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Anima e iPad

Di Maurizio Ferraris - Febbraio 2012
Introduzione di Anima e iPad, di Maurizio Ferraris, Guanda editore, 2011.

 

 

« quello che diciamo l'anima »

 

Maurizio Ferraris Anima e iPadL'essenziale di quello che dirò è contenuto in questa poesia di Vittorio Sereni, Intervista a un suicida. Ci parla di un incontro immaginario con un morto, un suicida, appunto, il giorno dei funerali, al suo paese, Luino, e parla di rimorsi, resti, tracce, e di quel complicato fenomeno che è la sopravvivenza. Questa poesia mi segue da almeno vent'anni, e dice quello che cercherò di articolare in sei capitoli, ruotando intorno a quattro parole-chiave: anima, iPad, intenzionalità, documentalità.

La prima parola, l'anima, la conoscono tutti, ma è controverso sapere che cosa sia, e persino se esista. I versi di Sereni hanno il merito di suggerire qualcosa in proposito: si aprono con una strana, ma vera, definizione dell'anima, «una fitta di rimorso», e si chiudono con un appello fortissimo alla lettera: tutto quello che, alla fine, è un uomo in un paese, sono poche lettere depositate in un archivio. Al di là di quello, non resta niente, così come nulla sopravvive delle infinite generazioni di cui non ci rimangono tracce o nomi.

Anche la seconda parola, l'iPad, è nota a tutti (o almeno ai più), e non c’è dubbio che la cosa a cui si riferisce esista, anche se, quasi come nel caso dell'anima, è controverso sapere che cosa sia (un computer? una specie di piccolo televisore? Di certo non una fitta di rimorso, perché - per ora anche se non necessariamente per sempre - le macchine non lo provano, anche se lo provocano, come vedremo).

Inoltre, diversamente dalla parola «anima», la parola «iPad» esiste da pochissimo e potrebbe risultare arcaica, se non arcana, tra non molto. Insomma, se volessi non datare questo libro mi basterebbe chiamarlo «anima e automa», e direi quello che voglio dire. Ma si perderebbe un effetto d'epoca a cui dopotutto tengo.

La terza parola, «intenzionalità», risulta particolarmente sibillina. Perché nel parlare comune, condito con un po' di linguaggio giuridico e da legai thriller in cui si discetta di omicidi intenzionali e preterintenzionali, indica il fatto di voler compiere una azione, in piena coscienza, cioè nel pieno delle proprie intenzioni. Solo che nel linguaggio filosofico, che riesuma un significato della scolastica medioevale, «intenzionalità» vuol dire una cosa parzialmente diversa, e cioè che noi abbiamo delle rappresentazioni nelle nostre teste. Non è lo stesso, anche se è chiaro che avere la rappresentazione di strangolare un congiunto, cioè l'intenzionalità nel senso filosofico, è propedeutica all'avere l'intenzione, il progetto, il proposito, di strangolare un congiunto, ossia l'intenzionalità nel senso usuale e legale del termine. In definitiva, da che mondo è mondo, quelle che popolarmente sono le «idee», cioè delle immagini che abbiamo nella mente, sono considerate cause delle azioni. Ma più recentemente, il filosofo John Searle ha fondato la sua ontologia sociale sulla ipotesi che ci sia non solo l'intenzionalità individuale, ossia le rappresentazioni che possediamo in quanto persone singole, ma anche una intenzionalità collettiva, che ci guiderebbe nella costruzione della realtà sociale. Poniamo che io tenga una conferenza su «Anima e iPad»: il fatto che io parli e che qualcuno mi ascolti, per esempio, sarebbe il risultato di una intenzionalità collettiva che stabilisce che io sono il relatore, gli altri gli uditori, che l'occasione è un incontro pubblico ecc., tutti oggetti sociali che esistono solo perché gli astanti e io crediamo che esistano (per un castoro che accidentalmente entrasse nella stanza, non ci sarebbero né relatori, né uditori, né conferenza).

