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Un re chiamato desiderio

Di Danilo Campanella - Ottobre 2014

Da: Un re chiamato desiderio di Danilo Campanella, Tabula Fati, 2014

 

Un re chiamato desiderio di Danilo CampanellaIl libro di Danilo Campanella principia in modo apparentemente scontato: due persone che viaggiano. Di letteratura da viaggio ne son pieni gli scaffali eppure, scorrendo le pagine, si comincia a disvelare un percorso iniziatico, oserei dire esoterico ed essoterico insieme, a cui fanno eco diverse immagini letterarie una fra tutte il sogno del protagonista. Come è stato bene detto sia nella postfazione che nella prefazione che vantano la presenza di ben due filosofi, il romanzo lavora su due livelli, e cosi va avanti con la presenza di due protagonisti, di due mete, una occidentale e una orientale, due città, due caratteri contrastanti che si combattono a vicenda, una lite hegeliana, dialettica, in cui l'idealismo si scontra e si compenetra con il realismo, altra dicotomia. Mi venne in mente Gadamer. Campanella ripete questi livelli tanto da dover caratterizzare in maniera netta ogni personaggio, come si rileva nel Pasolini della prima maniera. LUn re chiamato desiderio di Danilo Campanellaeggo uno stile fresco, semplice e scorrevole, ma anche una narrativa colta e sofferta, spiritualista, anzi, esistenzialista. Riuscirà Giovanni a portare la valigetta di lavoro al papà, ad Atene, in compagnia del cugino Ernesto? Due caratteri cosi diversi, cosi distanti, due condizioni sociali - anche economiche - che si scontrano, come si scontra oggi il nord e il sud, la povertà e la miseria, l'occidentalizzato e l'orientale. Riusciranno a concludere il percorso obbligato assieme? Si scanneranno a vicenda? Qualcuno rinunzierà o cambierà il suo atteggiamento? La risposta è la non-risposta di un finale eclatante, a sorpresa. La risposta è la vostra e sta qui, secondo me, la maestria dello scrivano.

 

   Renato Loiero

 

 

Un re chiamato desiderio

Di Danilo Campanella

 

