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Panikkar. Un uomo e il suo pensiero

Di Maciej Bielawski - Settembre 2013

Da: Panikkar. Un uomo e il suo pensiero di Maciej Bielawski, Campo dei fiori, Fazi Editore, 2013.

 

«Sono partito cristiano, mi sono scoperto hindu e ritorno buddhista, senza aver mai cessato di essere cristiano».    Raimon Panikkar

 

 

Panikkar. Un uomo e il suo pensiero di Maciej BielawskiLeggenda

All’epoca in cui gli occidentali andavano in pellegrinaggio in Estremo Oriente e gli asiatici venivano in Occidente diffondendo la loro antica saggezza, apparve un uomo che sembrava incarnare la sintesi tra Oriente e Occidente. Si chiamava Raimon Panikkar. Quando l’umanità andava rendendosi conto sempre più dell’irriducibile molteplicità e diversità delle religioni e delle culture, si ebbe l’impressione che lui sapesse abitarle tutte e dimostrare che il pluralismo si può vivere pacificamente e senza perdere la propria identità. All’epoca in cui scienza e religione erano in conflitto, quest’uomo, laureato in Chimica e in Teologia, cercava una possibile sintesi creativa tra queste due discipline. Al tempo in cui sembrava stesse scomparendo il sacro e le istituzioni religiose andavano in crisi, questo particolare sacerdote cosmico, con l’insegnamento e la vita, indicava una nuova via: quella della «secolarità sacra». Erudito eccelso, viaggiatore instancabile che ha percorso tutti i continenti, interlocutore affascinante, officiante estatico, scrittore fecondo che andava oltre la scrittura e parlava del silenzio della parola. Sempre sereno e sorridente, fresco e lucido fino alla fine. Un uomo che ha conosciuto i grandi del suo tempo e nonostante ciò non fu discepolo di nessuno. Un «profeta del dopodomani» (Raffaele Luise), un «artista del dialogo» (Achille Rossi). Uomo bello e incantevole, leggero e robusto, delicato e resistente.

Ecco i frammenti di cui è composta la “leggenda Panikkar”, che i suoi amici ripetono e dilatano quando li si incontra, che gli studiosi moltiplicano nei simposi e nelle loro pubblicazioni ogni volta più ampie, che si può sbirciare guardando qualche filmato su YouTube o in DVD disponibili sul mercato, e che emerge dall’opera stessa di Panikkar, composta dei suoi scritti e della sua vita.

Nel caso di Panikkar la leggenda è qualcosa di pressoché inevitabile. In parte l’ha generata lui stesso, divenendone al contempo artefice e vittima. Quindi, tutti quelli che lo hanno conosciuto l’hanno dilatata, rafforzata e diffusa. Leggenda, come dice l’etimologia della parola, è qualcosa che deve essere letto. Questo “deve” possiede un doppio significato. Da un lato indica che la lettura della vita e dell’opera di Panikkar inevitabilmente crea leggenda e, dall’altro, che nonostante ciò la sua leggenda deve essere letta, cioè presa in considerazione, schiusa, ridimensionata, interpretata e assorbita. La leggenda di Panikkar è un enigma che bisogna decifrare. Certo, Panikkar stesso direbbe subito che una simile operazione non può che creare una nuova leggenda. Dunque, se questo è il risultato, forse non vale la pena di impegnarsi in tale impresa. Siamo consapevoli che una “biografia oggettiva” non esiste. Ma questa conclusione non esclude un’investigazione che si fa dialogo con la vita e l’opera di Panikkar. Se è giusto vedere il limite di ogni impresa, ciò non significa che non bisogna intraprenderla.

Se Panikkar fosse stato prigioniero di questo ragionamento, non avrebbe mai scritto né La pienezza dell’uomo. Una cristofaniaLa realtà cosmoteandrica. Dio-Uomo-Mondo.

La leggenda è uno sguardo da lontano, e qui risiedono la forza, la bellezza, il fascino e la seduzione che la pervadono. Panikkar si presentava e veniva visto in tale modo. Era una meteora, una cometa, un lampo. Arrivava sempre da lontano e poi scompariva lasciando la gente con il profumo dei suoi discorsi, in cui a lungo risuonava il suo sorriso. In Italia arrivava dall’India o dagli Stati Uniti, in India arrivava dall’Europa o dall’America, in America arrivava dall’India e dall’Europa. E quando si stabilì finalmente a Tavertet in Catalogna, proveniva da un ricco passato, fatto di tutte le terre che aveva percorso e di tutte le conoscenze che aveva accumulato, e si avviava verso il mistero, l’enigma, il silenzio.

