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Da: "Il cervello e la sua coscienza"

di Lino Missio - Erga edizioni


Che cosa è la coscienza
La coscienza è il più grande dei misteri. È forse uno dei problemi più difficili al quale la scienza deve ancora dare una risposta. Le scienze fisiche sono ben comprese, e le scienze biologiche hanno rimosso molti degli antichi misteri che circondavano la natura della vita. Molti progressi sono stati compiuti anche nella scienza della mente. Gli studi recenti nell'ambito della scienza cognitiva e delle neuroscienze ci hanno portato ad una migliore comprensione del comportamento umano e dei processi sottostanti che lo guidano. Certo non conosciamo nei dettagli la cognizione umana ma le ricerche fanno prevedere che nuovi risultati non siano così lontani. 
La coscienza, tuttavia, sembra sfuggire alle leggi fisiche, chimiche e biologiche; è qualcosa di straordinariamente familiare e indiscutibile, ma, nello stesso tempo, diviene misteriosa non appena la pensiamo sullo sfondo dell'immagine fisica del mondo. 
La nostra esperienza cosciente è costituita da innumerevoli stati qualitativi, ovvero colori, odori, sapori, dolori, sensazioni tattili, cinestetiche, propriocettive; e ancora piaceri, emozioni, stati d'animo ecc. Tutte queste sensazioni sono profondamente reali e indubitabili e contornano la nostra vita soggettiva. Eppure non è chiaro in che rapporto la coscienza sia con la realtà che ci circonda; la realtà scoperta e illustrata dalle leggi fisiche. Negli ultimi anni è stato scritto molto sulla coscienza e questo potrebbe far pensare che stiamo facendo dei progressi. Tuttavia, la gran parte dei lavori non tocca i problemi più spinosi relativi alla coscienza. Essi si occupano spesso di quelli che potrebbero essere chiamati i problemi semplici della coscienza. Si rimane quindi con la sensazione che il problema centrale resti enigmatico come d'altronde è sempre stato. Questo enigma, come sostiene Chalmers non deve essere fonte di scoraggiamento; esso piuttosto fa del problema della coscienza una delle più eccitanti sfide intellettuali del nostro tempo.


