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Il Dito e la luna. Gli insegnamenti dei mistici dell'islam

Di Gianluca Magi - Edizioni Il Punto d'Incontro

 

- Il nome di Dio e l’istinto di vendetta
- Il potere delle parole
- Prefazione al libro dello shaykh Gabriel Mandel khan, maestro sufi di Franco Battiato.
«La serenità, la speranza, la salute in una parola di pace dal lato in luce del misticismo islamico. È una lettura che fa bene al cuore».

 

 

Il nome di Dio e l’istinto di vendetta
Un derviscio si mise in viaggio verso un lontano paese dove viveva un vecchio maestro sufi che conosceva il Supremo Nome di Dio (grazie al quale si possono compiere grandi miracoli). Dopo lunghi mesi di duro cammino, giunse finalmente a destinazione, con la barba lunga, le calzature sfilacciate e il mantello logoro e impolverato.
«Dimmi, perché hai affrontato un viaggio così lungo per farmi visita?», chiese il vecchio sufi.
«So che conosci il Supremo Nome di Dio. E vorrei che lo insegnassi anche a me!», rispose il derviscio.
«Ma sei pronto per impararlo?», chiese nuovamente il vecchio.
«Certo, lo dimostra se non altro la forza di volontà con la quale ho affrontato questo lungo viaggio impervio», rispose il derviscio.
«Se è come dici, recati presso la porta della città. Osserva che cosa accade e poi torna a riferirmi quanto hai visto».
Il derviscio si recò nel posto indicato e si sedette a osservare. Vide giungere dal bosco un vecchissimo taglialegna col suo mulo carico di tronchi e rami. Non appena giunse di fronte alla porta della città la guardia di confine gli si avvicinò con fare arrogante, iniziò a percuoterlo e a sequestrargli il carico di legna. Cacciò infine a male parole il povero vecchio, che, con le lacrime agli occhi, se ne andò via assieme al suo mulo privo del carico di legna.
Il derviscio, addolorato da quella triste scena, ritornò dal vecchio sufi per riferirgli quanto aveva osservato. Il maestro, dopo aver ascoltato la vicenda, gli chiese:
«Se avessi posseduto il Supremo Nome di Dio come ti saresti comportato con la guardia di confine?».
«Avrei utilizzato il Nome per vendicare il vecchio!», rispose senza esitazione il derviscio ancora afflitto da quanto aveva osservato.
«Questo mostra perché non sei pronto per ricevere il Supremo Nome di Dio!», replicò il maestro. «Sappi che fu proprio quel vecchio taglialegna che me lo insegnò. E lui, che lo conosce, non lo ha mai utilizzato per vendicarsi!».

Il potere delle parole 
Un giorno un maestro illustrava agli allievi la notevole efficacia psicologica delle parole e come gli uomini soggiacciano a tale potere come in stato d'ipnosi. 
«Le parole, in se stesse, non hanno importanza, sono solo fattori secondari, non fatti reali. Eppure gli uomini si cibano esclusivamente di parole anziché di realtà. Reagiscono positivamente o negativamente in base a parole amabili o ingiuriose». 
«Non sono minimamente d'accordo!», ribatté un allievo alzatosi improvvisamente in piedi, «Le parole non hanno un tale potere su di noi!». 
«Lurido schifoso cane rognoso!», lo ingiuriò il maestro preso da un violento raptus, «Chi ti ha detto di alzarti! Rimettiti subito a sedere o ti faccio cacciare via a pedate!». 
L'allievo, cianotico in volto dall'ira, ribatté: 
«Ma come, proprio tu, un maestro che reagisce in questo modo indegno? Mi meraviglio di un tale comportamento! Vergognati!». 
«Chiedo umilmente perdono», rispose pacato il maestro, «Non so cosa mi è successo. Non era mia intenzione né offenderti né umiliarti. Ti prego ancora di scusarmi». 
A quelle parole l'allievo si rasserenò e tornò tranquillamente a sedersi. 
A quel punto il maestro disse:«Potete ora osservare il potere delle parole? Poche parole ingiuriose hanno ferito una persona e hanno provocato in lui un uragano d'ira. Poche parole amabili lo hanno gratificato e reso tranquillo. Qualche parola può significare ira o tranquillità! Le parole sono solo fattori secondari, non realtà effettive. Eppure l'uomo non riesce a scrollarsele di dosso e, come imprigionato, soggiace al loro potere».

Prefazione dello shaykh Gabriel Mandel khan, maestro sufi di Franco Battiato
«Ecco: la borsa di Gianluca Magi contiene un ricco assortimento di semi che possono dare buon frutto. Vi auguro, con la lettura meditata, di raccoglierne copiose messi»

Le storie qui presentate sono state tutte saccheggiate dall'immenso tesoro dell'Oriente sufi e riconvertite in moneta corrente per il distratto e frenetico Occidente. In ciò viene seguita una tipica strategia sufi: riformulare la forma esteriore dell'insegnamento e adattarla alla cultura, al tempo e al luogo nel quale si trova ad operare. È necessario, infatti, ritradurre in parole comprensibili all'uomo contemporaneo le parabole dei mistici dell'Islam. I tempi cambiano e i modi di un'epoca e di un luogo non funzionano in un altro tempo e in un luogo differente.

Con una breve parabola, i Sufi sono capaci di trasmettere la conoscenza con più rapidità ed efficacia di una spiegazione discorsiva, logica o filosofica. Le storie sufi sono ideate per avere un preciso effetto: inviare alle mente condizionata dell'allievo un messaggio impossibile da esprimere in modo diretto. Ogni storia è una chiave in grado di aprire una porta; offre un modo di vedere la realtà, un suggerimento su come affrontare i problemi della vita quotidiana.

Nell'insegnamento sufi il percorso narrativo e quello spirituale sono molto vicini. Leggendo queste storie si coglie come la loro intenzione sia di risvegliare nel lettore un'autentica visione del mondo che ruota attorno all'idea per cui la realtà viene vista com'è e non come si vorrebbe che fosse. Attraverso una sorta di esperienza hanno il compito di liberare certe emozioni per illuminare certi nostri limiti e certe nostre possibilità.

I sufi chiamano ishara la storia che ha la funzione di indicare un insegnamento particolare e prolungato. Così come ishara è l'indicazione fatta col dito per mostrare qualcosa. Questo è il senso delle storie qui contenute: mostrare. In Oriente si dice: «Se qualcuno vi indica la luna, guardate la luna e non il dito puntato a indicarla». Questo detto vale anche per queste storie: non si può comprendere la luna analizzando il dito. Ma seguendo la direzione del dito si potrà giungere a vedere la luna. Il dito non è la luna. Tuttavia può indicare la via. 

Come sorseggiando un buon tè goduto in uno stato d'animo rilassato, ci s'inebrierà a poco a poco di questi brevi racconti che esaminano, in un modo speciale, la condizione umana, addormentata, inconsapevole e soggettiva. Il lettore è invitato a non sforzarsi di afferrarne il senso, poiché saranno le storie stesse ad afferrare il suo cuore. La conoscenza che offriranno non sarà cercata ma ricevuta. In questo modo la vita di ciascuno diverrà un cammino.

 

Di Gianluca Magi vedi anche: Parabole Orientali dal libro "La Via dell’Umorismo, 101 burle spirituali"

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