Panikkar si fa leggenda già durante la sua vita. La leggenda si amplia e si diffonde con il passare del tempo, e, con la scomparsa di questo pensatore, la potenza di generare la leggenda aumenta, mettendo in moto fortissimi e variopinti meccanismi agiografici che riguardano la sua vita e la sua opera. È un processo inevitabile e del tutto comprensibile. Cominciano dunque ad apparire sempre più numerosi i libri celebrativi, in cui si racconta la vita dell’amico o maestro Panikkar e si tenta di presentare in un modo accessibile e attraente il suo pensiero. Appare un’iniziativa importante ma non priva di difficoltà: pubblicare la sua “opera omnia”. Si organizzano convegni, si girano film, si scrivono libri. Tutto questo va bene, ma trovo pericoloso, se non di cattivo gusto, l’atteggiamento selettivo, censorio, idealizzante e non sempre professionale che talora caratterizza queste attività.

Ritengo sia ormai necessario guardare questa leggenda da vicino, prendere i suoi elementi e analizzarli, ponendo attenzione al concreto e non sfuggendo le difficoltà. Bisogna osservare i luoghi di Panikkar, prendere in mano le sue cose, masticare le sue parole, percorrere le sue vie. Penso che la stessa figura di Panikkar abbia bisogno di questa operazione, altrimenti di lui rimarrà solo la leggenda, e una leggenda, per quanto piacevole e indispensabile, in fin dei conti è sterile perché senza un legame con la realtà. Isolata dalla vita, non può generare vita.

Proprio perché osservo con perplessità la crescente tendenza agiografica e leggendaria, che avvolge e ingloba Panikkar e la sua opera, intraprendo questo mio lavoro, che è viaggio, riflessione e scrittura. Lo faccio per Panikkar, per me stesso e per gli altri.

 

Nascita

Una cosa, che non è importante, tuttavia incuriosisce. Si tratta della data di nascita di Raimon Panikkar, o piuttosto delle due diverse date che appaiono nei documenti ufficiali. Per esempio, in un certificato di nascita, rilasciato nel maggio 1964 dal Municipio numero 11 di Barcellona, si attesta che Raimundo Pániker Alemany, figlio di Ramon e Maria del Carmen, è nato in questa città il 2 novembre 1918. Invece un altro documento, rilasciato sempre nel maggio 1964 dall’Ambasciata dell’India a Roma, afferma che Menekkath Allampadath Raymond Panikkar, cittadino indiano, con numero di passaporto 616233 rilasciato il 25 maggio 1960, è nato il 3 novembre 1918 da parte la diversità dei nomi e dei cognomi che potrebbe far pensare a due persone distinte, e neppure entriamo nella questione delle diverse cittadinanze. Risolviamo però almeno il problema delle due differenti date e cerchiamo di stabilire, possibilmente, il giorno in cui lui effettivamente è nato.

Quando Carmen Magdalena partoriva il suo primogenito nella casa dei suoi a Sarrià, nessuno teneva d’occhio l’orologio. Era notte fonda quel 2 novembre 1918 e così, il giorno dopo, il nostro venne registrato negli uffici spagnoli. In famiglia però si raccontava che Raimundo fosse nato esattamente a mezzanotte. Ma la mezzanotte vuol dire ancora il 2 o è già il 3 di novembre? Forse, a un certo punto, a Panikkar non piacque essere nato nel giorno in cui il calendario liturgico della Chiesa Cattolica commemora tutti i defunti, per cui sosteneva con forza che la mezzanotte significava il 3 novembre.

Secondo i documenti barcellonesi, dunque, Panikkar è nato il 2 novembre, ma lui stesso ogni tanto sosteneva di essere nato il 3, come scriveva nei documenti ufficiali a scapito della data conservata nel comune della città di nascita. Con il tempo e la forza di autoconvinzione, probabilmente si era persuaso di essere nato il 3 novembre e forse si era dimenticato che nei documenti ufficiali esisteva un’altra data. Panikkar era un tipo strano che modificava i suoi dati anagrafici: il nome, il cognome, la data di nascita, come a dire «Sta scritto, ma io vi dico…». Con questo, intendeva correggere il suo passato o piuttosto tentava di interagire in modo attivo con il proprio destino? Giocando con la realtà nella prospettiva della dinamica advaitica, a cui si appassionerà in futuro, si potrebbe dire che, dato che riteneva di essere nato esattamente a mezzanotte, era nato sia il 2 sia il 3: dunque Panikkar era il figlio di mezzanotte, figlio di una catalana e di un indiano, figlio dell’advaita, per disperazione degli storici e dei biografi. Però a Tavertet, ormai anziano, celebrerà il suo compleanno il giorno 2 novembre.

