ma ho detto che si produceva un secondo effetto, paragonabile ai raggi della corona solare. Mentre la luce di cui ho testé parlato emana ora indistintamente su tutti, sui giusti e sugli ingiusti, sui credenti e sugli schernitori, questa seconda forza si manifesta invece soltanto in risposta ad un forte sentimento di devozione da parte di uno dei presenti. All’elevazione dell’ostia tutti i membri della congregazione si prostrarono, come vuole il rito, alcuni apparentemente per mera abitudine, altri con un possente slancio di sentimento devozionale; e l’effetto che appariva alla vista del chiaroveggente era impressionante, poiché dall’ostia innalzata dardeggiava su ciascuno di questi ultimi un raggio di fuoco che infiammava la parte superiore del loro corpo astrale, mettendolo in uno stato d’intensa estasi. Per mezzo del corpo astrale ed a cagione della sua stretta relazione con il buddhico, quest’ultimo veniva pure fortemente impressionato e benché non si potesse dire che in alcuno di questi contadini il corpo buddhico fosse sveglio, pure il suo sviluppo era stimolato e la sua capacità d’influenzare istintivamente l’astrale era aumentata. Non dobbiamo dimenticare che mentre Buddhi, quando è risvegliato, può coscientemente modellare e dirigere l’astrale, esiste, nel veicolo buddhico anche il meno sviluppato, una grande riserva di forza, che splende sul corpo astrale e attraverso ad esso, sia pure inconsciamente e, per così dire, automaticamente.

Naturalmente questo fenomeno m’interessò moltissimo e volli assistere a varie funzioni, in varie chiese, allo scopo di constatare se ciò che avevo visto una volta si verificava sempre o se variava e quando e sotto quali condizioni.

Trovai che, ad ogni celebrazione di messa, si producevano gli stessi effetti; le due forze che ho cercato di descrivere si manifestavano sempre, la prima apparentemente senza differenze apprezzabili, l’altra, invece, con intensità variabile a seconda del numero dei fedeli veramente devoti che assistevano alla cerimonia.

L’elevazione dell’ostia, immediatamente dopo la consacrazione, non era la sola occasione in cui avveniva l’irradiazione di forze: questa si verificava ugualmente quando veniva impartita la benedizione col SS. Sacramento. Parecchie volte seguii nella strada la processione del SS. Sacramento ed ogni volta che il sacerdote si fermava sugli scalini di qualche chiesa, fosse pure antica e mezza diroccata, si manifestava lo stesso doppio fenomeno. Osservai pure che l’ostia esposta sull’altare nella chiesa emanava tutto il giorno ininterrottamente la prima delle due forze che ho descritto, benché non così intensamente come al momento dell’elevazione e della benedizione. Si potrebbe dire che la luce ardeva incessantemente sull’altare, ma che splendeva come un sole in quei momenti di sforzo speciale. Anche l’irradiazione della seconda forza, il secondo raggio di luce, poteva essere evocato apparentemente in qualunque momento, ma anche questo mi sembrava meno vivido dell’irradiazione che seguiva immediatamente la consacrazione.

Un terzo effetto è quello prodotto su coloro che ricevono la comunione: essi, ricevendo nel loro corpo una parte di quel centro abbagliante da cui fluiscono luce e fiamme, divengono temporaneamente altrettanti centri simili ed a loro volta irradiano forza. Le tremende vibrazioni che gli individui hanno così assorbite ed associate a sé stessi, non possono fare a meno di esercitare una enorme influenza sulle loro vibrazioni abituali.

