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L’Incontro.

Tratto dal primo capitolo del libro di Maesh Bhatt dal titolo: U.G. Krishnamurti - A Life - Traduzione di Isabella di Soragna e Pierluigi Piazza - dicembre 2007
In coda:
Articolo sul “Mumbai Mirror” apparso dopo la morte di
U.G. Krishnamurti - Traduzione di Isabella di Soragna

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- Mi sento perso, solo. Ho paura e sono pieno di dubbi.  Aiutatemi! - dissi quando incontrai Bhagwan Shree Rajneesh nel suo ashram, una fredda sera d’inverno a Puna. Egli mi fissò, posò gentilmente la sua mano sulla mia testa e disse:
- Anche Gesù fu colto da tanti dubbi quando fu crocifisso. -
- Oh! Dio perché mi hai abbandonato?- gridava, perché non credeva che Dio fosse con lui. Ma non appena ebbe pronunciato queste parole, vide che Dio era al suo fianco. Anch’io sono accanto a te ora. -
Quella sera Rajneesh mi fece un dono, la sua veste bianca.
- Indossala Mahesh. Tutto andrà per il meglio! Stai andando benissimo! - le sue parole mi confortarono. Mi disse cose che desideravo sentire. Purtroppo questo sentimento di benessere non durò a lungo. Dovetti tornare un’infinità di volte all’ashram per chiedere un altro ‘darshan’ a Bhagwan. Ero come un drogato che era disperatamente in caccia della prossima iniezione di droga. Egli era diventato la mia stampella.
Era un paradosso. La mia richiesta di libertà si era trasformata in una trappola, una prigione dentro la quale spiattellavo concetti di libertà e di indipendenza.
Il mio incontro con U.G. mi aveva traumatizzato. Nel profondo di me stesso una ferita si era infettata. Puoi correre, ma non puoi nasconderti. Puoi mentire a tutti, ma non a te stesso. Sapevo che i miei giorni con Rajneesh erano contati. Le mura del paradiso stavano crollando. Il mio Bhagwan stava morendo dentro di me e non potevo farci nulla.
Era inevitabile, mentre osservavo i resti del mio ‘mala’ (rosario indiano), regalatomi da Rajneesh, sparire nel gabinetto.  Mi sentivo strano per essermi liberato da quel collare di cane con cui mi aveva tenuto al guinzaglio per almeno tre anni. Ero stanco della vita che facevo. Ero stanco dell’uomo che ero. Gi anni passati nell’ashram di Rajneesh non avevano affatto contribuito al mio miglioramento. Forse un progresso in quell’area era  un’illusione.
- Se i libri e le conversazioni potessero cambiare la gente, questo mondo diventerebbe un paradiso - diceva U.G. Un capitolo della mia vita era finito.
- Bhagwan è molto arrabbiato con te, Mahesh! Sono agli Studi Filmstan e sto girando un film. Vieni subito qui, ti devo trasmettere il suo messaggio. - mi comunicò Vinod Khanna, la star del film, pochi giorni dopo la mia rottura con Rajneesh. La notizia che avevo gettato il ‘mala’ nel gabinetto aveva fatto il giro dell’ashram. Ero pronto per le ripercussioni inevitabili.
- Ma perché, Mahesh? Perché l’hai fatto? - La sua preoccupazione per me era sincera.
- Non ho mai visto Bhagwan  in un simile stato alterato. Vuole che torni subito all’ashram e che tu gli renda personalmente il ‘mala’. Da parte tua è un abuso di fiducia. Dice che lavora con tanto impegno su di te. Se non lo fai dice che ti distruggerà, Mahesh! -
Mi guardò negli occhi come se i miei giorni su questa terra fossero contati. Un silenzio pesante si sentiva nel camerino del trucco. Mi ero ribellato… a Dio!  La sua collera era ora diretta verso di me.
Anch’io ero in collera: mi ricordai come Rajneesh facesse discorsi sull’amore incondizionato e avesse a lungo parlato di com’era detestabile che un uomo fosse così possessivo. Era disgustoso vedere che ora si comportava come un amante piantato in asso, incapace di accettare un rifiuto.
Era solo un artigiano di parole che spacciava mezze verità, frasi altisonanti e concetti mistici. Ed era quello che la gente voleva, non trasmetteva le realtà rudi, ma schiette.
In quel momento le parole di UG mi vennero in soccorso:
- Un guru è colui che ti fa gettar via tutte le stampelle. Ti dice di camminare e se cadi di rialzarti e camminare. -
Queste parole mi diedero un enorme coraggio.
- Chi ha paura di Bhagwan Shree Rajneesh? Alzati - dissi a me stesso. - Alzati e cammina con i tuoi due piedi anche se sono barcollanti. - Una volta fatto questo non mi voltai più indietro.

 

 

Articolo sul “Mumbai Mirror” apparso dopo la morte di U.G. Krishnamurti avvenuta il 22 marzo 2007.

 

Mahesh Bhatt è stranamente silenzioso a proposito della morte del suo mentore e amico UG Krishnamoorty.
Dopo aver insistito egli parla con riluttanza:
- Dal momento che UG rifiutava di essere considerato divino e non voleva essere ricordato dopo la sua morte, non vedo la ragione di parlar di lui dal momento che non c’è più. Vanifica quanto a lui stava a cuore. Ma dirò questo. La storia di UG è la storia di un uomo qualunque che rifiutò di essere trattato come Dio.  Egli si faceva beffe dell’ ”Officina di Dio” e ripudiava le bugie sfornate nelle officine di menzogne che governano la civiltà. - Mahesh ebbe il privilegio di passare dieci giorni in Italia assieme ad UG prima della sua morte.

Aggiunge:
- Quei giorni hanno significato di più per me - per quanto riguarda l’esperienza e l’arricchimento interiore derivato da UG - dei trent’anni in cui lo frequentavo. Mi ci vorrà più di una vita intera a setacciare, capire e assimilare i pensieri e le opinioni che ha condiviso con me in quei dieci giorni. Ci vorrà molto tempo prima che cominci a raccontare di quei giorni splendidi e dolorosi. -
Fu compito di Mahesh di eseguire gli ultimi rituali per UG.
- Mi diede la responsabilità di accertarmi che potesse morire nel modo in cui desiderava. Ed il compito più grande fu quello di eseguire la sua incinerazione. Spirò in un pomeriggio di sole, alle 14.30 in una villa a Vallecrosia in Italia. Solo due miei amici americani ed io stesso eravamo con lui quando sopraggiunse la fine. Aveva chiesto agli altri di lasciarci. Ho proceduto all’incinerazione il 23 marzo - dice Mahesh.

 

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Segnaliamo su Facebook U.G. in italiano gruppo dedicato a U.G. Krishnamurti curato da Pierluigi Piazza

 

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