 

 

Il Capodanno

“Panikkar e l’Opus Dei” è un tema scottante per lo stesso Panikkar, per l’Opus Dei e per ogni sorta di panikkaristi. Perciò nessuno ne vuole realmente parlare. Panikkar stesso era molto riservato in proposito e ha parlato poco sia del periodo in cui ne fu “numerario”, sia del momento in cui se ne andò.

Poco ne ha scritto: ci sono l’introduzione al libro di Alberto Moncada, Historia oral del Opus Dei, e le menzioni in alcune interviste rilasciate alla fine della sua vita, dunque a distanza di decenni. L’Opus Dei, come tale, rimane piuttosto riservata sia riguardo alla sua appartenenza, sia nei confronti della sua uscita. Le persone affascinate da Panikkar e appassionate ai suoi testi molto spesso erano, e sono tuttora, sorprese e meravigliate nello scoprire che “il loro Raimon” apparteneva all’Opus Dei. E la questione non è stata approfondita neanche dai suoi critici. Invece è un tema interessante, affascinante, cruciale per la vita e per l’opera di Panikkar, e va affrontato. Bisogna rompere il silenzio che domina questo periodo e dialogare, proprio nel senso panikkariano, con il problema. Non basta raccogliere i dati, ricostruire la storia e accontentarsi di alcuni pettegolezzi che si sentono ripetutamente in giro. Bisogna riflettere seriamente in proposito usando tutto il materiale possibile. Il motivo principale che mi spinge a questa investigazione è il semplice ma più che convincente fatto che Panikkar è appartenuto a questa organizzazione per circa venticinque anni. Fa pensare, in un’intervista, l’affermazione dell’ormai più che ottantenne filosofo di Tavertet, che amava creare parabole armoniose riguardo la sua vita, secondo la quale un terzo della sua esistenza l’aveva passato in Europa, un terzo in India e un terzo negli Stati Uniti. Guardando la sua vita da un’altra prospettiva si può anche osservare che un terzo l’ha passato come numerario dell’Opus Dei. La sua adesione non fu né un puro caso, né un incidente, e non fu indifferente per la sua esistenza e per il suo pensiero neppure quando l’abbandonò. Il silenzio che si stende su questo tema è molto eloquente e va ascoltato.

Josemaría Escrivá de Balaguer (1902-1975) fondò l’Opus Dei nel 1928 operando soltanto a Madrid, anche se pensava alla possibilità di ampliarla fino a Valencia e a Parigi. Tra il 1936 e il 1939 la Spagna fu sconvolta dalla guerra civile che cambiò lo spirito del paese. Nel nuovo clima postbellico, de Balaguer si decise a diffondere la sua Opera al di là della capitale, convinto che le proprie idee potessero contribuire alla ricostruzione della vita cristiana della nazione, perciò cominciò a viaggiare per il paese conquistando un sempre più sostanzioso numero di candidati pronti a seguire le sue ispirazioni espresse nel suo libro Cammino, di cui una nuova e praticamente definitiva edizione era stata pubblicata a Valencia nel 1939.
Il 30 dicembre 1939 il fondatore dell’Opus Dei arrivò per la prima volta a Barcellona, che durante la guerra civile era stata particolarmente provata. Il suo principale contatto in città fu Alfonso Balcells, che in seguito sarebbe diventato importante nell’Opera. Balcells aveva conosciuto de Balaguer l’anno precedente partecipando al ritiro di Burjassot, e così aveva organizzato a Barcellona alcuni incontri con monsignor Escrivá in case private. L’ambiente era secolare. A uno di questi incontri, svoltosi l’ultimo giorno del 1939, invitato proprio da Balcells, partecipò anche Raimundo Panikkar, ventunenne studente, che in estate era tornato per le vacanze da Bonn e che, a causa dello scoppio della seconda guerra mondiale, non era più potuto ripartire per la Germania per concludere gli studi e si era quindi fermato a casa. Due mesi dopo l’incontro con de Balaguer, come stabiliva la regola, nel febbraio 1940 Panikkar presentò domanda formale di ammissione all’Opus Dei. La richiesta venne accolta e così divenne il primo numerario di Barcellona.