Per il momento questa influenza innalza le loro vibrazioni, portandole in armonia con le sue e producendo così un senso d’intensa esaltazione. Tuttavia ciò implica un considerevole stato di tensione di tutti i veicoli, che naturalmente tendono a tornare gradatamente alle loro vibrazioni normali. Per lungo tempo questa influenza superiore vividissima lotta contro la tendenza dei veicoli a rallentare le vibrazioni, ma il peso morto della massa relativamente enorme delle vibrazioni ordinarie dell’uomo agisce come una martinicca anche su questa potente energia superiore e lentamente i veicoli ritornano al loro stato ordinario. Senza dubbio, però, tale esperienza innalza l’uomo, non fosse che di una frazione infinitesimale, poiché lo mette per qualche minuto, od anche per qualche ora, in contatto diretto con le forze di un piano immensamente più alto di quelli che egli stesso può toccare.

Naturalmente continuai le mie investigazioni intorno all’influenza che il carattere, la dottrina e l’intenzione del prete potevano avere su questa irradiazione di forza e riassumo qui brevemente, in una serie di assiomi, alcuni dei quali sembreranno senza dubbio sorprendenti a molti, i risultati dell’esame di un gran numero di casi.

Primo: solo i preti che hanno ricevuto la regolare ordinazione e che hanno quindi la “successione apostolica” possono provocare questi effetti. Altri uomini che non facciano parte del clero organizzato, per quanto devoti, buoni e santi siano, non possono ottenere questo risultato.

Secondo: né il carattere del prete, né la sua conoscenza o ignoranza intorno a ciò che sta realmente facendo, hanno la minima influenza sugli effetti della cerimonia; e pensandoci, questo non deve stupire, perché è ovvio che si tratta di essere abili a compiere una certa azione, e che soltanto coloro che sono passati per l’apposita cerimonia hanno ricevuto il dono dell’abilitazione a compierla: precisamente come per parlare ad un pubblico è necessario conoscerne la lingua, ed uno che non la conosca non può, per quanto bravo, ardente e devoto possa essere, comunicare con l’uditorio. Così pure, la facoltà di comunicare con il pubblico non dipende dal carattere privato, ma solo dall’avere o meno la facoltà di farsi comprendere, facoltà conferita dalla conoscenza della lingua. Non intendo minimamente con ciò affermare che le qualità personali del prete non abbiano alcun effetto: di questo parlerò più innanzi: voglio dire soltanto che nessuno può attingere forza dallo speciale serbatoio di energia, istituito da Cristo per la sua Chiesa, se non ha ricevuto il potere di far ciò per mezzo dell’ufficio conferito secondo le istruzioni lasciate dal Cristo stesso.

Mi pare invero che ci sia una buona ragione perché le cose siano disposte così. Occorreva adottare un sistema che mettesse alla portata di tutti gli uomini simultaneamente, in migliaia di chiese in tutto il mondo, una enorme emanazione di forza: certo sarebbe possibile ad uomini di potere e di santità eccezionali di attirare dai piani superiori con l’intensità della loro devozione una quantità di forza paragonabile a quella ottenuta da individui debitamente designati come ho descritto, ma gli individui dotati di facoltà così straordinarie sono sempre eccessivamente rari, e in nessun tempo della storia del mondo sarebbe stato possibile di trovarne contemporaneamente un numero sufficiente ad occupare neppur la millesima parte dei posti dove erano necessari. Era dunque indispensabile ricorrere ad un metodo riconosciuto, e fino ad un certo punto meccanico, per mezzo del quale un atto, se debitamente compiuto, potesse attirare in basso la forza superiore; e questo può fare, relativamente con poco tirocinio, chiunque abbia avuto l’investitura di tal potere. Occorre un uomo robusto per pompare dell’acqua, ma un rubinetto può essere aperto anche da un bambino; occorre un uomo vigoroso per costruire una porta e sospenderla sui cardini, ma quando è a posto, anche un bambino può aprirla.

Essendo stato prete nella Chiesa Anglicana e sapendo quanto dibattuta sia la questione se essa abbia o no la successione apostolica, avevo naturalmente interesse a scoprire se i suoi preti avevano questo potere. Fui contento di constatare che l’avevano, e per me è risolta la tanto dibattuta questione di Parker, e con essa tutta la controversia intorno all’autorità degli Ordini della Chiesa d’Inghilterra.