Bene, è a questo punto e a questo proposito che - dopo «anima», «iPad» e «intenzionalità» - vorrei introdurre la parola «documentala», che è di gran lunga la meno nota tra quelle richiamate sin qui. Si tratta di un neologismo che ho coniato alcuni anni fa, e che mi serve per sostenere, tra le altre cose, che ciò che Searle interpreta come « intenzionalità collettiva», ponendo a fondamento della società una qualità occulta, vada letto invece come una componente del tutto palese del mondo sociale, il fatto che ci siano dei testi, dei documenti condivisi, e anche delle pratiche tradizionali che valgono come testi, per esempio nell'etichetta, nell'educazione e nei riti delle società senza scrittura. Dall'apprendimento delle buone maniere a tavola ai libri sacri passando per i codici giuridici, i contratti, le promesse, le scritte «vernice fresca», iscrizioni interne o esterne condizionano il nostro comportamento e determinano quella convergenza di intenzionalità individuali che Searle rilegge come intenzionalità collettiva, che è dunque, secondo l'ipotesi che suggerisco, nei testi molto prima di depositarsi nelle teste.

Questa mia perorazione della documentalità poggia su una tesi più generale, assunta come filo conduttore per tutto il libro, e che è molto semplice. Si sbaglia a presupporre qualcosa come uno spirito dietro le lettere che intessono la realtà sociale - cioè il mondo delle promesse, delle scommesse, dei matrimoni e delle sepolture -, e che a maggior ragione costruiscono la realtà istituzionale, cioè il mondo dei parlamenti, delle tasse e della borsa. Queste realtà crescono e si autoalimentano in base a un sistema di iscrizioni che, permettendo la fissazione degli atti pubblici che compiamo in forma più o meno cosciente, contribuiscono alla creazione dei significati e dei vincoli sociali. Un essere umano che non possedesse né linguaggio né abitudini né memoria, cioè che fosse privo di iscrizioni e di documenti, difficilmente potrebbe coltivare intenzioni, sentimenti e aspirazioni sociali. Cresciamo imitando, e poco alla volta la mimesi genera quello che appare come un comportamento spontaneo, una coscienza, dei significati. E in questo senso che c'è una priorità della lettera sullo spirito, o, più esattamente, che lo spirito è una modificazione della lettera, una sua derivazione: se non ci fosse lettera, non ci sarebbe quel sottoprodotto della lettera che è lo spirito, proprio come se non ci fosse memoria non ci sarebbe quell'effetto collaterale della memoria che è il pensiero.

Immagino una legittima obiezione: ma per dar voce e senso a quei documenti sarà pur necessario qualcosa come un'anima, non basta un apparato di scrittura e di registrazione, una fabbrica di documentalità come potrebbe esserlo un iPad! O, detto altrimenti, ci sarà pure una differenza tra l'anima e l'iPad. Il che è poco ma sicuro, i venditori di tablet vendono dei dispositivi tecnici, non delle anime. Questo però non è un argomento per credere che l'anima sia qualcosa come uno spiritello, come un Homunculus che scalpita, soffia sulle lettere vivificandole e produce intenzionalità individuali e collettive. No, le cose non stanno affatto così. Anche nel chiuso della nostra anima - se vale l'argomento che cercherò di svolgere - c'è qualcosa come un documento, una iscrizione, una tabula su cui si formano quelli che chiamiamo «pensieri», «intenzioni», «coscienza». Da qui si producono le strutture sociali e, con queste, i documenti palesi, i riti, le tradizioni, cioè l'intenzionalità collettiva. Come è possibile?

