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La persona è il passato - dialogo con Alexander Smit

Il brano è tratto da "Consciousness" di Alexander Smit *
Dal sito web Inner Directions - catalogo primavera/estate 2005
- Traduzione di Isabella di Soragna - settembre 2006

 

Alexander: C’è stato un momento nella tua vita, forse a tre o quattro anni, quando hai cominciato a riconoscerti come qualcosa di diverso dalla percezione pura. Un momento in cui hai fatto una sterzata verso un “io” cioè una persona, un’autocoscienza.
Quello che sai di te è quello che ricordi su di te. La persona, l'"io" è solo una serie di immagini memorizzate nel passato. A differenza di queste immagini che produci a proposito di te stesso, la consapevolezza non ha bisogno di memorie. Quindi tutto quello che sai su di te e quello che ti consideri di essere, è vetusto; è il passato. La memoria non può percepire nulla di nuovo, mentre la consapevolezza lo può fare. Quello che credi di essere e con cui ti puoi identificare, sono esperienze rapprese, fatte semplicemente di immagini mnemoniche. Le tue cosiddette esperienze sono solo passate. Per forza dunque il passato, per quanto tu sappia di te stesso deriva dalla memoria: è memoria. La particolarità della memoria è di rintracciare attraverso delle immagini ciò che è passato. Ma quello che è passato non è la realtà. Al meglio è una realtà mentale. Quella realtà tuttavia, è di breve durata e si dissolverà nella consapevolezza.
Che tipo di realtà possiede la persona che si è formata dal passato? La realtà che tu attribuisci al passato consiste di pensieri, immagini mentali, idee e concetti. Queste immagini fanno ombra alla realtà che stai effettivamente vivendo. A causa di questo fatto stai vivendo in un mondo di illusioni invece che nella realtà. Solo il potere discriminante ti può liberare da questo. Ecco perché l’Advaita mette l’accento sul ‘viveka’, cioè l’abilità di discriminare tra quanto è illusione e quanto è realtà.
La persona, quel “qualcuno” che hai creato, non può essere sostituito dal concetto di “nessuno”.

Domanda: Questo è il punto effettivamente. Ho solo rimpiazzato un “qualcuno” con un “nessuno”.

A.: Basta vedere che quello che chiami “qualcuno” o la “persona” – ossia tutto il materiale col quale ti puoi identificare – è roba vecchia, la memoria, le immagini e che queste non hanno nessuna realtà. Hanno una qualche realtà, ma quella realtà a sua volta, sarà attribuita di nuovo da altre immagini. La realtà che stai vivendo effettivamente è libera da illusioni.

D.: Posso vederlo bene questo.

A.: Non si tratta di vederlo, si tratta di essere lì - sempre.

D.: Mi ricordo bene la prima volta che venni qui, tu mi dicesti: - Ci deve essere un sapere. - La mia domanda è: - Chi sa qualcosa? -

A.: Hai bisogno di un “chi” per sapere quello? Piuttosto il sapere è conscio di un “chi”, ma certamente non c’è un “chi” che è conscio del sapere.

D.: Quel sapere avviene attraverso il corpo.

A.: Ora se il corpo è morto, allora che cosa può sapere il corpo?

D.: Allora il sapere non c’è più.

A.: Allora il sapere è il corpo? Il corpo è ancora lì dopo la morte, ma il sapere è sparito. Il sapere è in relazione con il corpo, ma non è il corpo. Quando qualcuno muore, colui che è spaventato dalla morte, sparirà. Perché quando succede veramente, in quel momento non ha più bisogno di aver paura. Colui che ha paura di morire sparirà con la morte stessa. Non ci vorrà molto tempo. Non hai bisogno di temere la morte – la paura se ne andrà con la morte. Se hai paura di perdere un dito, la paura sparirà al momento in cui l’avrai perso effettivamente. Quelle paure non hanno sostanza, non sono reali. Nella realtà la paura sparisce. Molte persone sono morte più per la paura della morte che per la morte stessa…

D.: Rimango sempre con la domanda se il sapere non è in qualche modo legato ad un “qualcuno”?

A.: No, non lo è.

D.: Tu dici : le cose avvengono all’interno della coscienza.

A.: Ma non puoi trasformare la coscienza in un oggetto, in una cosa. Nominandola, sembra che tu voglia attribuirle delle qualità.