Fermiamo per un attimo la cronaca, che come sempre scorre velocemente, talmente è densa di eventi e date, e immaginiamo la situazione tentando di cogliere il clima per disegnare un possibile scenario. Un appartamento nella città dove ancora si sente l’eco dei combattimenti, le mura sono crivellate di proiettili ed è fresco il ricordo della profanazione dei luoghi sacri e della morte violenta di numerosi preti e suore. La radio e i giornali parlano di combattimenti nella Polonia occupata nella sua parte occidentale dall’esercito di Hitler e nell’est dall’armata comunista russa. Insomma, un clima piuttosto apocalittico. In questo appartamento, con tenero raccoglimento, un sacerdote parla a un gruppo di giovani studenti di una possibile uscita da questo incubo, presenta una via nuova, poco formale, ma profondamente impegnativa nell’Opera di Dio, che richiede un sacrificio per portare il mondo verso Dio. In un simile momento non ci si può chiudere nei monasteri, ma bisogna agire nella società senza utilizzare ancora i vecchi schemi che, come si è visto, si sono dimostrati inutili, se non dannosi. Su tutto aleggia un’atmosfera vivace e discreta, il che aggiunge un pizzico di fascino che scalda i cuori e vivifica l’immaginazione. Il mondo è preda del maligno, come da sempre, ma ora forse ancor di più. Loro sono una piccola fiamma che può svilupparsi trasformando il mondo, come agli albori del cristianesimo, che sconfisse la decadente Roma con il solo fervore dei primi credenti e martiri. Il clima è intenso, la voce di monsignor Escrivá persuasiva, gli occhi degli ascoltatori ardono di speranza, si legge il Vangelo, si danno semplici insegnamenti da praticare subito, i cuori dei presenti si legano in un silenzioso patto di fedeltà che dà il senso dell’appartenenza. Il giovane Panikkar parla con don Escrivá, poi esce per le strade della città avvolta nel buio umido e freddo. È la fine dell’anno, ma è anche un nuovo inizio. Tutte le cose vecchie sono passate, tutto si è fatto nuovo. Il giovane studente ha trovato un aggancio, un ideale, un punto da cui poter ripartire, una missione. Gli si delinea un cammino e lui si lascia andare – come un innamorato. Nella storia è già successo altre volte, e altre ancora succederà.

Forse è andata così, forse in maniera un po’ diversa. A ogni modo, in quel Capodanno Panikkar intraprese una nuova strada della quale ancora non sapeva, e forse non aveva bisogno di sapere, dove lo avrebbe portato. Ma è un punto di svolta che si iscrive nella sua vita. Il Panikkar di cui parliamo non è ancora quello del cosmoteandrismo e del dialogo intrareligioso. E il gruppo a cui tra breve aderirà ufficialmente non è ancora l’Opus Dei che farà la storia e di cui si discuterà molto. Per il momento Panikkar e l’Opus Dei si sono incontrati e cammineranno insieme per un lungo periodo. Oggi sarebbe solo pura fantasia discutere su quale influsso abbia avuto quest’uomo sull’organizzazione o come essa sarebbe stata se lui vi fosse rimasto. È certo comunque che senza l’incontro di Capodanno il corso della vita e l’opera di Panikkar avrebbero avuto uno sviluppo e un carattere diverso.

 

   Maciej Bielawski


Da: Panikkar. Un uomo e il suo pensiero di Maciej Bielawski, Campo dei fiori, Fazi Editore, 2013.
Per vedere l’indice del libro, leggere le recensioni e saperne di più visita: www.maciejbielawski.com/panikkar-un-uomo-e-il-suo-pensiero.html.

 

Maciej Bielawski, nato in Polonia, da oltre vent’anni in Italia; studioso di varie tradizioni religiose e filosofiche, scrittore e pittore; autore di una quindicina di libri tra cui di recente in Italia ha pubblicato la monografia Panikkar. Un uomo e il suo pensiero (Campo dei fiori, Fazi Editore, 2013) accompagnata dal blog Panikkar Sutra (http://panikkarsutra.blogspot.it) e Tragedia folle. Mondo letterario di Vittorino Andreoli, Narcissus.me, 2013 (ebook); per conoscere di più il suo pensiero e le sue opere si può visitare il sito: www.maciejbielawski.com

Su Riflessioni.it nella rubrica Riflessioni sul Senso della Vita:
Intervista a Maciej Bielawski

 

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