E per rispondere a questo problema, cioè al guazzabuglio della coscienza, della società e di «quello che diciamo l'anima», che ho pensato di ricorrere all'iPad, forte di una illuminazione di Ernst Jùnger: «La tecnica, come in un corteo, porta continuamente alla ribalta una moltitudine di cose antichissime». Questa frase suggerisce un punto essenziale: la tecnica, i suoi apparati, non sono una deviazione rispetto alla norma o alla natura umana, ma piuttosto ne sono una amplificazione, una stilizzazione e una manifestazione eminente. A questo punto, è possibile un capovolgimento. Invece di guardare la tecnica con gli occhi dell'umano, guardiamo all'umano con gli occhi della tecnica o, più esattamente, cerchiamo di non lasciarci condizionare dall'idea secondo cui tra l'umano e il tecnico intercorra una differenza essenziale. Non è affatto detto, e cercherò di dimostrarlo. Guardando un iPad, o il suo antenato, la tavoletta di cera dei greci e dei romani, noi non assistiamo a una aberrazione della mente in cui lo spirito, l'Homunculus appunto, si impiglierebbe in una rete di lettere morte. Proprio al contrario, e come in una anamorfosi, riconosciamo che la nostra mente è in ultima analisi un apparato scrittorio.

Di qui il tono che ho cercato di dare a questo lavoro. Invece di lodare i progressi della tecnica, o biasimarli, invece di puntare soltanto sulle trasformazioni che comportano, ho pensato di insistere sulla loro capacità di rivelazione, di manifestazione di quello che c'è, nel bene e nel male. In questo senso, l'ontologia dell'attualità, l'attenzione nei confronti dei cambiamenti, deve essere concepita anzitutto come una ontologia attraverso l'attualità, ossia con la consapevolezza che nella trasformazione e nella alterazione si manifesta l'essenza, la struttura. Ecco dunque quanto cercherò di articolare nelle pagine che seguono, con uno svolgimento che ricalca le Meditazioni metafisiche - direi quasi, parafrasando Cartesio, visto che in effetti si tratta degli stessi temi, di anima e di macchine, e di comunicazione tra materia e spirito - ma che più sensatamente si potrebbe intitolare «rivelazioni filosofiche» non solo per evitare dei confronti svantaggiosi, ma soprattutto per suggerire il nesso fra tecnica, rivelazione e pensiero. Anticipo in breve queste rivelazioni, che sono medianiche, senza essere esoteriche, nel senso che ci vengono da quel medium - da quella somma di media - che è la tecnica.

La prima, «Psiche», articola una tesi che, nella sua ampiezza, può tranquillamente essere considerata come un pezzo di archeologia: la lettera è la condizione di possibilità dello spirito. Con questo voglio dire che non si tratta di vedere nello spirito qualcosa di volatile e di separato dalla materia, ma piuttosto di concepirlo come il risultato di iscrizioni e registrazioni, dentro e fuori di noi, ossia (dando ragione a quello che i filosofi chiamano «ile-morfismo») di qualcosa in cui materia e forma sono inseparabili.

La seconda rivelazione, «Tabula», si presenta come «fisiologia» giacché fornisce una teoria della mente che ne riconosce la natura plastica, come sostengono per esempio le neuroscienze contemporanee, e ricorda che questa concezione è già presente nella immagine della mente come tavoletta di cera. In questo caso la rivelazione consiste nel dire che la tabula è la condizione di possibilità del pensiero.

La terza si intitola «Iter» perché difende la tesi secondo cui l'iterazione (e la registrazione che la rende possibile) è l'essenza della tecnica. Da questo punto di vista, la tecnica appare sopraordinata alla distinzione tra meccanico e organico, nel senso, del tutto ovvio e banale, che anche nell’organico troviamo iterazioni e registrazioni, cioè tecnologie e automatismi. E questo appare evidente sin dal caso della tabula: la memoria è indubbiamente organica, ma si presta a venir rappresentata in forma meccanica, come tabula, appunto. Ed è soprattutto qualcosa di tecnico, anzi, potremmo dire (se è vero che la registrazione è la condizione di possibilità della tecnica), è la madre di tutte le tecniche.