Ben presto, continuando le mie osservazioni, trovai che i ministri delle sette chiamate comunemente dissidenti non possedevano tale facoltà, per quanto buoni e zelanti fossero. La loro bontà ed il loro zelo producevano una quantità di altri effetti che ora descriverò, ma i loro sforzi non attingevano al particolare serbatoio a cui ho alluso. M’interessai specialmente del caso d’uno di tali ministri che conoscevo personalmente come un uomo buono e devoto, ed anche come un colto Teosofo. Egli conosceva il reale significato dell’atto della consacrazione molto più di 999 preti su mille che continuamente la compiono, eppure debbo ammettere che i suoi migliori sforzi non producevano gli effetti ottenuti dai preti ordinati, quantunque egli provocasse altri fenomeni che gli altri non provocavano – e dei quali dirò fra breve.

A prima vista questo fatto mi sorprese, ma mi persuasi ben presto che non poteva essere altrimenti. Supponiamo, per esempio, che una certa somma di denaro sia lasciata da un ricco massone per esser distribuita fra i suoi confratelli più poveri; la legge non sanzionerebbe mai la divisione di quel denaro fra altri che non fossero i massoni a cui era destinata; ed il fatto che altri poveri fuori del corpo massonico fossero più devoti o più meritevoli, non avrebbe alcun peso nella decisione.

Un’altra cosa che mi interessò moltissimo fu il tentativo di vedere fino a qual punto l’intenzione del prete influiva sui risultati delle funzioni sacre. Nella Chiesa Cattolica trovai molti sacerdoti che celebravano la messa quasi automaticamente, come se si trattasse solo dell’adempimento d’un dovere quotidiano, e senza alcun pensiero ben definito intorno a ciò che facevano; ma forse per inveterata reverenza, o per lunga abitudine, tutti sembravano riprendersi proprio un momento prima della consacrazione e compivano questo atto con intenzione determinata.

Rivolsi quindi la mia attenzione a quella divisione della Chiesa Anglicana chiamata “Low Church”, per osservare che cosa vi accade, visto che molti dei suoi ufficianti rifiutano perfino il nome di preti, e che essi, pur seguendo la rubrica nell’atto della consacrazione, mettono nel compierla la stessa intenzione che vi metterebbero i ministri di altre denominazioni fuori della Chiesa. Ebbene, trovai che questi ufficianti della “Low Church”, potevano produrre gli stessi effetti, mentre quelli fuori della Chiesa non potevano.

Quindi ne deduco che per l’“intenzione” richiesta dalla Chiesa come condizione necessaria, deve intendersi semplicemente ciò che la Chiesa vuol significare, astrazione fatta dall’opinione particolare di questo o di quel sacerdote riguardo a tale significato. Certo, molti penseranno che tutto questo dovrebbero essere disposto diversamente, ma io non posso che riferire fedelmente i fatti che le mie investigazioni mi hanno rivelato.

Da quanto ho detto, non si deve dedurre che lo zelo, la devozione, la conoscenza e la bontà del carattere dell’officiante non abbiano alcuna influenza: ne hanno anzi moltissima, ma non hanno il potere di attingere dal serbatoio particolare.

Quando il prete è devoto e zelante, tutti i suoi sentimenti irradiano sui fedeli e suscitano sentimenti simili, in quelli che ne sono suscettibili. Inoltre la devozione del prete attira l’inevitabile risposta dai piani superiori, come è mostrato nell’illustrazione del libro Le forme-pensiero e la discesa della buona influenza così evocata beneficia senza dubbio tanto i fedeli che il prete stesso. Certo, il prete che, compiendo una funzione, vi mette tutto il suo cuore e tutta la sua anima, attira sui fedeli due tipi di benedizioni, benché la seconda, prodotta dai suoi sentimenti e dalle sue qualità personali, non possa paragonarsi alla potenza della prima. Questa seconda influenza attirata dalla mera devozione si riscontra naturalmente tanto dentro che fuori della Chiesa.