Lo studio della mente nei secoli
Fin dal pensiero greco l'uomo ha cercato di capire il funzionamento della mente. Ippocrate è uno dei pochi ad attribuire la vita psichica al cervello (i suoi studi più importanti si basarono, appunto, sugli effetti di danni traumatici o malattie del sistema nervoso). Con questa affermazione, Ippocrate pone in evidenza una concezione che si sta affermando nel pensiero greco, e che troverà la sua espressione più elevata in Aristotele: il fatto cioè, che l'uomo è parte della natura, e può essere studiato con i metodi delle scienze della natura. Con Aristotele si afferma decisamente la concezione dell'uomo come oggetto di studio naturale.
Il pensiero medioevale è del tutto alieno dallo studio dell'uomo, di cui nega addirittura la possibilità. È evidente che la scienza medioevale è ben diversa, comunque, da quella greca. Il mondo è concepito secondo una precisa struttura gerarchica, con alla testa Dio, e immediatamente sotto l'uomo, che non viene però visto come facente parte della natura. Esiste il mondo dell'alchimia e dei maghi ma la ricerca, è impregnata di spirito magico, a tal punto da non assomigliare al concetto di scienza che oggi noi abbiamo. 
Per molti secoli verranno evitati gli studi anatomici. È solo sulla fine del XIV secolo, e poi soprattutto nei due secoli successivi, con il Rinascimento, che sarà possibile iniziare un nuovo rivolgimento del pensiero umano.
A riportare sulla scena l'interesse per la mente è Cartesio che ridisegna i confini tra anima e corpo che in precedenza Aristotele aveva unificato.
Tuttavia è a Wilhelm Wundt che va riconosciuto il merito di aver costituito la psicologia come scienza indipendente e come studio della mente. Infatti nel 1879 a Lipsia Wundt fondò il primo laboratorio di psicologia sperimentale nella storia della psicologia scientifica. Nel laboratorio, insieme ai suoi studenti si affrontarono sperimentalmente soprattutto quattro campi d'indagine: la psicofisiologia dei sensi in particolare la vista e l'udito, il tempo di reazione, la psicofisica e l'associazione mentale. 
Alcuni anni dopo, nel 1913 nasce il comportamentismo, con a capo Watson, che si propone come l'unica maniera di fare scienza psicologica. Per il comportamentismo, l'oggetto "psiche" viene esplicitato nei "contenuti psicologici" (emozione, abitudine, apprendimento, personalità, ecc.) e per essi si propone lo studio attraverso la loro manifestazione osservabile nei termini di comportamenti emotivi, comportamenti abitudinari, comportamenti d'apprendimento, comportamenti costitutivi della personalità. Con il comportamentismo viene eliminato del tutto ogni riferimento a stati interiori. 
È con la nascita del cognitivismo e della scienza cognitiva che il discorso mentalistico ritorna al centro della scena. La scienza cognitiva, che è lo studio interdisciplinare della mente, integra discipline diverse come la filosofia, la psicologia, l'intelligenza artificiale, la neuroscienza, la linguistica e l'antropologia. Di recente, con l'aiuto di nuove strumentazioni sofisticate, come la risonanza magnetica, la tomografia ad emissione di positroni, ecc., la scienza cognitiva è riuscita ad analizzare sempre più a fondo i meccanismi cerebrali avanzando teorie moderne sul funzionamento della mente. E' grazie all'evoluzione delle tecniche di visualizzazione in vivo (che hanno reso possibile l'esame e la rappresentazione del cervello in azione), agli studi neurofarmacologici (che hanno fatto luce sul ruolo di molti neurotrasmettitori nei meccanismi cerebrali) e al progredire degli studi sul cervello che oggi si è arrivati ad una conoscenza sempre più dettagliata dei processi neurobiologici che danno origine al nostro comportamento e ai nostri processi cognitivi.


L'importanza dello studio interdisciplinare
La coscienza, come sostengono alcuni studiosi, con molta probabilità scaturisce dal cervello ed è per questo motivo che filosofi e studiosi di discipline con scarse conoscenze sul funzionamento del sistema nervoso dovrebbero prendere in seria considerazione lo studio della neuroanatomia. In effetti, come ha sostenuto Eccles: 
Troppa poca considerazione è stata dedicata in passato al meccanismo neuronale implicato nelle varie manifestazioni della mente auto-cosciente. I filosofi che presentano teorie fisicaliste del problema cervello-mente, come la teoria dell'identità di Feigl o la teoria dello stato centrale di Armstrong, dovrebbero costruire le loro filosofie sulla comprensione scientifica più accreditata del cervello loro disponibile. Sfortunatamente essi si accontentano di informazioni sommarie o antiquate che spesso li inducono ad abbracciare idee erronee. C'è una tendenza generale a sopravvalutare la conoscenza scientifica del cervello, che riguarda, deplorevolmente, anche molti studiosi del cervello e scrittori scientifici. 

Tuttavia, anche la filosofia è di estrema importanza per la comprensione della coscienza, dunque allo stesso modo i neuroscienziati dovrebbero considerare, per i loro studi sulla coscienza, le tematiche filosofiche della mente. È proprio in questa visione dei fatti che dobbiamo, esaminare la coscienza. È grazie a studiosi di discipline diverse, che vanno dalla neurofisiologia, alla psichiatria, dalla neuropsicologia alla filosofia, che si potrà arrivare ad una conoscenza più approfondita della coscienza.

 

Lino Missio

 

Di Lino Missio consigliamo l'articolo: Psicofilosofia. Una alternativa filosofica alle psicoterapie

 

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