La quarta rivelazione tratta di «sociologia», anche qui in senso etimologico, ossia svolge un discorso sulla società. Perciò si intitola «.doc», questa estensione che da poco più di due decenni ha invaso le nostre vite. E in questa invasione non si è assistito a una irruzione degli alieni, bensì alla manifestazione di un elemento che è stato sempre al centro del mondo sociale, come suo requisito essenziale: il fatto che ci siano registrazioni, iscrizioni e documenti, senza i quali la società non potrebbe darsi. E ciò che, ricordavo prima, ho suggerito di chiamare «documentalità» del mondo sociale, da cui traggo la tesi secondo cui la documentalità è la condizione di possibilità della intenzionalità collettiva.

La quinta è la più «cartesiana» tra le meditazioni o rivelazioni che propongo, e riguarda la psicologia, la dottrina dell'anima. Ma l'andamento cerca - con una mossa che ha ben poco di originale - di sostituire al dualismo tra anima e corpo quello che i filosofi chiamano «monismo», ossia una teoria unitaria che, d'accordo con quanto viene articolato nelle rivelazioni precedenti, vede appunto nella traccia - in quelle impressioni che anche Cartesio riconosceva come caratteristiche della mente - non il mero supporto di uno spirito che avrebbe luogo altrove e separatamente, ma la base del ragionamento e di quella forma di pensare e sentire particolarmente cruciale che è la coscienza. E ciò che ho cercato di sintetizzare intitolando il capitolo «Automa», e svolgendo la tesi secondo cui siamo automi spirituali ma liberi, cioè automi talmente complicati da non sapere di esserlo.

La sesta rivelazione riguarda l'escatologia, ossia il discorso sul fine e sulla fine dell'anima e sulla sua eventuale sopravvivenza dopo la morte. La tesi recita che lo spirito sopravvive come lettera, e qui (confrontandomi con la resurrezione cristiana e con la mummificazione egiziana, che ci offrono altrettante teorizzazioni di uno spirito che resuscita o sopravvive come carne, come corpo), traggo le conseguenze della riproposizione dell'interpretazione materialistica dello spirito (collettivo e individuale) offerta nelle prime cinque rivelazioni, e suggerisco una ipotesi di sopravvivenza post mortem come sopravvivenza delle tracce che lasciamo. L'ho dunque intitolata «Corpus», per indicare sia il corpo carnale sia quell'altro corpo, non spirituale ma letterale, che ci portiamo con noi, per esempio nel nostro iPad, ossia tutte le registrazioni e i documenti che ci rovinano la vita e insieme ce la rendono possibile e la mettono un poco al riparo dalla sua evanescenza.

 

Maurizio Ferraris
Da: Anima e iPad, di Maurizio Ferraris, Guanda editore, 2011

© 2011 Ugo Guanda Editore S.p.A., Viale Solferino 28, Parma
Gruppo editoriale Mauri Spagnol

Maurizio FerrarisMaurizio Ferraris è professore ordinario di filosofia teoretica all'Università di Torino, dove dirige il Labont (Laboratorio di Ontologia). Editorialista di "Repubblica", è direttore della "Rivista di Estetica" e condirettore di "Critique" e della "Revue francophone d'esthétique". Fellow della Italian Academy for Advanced Studies in America e della Alexander von Humboldt-Stiftung, Directeur d'études al Collège International de Philosophie, è anche visiting professor in università europee e americane. Ha scritto una quarantina di libri tradotti in varie lingue, tra cui Storia dell'ermeneutica (1988), Estetica razionale (1997), Dove sei? Ontologia del telefonino (2005, Premio filosofico Castiglioncello) e Documentalità. Perché è necessario lasciar tracce (2009). Alla sua carriera è stato conferito, nel 2008, il Premio filosofico "Viaggio a Siracusa". Nel 2011 Guanda ha pubblicato Filosofia per dame e Anima e iPad.

 

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