Un altro fattore di cui bisogna tener conto, è il sentimento dei fedeli. Se essi sono devoti e reverenti, questo risulta d’immenso aiuto all’officiante, ed accresce enormemente l’influsso di forza che viene come risposta alla devozione. Ed anche il medio livello intellettuale dei fedeli ha la sua importanza, perché un uomo intelligente e devozionale nello stesso tempo ha in sé una devozione d’ordine superiore a quella d’un uomo ignorante, e può quindi evocare una più completa risposta. D’altra parte, in molti luoghi destinati al culto, dove si esercitano molto le facoltà intellettuali, dove per esempio, non la cerimonia, ma il sermone è considerato come la parte principale del servizio sacro, non esiste quasi nessuna devozione, ed al suo posto regna un orribile spirito di critica e di orgoglio spirituale, che effettivamente impedisce al disgraziato uditorio d’ottenere alcun risultato da ciò che esso considera il suo esercizio spirituale. La devozione o l’indifferenza, la fede o lo scetticismo  da  parte  dei  fedeli  non hanno  la  minima  influenza sull’influsso di forza dall’alto, quando il prete ufficiale ha le qualificazioni richieste ad attingere dal serbatoio a ciò designato, ma influiscono sul numero dei raggi emanati dall’ostia consacrata, e quindi sull’atmosfera generale della Chiesa.

Il potere del prete ordinato si esercita anche in altre cerimonie, oltre a quella dell’Eucarestia. La consacrazione dell’acqua nel rito del battesimo e dell’acqua benedetta da distribuirsi ai fedeli o da tenersi all’ingresso di ogni chiesa, le conferisce una forte influenza che la rende atta a compiere in ciascuno dei casi la funzione che le è assegnata. Lo stesso avviene in altre consacrazioni e benedizioni che fanno parte del lavoro regolare del prete, benché in molte di queste sembra che il magnetismo del prete abbia una parte maggiore, e naturalmente la quantità di tale magnetismo dipende dall’energia e dallo zelo con cui il prete compie la cerimonia.

Forse è necessario che io spieghi, per gli indiani, che il clero cristiano ha tre ordini: vescovi, preti, diaconi. Con la prima ordinazione si è ammessi come diacono, che significa una specie di apprendista o aiuto del prete: esso non ha ancora il potere di consacrare l’ostia, di benedire il popolo, di assolvere i peccati, ma può battezzare i bambini, cosa che d’altronde ogni laico ha il permesso di fare in caso d’urgenza. Dopo un anno di diaconato esso è eleggibile per l’ordinazione a prete, ed è questa ordinazione che gli conferisce il potere di attingere la forza dal serbatoio di cui ho parlato. Gli è così impartita la facoltà di consacrare l’ostia ed altri vari oggetti, di benedire il popolo in nome di Cristo e di dare l’assoluzione dei peccati. Oltre a tutti questi poteri, il vescovo ha quello di ordinare altri preti, e di continuare così la successione apostolica. Egli solo ha il diritto di somministrare la cresima, e di consacrare una chiesa, cioè di dedicarla al servizio di Dio.

Questi tre sono i soli ordini del clero cristiano, e rappresentano gradi definiti, separati uno dall’altro da ordinazioni che conferiscono poteri diversi. Tutti gli altri titoli che si adoperano: arcivescovo, arcidiacono o canonico, sono soltanto titoli di uffici, ed implicano differenza di doveri, ma non di grado.

 

C.W. Leadbeater

Tratto da The Theosophist - settembre 1910.

 

C.W. Leadbeater, vescovo e teosofo britannico, è stato anche co-fondatore della Chiesa cattolica Liberale. Notissima la sua collaborazione con Annie Besant nel sodalizio teosofico. Il suo incontro con Jiddu Krishnamurti sulla spiaggia di Adyar fu determinante nella vita di quest’ultimo, che fu incoraggiato così ad iniziare la sua preparazione spirituale.


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