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di Patrizia Moschin Calvi  - indice articoli

 

Meditazione nel vuoto

Di Laurence J. Bendit

Marzo 2015

 

Questo mese ho scelto un articolo che può aiutare a chiarire qualche concetto riguardante la pratica della meditazione, che tante insidie nasconde, ma che è importante perché ha come scopo finale quello di farci parte consapevole del Sé Universale.
L’autore, Laurence J. Bendit (1898-1974), laureatosi alla Cambridge University of England, noto psichiatra inglese, è stato Segretario Generale della S.T. in Inghilterra e grande studioso dei problemi dello spirito connessi con l’esercizio della meditazione.

 

Patrizia Moschin Calvi

 

 

Meditazione nel vuoto

Di Laurence J. Bendit

 

La meditazione è divenuta una moda, in occidente, salvo quella praticata dai cristiani dei tempi andati. Quando si parla di meditazione di solito ci si riferisce a qualcosa che si basa sulla filosofia Vedanta o Buddhista (Zen) con molte varianti rispetto alla sorgente originale. Nella zona di San Francisco negli Stati Uniti, la rivista Psicologia Transpersonale recentemente ha elencato non meno di sedici “centri di meditazione”. Los Angeles probabilmente supera questo numero e se si contassero tutti gli analoghi luoghi dell’America del Nord e dell’Europa occidentale, probabilmente si troverebbero un centinaio o più di ashrama e vihara, ritiri e altre istituzioni analoghe più o meno organizzate, dove si dice che venga insegnata la tecnica della meditazione.

Alcune di queste istituzioni sono certamente del tutto spurie e commerciali, altre sono superficiali ed inadeguate. Alcune potrebbero essere anche effettivamente dannose, perorando l’uso delle droghe, ecc. Però ve ne sono anche di quelle dirette da insegnanti e studenti sinceri, anche se non bene informati, che sentono il bisogno di sperimentare la coscienza trascendentale e sono disposti a fare ogni sforzo a tale scopo.

Se si fa un’inchiesta sul motivo per cui certe persone sentono il bisogno di dedicarsi alla meditazione, si ottiene una varietà di risposte. Alcuni imitano quello che fanno gli altri. Altri invece, più seriamente, dicono di voler praticare la meditazione allo scopo di sperimentare stati diversi di coscienza, sviluppare poteri psichici, la chiaroveggenza, ecc. Altri ancora sono più vicini al vero scopo quando affermano che hanno bisogno di scoprire di più sui misteri della vita, migliorare la propria comprensione, ottenere l’Illuminazione. Questa è una buona ragione per accingersi a quella che, nel migliore dei casi, costituisce una specie di autodisciplina che spesso implica il sacrificio di cose che rendono la vita più comoda e piacevole – e, benché questo non sia necessariamente il caso, può essere un riflesso di idee su ascetismo e mortificazione usualmente di un genere errato.

Si incontrano poi delle persone che, forse per decenni, hanno seguito uno specifico esercizio di meditazione e ne parlano come di un qualcosa che ha modificato e accresciuto la loro visione. Ma troppo spesso i risultati sono deludenti, almeno dal punto di vista esteriore, perché si trovano certamente delle persone che per anni hanno sinceramente maturato e approfondito le loro qualità interiori, ma ve ne sono anche delle altre che semplicemente sono divenute più vecchie, e forse più mature, soltanto per l’effetto del tempo e della lotta per la vita – ma che però hanno conservato il campo limitato di visione che potevano avere 20 anni prima.

In questo saggio esaminiamo tali apparenti insuccessi. Dico “apparenti” perché chi può avere la temerarietà di giudicare un altro, specialmente nello sviluppo spirituale? Tuttavia è naturale che vi siano degli insuccessi. È come se la disciplina seguita non avesse avuto alcun effetto sul loro carattere e si fosse dimostrata inefficace. Il mio scopo è di cercare di vedere perché avviene ciò e dove si trova, in termini generali, la causa dell’insuccesso.

È dovuto forse ai metodi proposti dai maestri del Vedanta come Patanjali o Shankaracharya, dello Zen, del Taoismo oppure delle forme più pure del Buddhismo? La risposta è negativa. Non vi è nulla di errato in ciò che insegnano questi maestri. Ma quando analizziamo testi quali lo Yoga Sutra di Patanjali è evidente che possiamo eguagliarli agli asana dello Hatha Yoga, se li consideriamo fuori dal loro contesto, che esamineremo più avanti.

Se applichiamo gli esercizi asana con discernimento, essi diventano un eccellente esercizio igienico. Rafforzano e ristabiliscono la salute fisica, mentre gli esercizi di Patanjali possono essere considerati degli asana fisici trasportati al livello psichico o mentale. Essi rendono flessibile la mente come gli esercizi fisici rendono flessibile il corpo, ma non producono altro e non toccano il livello spirituale. In tal caso agiscono a vuoto, non importa quante ore vengano impiegate nella esecuzione degli esercizi stessi. I praticanti possono constatare in effetti di vedere delle luci, muoversi delle ombre, sperimentare altri stati di coscienza, galleggiare nell’aria (come i medium spiritici), forse possono anche avere delle esperienze extrasensoriali, ma anche divenire tesi, avere mal di capo, essere colti da improvvisi accessi di paura, perdita di controllo delle proprie emozioni e tutto il resto che indica qualcosa di sbagliato. Inoltre possono venire in superficie ed esacerbarsi sintomi neurotici od anche psicotici che erano prima latenti nel praticante.