D.: Quando avverrà la realizzazione del Sé, ci sarà un “qualcuno” che lo sa?

A.: E’ proprio quel “qualcuno” che sparirà con la realizzazione del Sé. Ma non ci sarà nemmeno un “nessuno” che ne prenderà il posto.

D.: Allora “chi” saprà?

A.: Ci sarà solo il sapere. Non c’è un “qualcuno” che sa e nemmeno un “nessuno” che sa. C’è solo il sapere, l’amore, la coscienza. Una volta qualcuno venne qui. Dopo un solo incontro disse: - Ne so abbastanza, l’ho compreso. - Va bene – dissi - e non lo vidi mai più.
Vederlo una sola volta è sufficiente. Il sapere basta di per sé. Poi c’è sempre qualcosa che l’accompagna – storie, drammi, idee, filosofie, ecc. L’ignoranza ha sempre bisogno di supporti perché non sa stare in piedi da sola. Il “sapere” che sei non ha bisogno di sostegni. Né guru, né discepoli, né commenti, né conferme, non una sola
riflessione.
La realizzazione di Sé è sufficiente, eccone la bellezza. Tutta la relazione guru-discepolo viene trascesa con questo. La realtà - quello che sei veramente - basta a sé stessa. Non ha bisogno di conferme, nemmeno quella del maestro o guru. Ma fino all’ultimo non smetterai di cercare la grazia, la benedizione, l’approvazione, la conferma del guru, come fosse un padre.
La realtà che stai vivendo è sufficiente. La realizzazione di Sé è autosufficiente. Quella realizzazione non potrà mai essere confermata da qualcosa di esterno, da un’autorità, da un outsider. Qualcuno che è veramente realizzato non correrà nella trappola dell’autocompiacimento e penserà: - Sono illuminato. Non ho più bisogno di nessuno.- E’ qualcosa di molto sottile… Il sapere profondo diverrà alla fine silenzio.

Devi capire che la “persona” è ossessiva. Non puoi dire alla memoria: -Smetti di produrre immagini!- La memoria semplicemente produce quello che ha da produrre. Di fatto produce un’illusione tridimensionale. Vi è una sola cosa che rimane al di fuori dell’illusione ed è l’appercezione. Non c’è da meravigliarsi se è lì che va messo l’accento. Dal punto di partenza dell’illusione non potrai mai realizzare che cos’è l’appercezione. La volontà non ha potere sulla memoria e quindi non ne ha neanche sulla “persona”. Non possono solo sparire. La memoria continua semplicemente a produrre. Puoi perdonare ma non dimenticare. Dimenticare non è un atto della volontà. I cervelli fanno soltanto il loro mestiere. Ecco come funziona; ecco la realtà. Così vedo solo una possibilità e ti chiedo: -Sei capace di vedere ciò che è aldilà della memoria? - Questa è appercezione, il sapere. Ecco perché l’Advaita vorrebbe vederti muovere in quella direzione.

D.: Ciò che importa – osservandolo dal punto di vista del soggetto – è spostare il punto di gravità.

A.: Spostare il punto di gravità dal tentativo costante di afferrare il sapere a partire dall’illusione, a quello del sapere stesso, l’essenza reale. Ecco quello che importa in questi incontri.

D.: E tutte le piroette prodotte dalla memoria sono da rivedere dal lato dell’appercezione, come più o meno non pertinenti.

A.: No! No! Questo è di nuovo un giudizio, un coinvolgimento indesiderabile. Quello che importa è che tu sia presente senza scelta. La parola “senza scelta” non è solo una parola. Significa essere senza discriminazioni, senza preferenze o avversioni. Senza giudizi poiché l’appercezione è senza scelta.

D.: Così lasci scorrere tutto?

A.: Lascia che te lo spieghi in questo modo. Chiunque realizzi l’appercezione può solo vivere e vedere da quel punto. La possibilità di giudizio è sempre disponibile, ma la condanna si rivela impossibile.

D.: Tutti ti spingono nella realtà dei valori della persona. E’ possibile evitarla?

A.: No, è impossibile. Prova a vedere tu stesso che non sei una persona. E’ sufficiente ed è quel che ci vuole.

 

 

* Alexander Smit, olandese, discepolo di Nisargadatta è deceduto qualche anno fa.

 

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