Potrei aggiungere che se qualcuno intraprende la pratica yoga per provare l’eccitazione di quello che può sperimentare, si risparmierà così i gravi pericoli e i danni permanenti che potrebbero risultare usando le droghe: conseguirebbe almeno una nuova visione, per quanto spuria, risparmiando il tempo che impiegherebbe nella meditazione, prima di raggiungere lo stesso genere di esperienza. La pratica yoga è assai più salutare ed inoltre può essere abbandonata in qualunque momento senza lasciare effetti secondari, mentre le droghe lasciano delle conseguenze permanenti.

Se ho ragione di dire che lo yoga mentale o fisico, fuori del suo contesto, nel migliore dei casi è inutile, e nel peggiore è dannoso, dobbiamo sapere che cosa si richiede di fare per lo scopo al quale è destinato: un aspetto delle cose dato per concesso, dai maestri sin dagli antichi tempi come pure da quelli dei nostri giorni come Krishnamurti, Aurobindo, o dei Rimpoche tibetani, che grazie al comunismo cinese nel Tibet sono ormai noti nel mondo occidentale perché esiliati dalla loro patria. Si dice che uno studioso serio, per avere successo nello yoga, deve essere animato da un grande amore per il suo prossimo e sentire il desiderio di aiutarlo a qualunque costo. Con questo atteggiamento come base della sua esistenza può esercitare qualunque disciplina od anche nessuna, come gli sembra meglio, allo scopo di divenire veramente utile, mediante la comprensione e l’illuminazione.

Per dirlo con altre parole la meditazione, per essere veramente fruttuosa, richiede una totale dedizione di se stessi nella ricerca della Verità: non una dedizione condizionata, parziale, che mette da parte certi aspetti della vita o del proprio carattere da considerare in seguito, bensì una totale dedizione alla grande opera, anche per quanto attiene alla parte più brutta e fosca di se stessi. Se si trascura qualcosa, si può tuttavia perfezionare il proprio carattere, che si può confrontare con una ruota levigatrice la quale non può venire in contatto con l’oggetto da levigare e perciò gira a vuoto.

Su questo punto, tanto la meditazione quanto tutte le pratiche religiose mancano al loro scopo, sia che si faccia la meditazione, cercando di raggiungere quello che può essere soltanto un simulacro di samadhi o una specie di “trance”, nello stato in cui si vedono molti sadhu in India o girare la ruota delle preghiere tibetane o recitare il rosario meccanicamente è altrettanto utile e più facile.

Ho scelto il titolo “Meditare nel vuoto” per rendere il concetto che questo “vuoto” deve essere riempito e quello che lo riempie è il sé personale e la pienezza della mente – del pensiero e del sentimento. Il punto di attacco delle pratiche religiose è soltanto quello che usualmente chiamiamo “noi stessi” il nostro piccolo io, e lo scopo consiste nel trasformare questo piccolo io e questa piccola mente in modo che diventino consapevolmente parte del Sé universale della Mente universale. Molte persone cercano di farlo sinceramente, ma quando divengono consapevoli di alcuni lati di se stesse – e certune rifiutano di vederli, sia deliberatamente che per istintiva reazione di dissimulazione - affogano in un pantano.

Qui le discipline yoga divengono un’insidia, un vicolo cieco, un solco in cui scorre un’attitudine fissa della mente, intorno all’oggetto stesso che dovrebbe essere modificato. La disciplina non è necessariamente sbagliata, ma può esserlo l’uso che se ne fa.

Chi di noi oserebbe fare una dedizione così totale di sé? Persino pensarlo richiede coraggio. Attuarlo richiede assai di più – infinita pazienza, disappunti, autoumiliazione, oltre alle virtù di cui si parla in relazione alla grande Ricerca; occorre lavorare con immutabile entusiasmo, senza speranza di ricompensa o di “riconoscimento dei meriti”, agire come se lo scopo fosse di raggiungere la ricchezza spirituale o materiale; occorre divenire non reattivi alle offese personali e acquisire tutte le altre qualità del sincero ricercatore. Questo non è un compito facile. È meglio ritirarsi, anziché ingannare se stessi che qualche disciplina esterna possa portarci alla méta dell’Illuminazione, senza pagare il prezzo della sofferenza, dubbio e, spesso, riconoscendo i propri errori e le sciocchezze connesse.

Solo in questo modo la meditazione e le altre pratiche religiose possono divenire qualcosa d’altro che perdita di tempo e di energia o un’illusione che ci porta più lontano anziché più vicino all’ultima Verità.

 

   Laurence J. Bendit

Articolo tratto da “The Theosophist”, marzo 1971



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