Il viaggio proseguì. Il mio sguardo guardava malinconico attraverso il finestrino del bus. Ernesto come sempre si guardava intorno sereno, anzi, felice, con quei suoi occhi vivaci e l’espressione leggermente ironica. Lo guardavo con fastidio. Finii col non badarci più, e la mente tornò a quella disavventura mai cercata, a quell’errore paterno che aveva aperto una strada sconosciuta e alquanto faticosa. Attraversammo la città del Pireo diretti ad Atene quando incontrammo un grande traffico, tanto che l’autista, su suggerimento o pressione di alcuni passeggeri, si impegnò nel cercare una strada alternativa. Come vedemmo di lì a poco il traffico era causato da persone in sciopero.
Ernesto anche li non si fece scappare l’occasione per le sue moleste analisi sociali:
“Eccoli lì” disse, osservando la moltitudine “con i loro cartelli bene in vista, i loro slogan, le loro urla, le loro squallide pretese ritardatarie … studenti e lavoratori insieme, le due razze peggiori della post-modernità!”
“Ma che stai dicendo?” chiesi.
“Gli studenti devono cominciare a studiare, e smetterla di fare politica! Occupazioni, attivismo politico, diritti, sociale … ma quando studiano questi?”.
“Cioè?” domandai confuso.
“Come cioè? Sei imbevuto anche tu della stessa droga sociale? Sei anche tu ubriaco? Quanti trentenni frequenteranno ancora gli atenei universitari? Ragazzi e ragazze con due lauree, un master … magari anche un dottorato! Disoccupati! Altri ancora, nemmeno laureati, perché hanno perso tempo a urlare contro lo Stato. Deficienti, sono loro lo Stato!”
“Loro cercano soltanto un po’ di giustizia sociale, come in altri posti” dissi a mio cugino, “ e per farlo si impegnano come possono”.
“E da che pulpito vengono le prediche? Forse da costoro” indicò i manifestanti, “ che abitano con i vecchi genitori, mendicando una mancia a fine mese e un piatto caldo la sera? Gli studenti devono imparare a farsi idee proprie, non quelle promesse dai cadaverici partiti di massa e dalle loro propaggini! Tutti stalinizzati, fascistizzati, plutocraticizzati inconsapevoli”.
“Ma perché, tu non vivi ancora con tua madre?”
“Ma che centra!” esclamò alzando il braccio come a voler scacciare una vespa “Io mi sono laureato per tempo, ho lavorato e lavoro ancora. Pago le spese di casa e mi rendo responsabile dei mie fallimenti, personali, si intende. Non ho certo avuto bisogno di prendermela col governo, tanto meno con lo Stato”.
Silenzio.
“Pago le spese di casa” continuò Ernesto “e se mia madre mi dicesse di andarmene, mi dicesse che dopo la morte di mio padre non vuole vedere più uomini per casa, me ne andrei. Mi cercherei una stanza, un appartamento … mi arruolerei, farei qualcosa!”
“Quindi non hai mai partecipato a scioperi e a elezioni universitarie?”
“Per carità! Dovrei marciare incolonnato come un’oca per affidare la rappresentanza a chi, magari, è peggio di me?”
“Questo è un modo comodo di vedere le cose” lo interruppi. “E comunque potresti candidarti tu stesso”.
“Nella vita civile, forse, non certo all’università. L’accademia è un luogo di studio e di crescita intellettuale, non di protesta. Bisognerebbe abolire quelle leggi che permettono di turbare l’ordine universitario facendo fare chiassose manifestazioni interne agli atenei, come anche le occupazioni. Pago le tasse per un servizio che non ho nemmeno garantito?”.
“Guarda che io per certe cose la penso proprio come te, anche se partecipavo, a volte, alle elezioni universitarie. Però riconosco l’utilità di certi movimenti di rivalsa sociale, dovunque provengano. Fosse per te non ci sarebbe stato nemmeno il sessantotto …” gli dissi volgendomi oltre il finestrino.
Ernesto continuava infervorato “Il Sessantotto? Non è servito a niente”.
“A niente?” rimarcai.
“A niente. Come avrebbe detto Amleto, in Shakespeare, stanno sputando oggi sulla loro poltrona di domani.  Ma in fondo è proprio a questo che pensavano, no?”
“A cosa Ernè?” chiesi conciliante reggendomi la testa con il pugno chiuso.
“Alle poltrone. Dopo attente e minuziose ricerche, vidi che molti dei miei professori, sia del liceo che dell’università, a Roma, erano stati sessantottini impegnati. Tra esami regalati, diciotto politici, ammicca tu che ammicco io, godi di qui e godi di là, te li ritrovi oggi in cattedra, più ignoranti che mai. Vale lo stesso per altre professioni. Quanti impiegati ministeriali, postini e cassamortari sono stati assunti per vittoria politica? Per conoscenze di partito e di ammucchiata? Tanti. Troppi” concluse.
“Sei solo invidioso perché loro sono riusciti ad avere qualcosa e tu no” osai.
Ernesto mi guardò, serio, ma senza cattiveria “Il sessantotto italiano ha prodotto il disastro lavorativo e antropologico in cui versiamo, e quello europeo non ha dato molte differenze. In Spagna se lo sono risparmiato, perché Franco ha messo i carabineros nelle scuole. Avrebbero dovuto fare lo stesso altrove. Secondo te perché oggi tu hai diritto a una pensione al quarantatré per cento di quello che sarà il tuo ultimo stipendio? Mentre loro hanno avuto l’ottanta, il novanta per cento? Hanno lavorato più di quanto lavoreremo noi? No, non credo proprio”.
“Ecco, forse qui posso anche seguirti …”.
“E noi siamo i peggio messi di tutti” continuò incurante della mia osservazione, “non abbiamo curiosità, passatempi, letture preferite, ma ci abbandoniamo all’informazione che scambiamo per cultura. Siamo passati da mamma televisione a papà internet. E’ lui che ci cresce. Con altri slogan, con altri inganni”.
“La rete è libera” sentenziai.
“Lo credi veramente? E se anche fosse così, cosa se ne fanno quelli che abbiamo appena passato con l’autobus della libertà? Sanno usarla? Hanno coscienza di essere liberi? Cosa producono? Cosa realizzano? Cosa costruiscono? Niente! Protestano, strillano, urlano. Mettono rumore su altro rumore. Sono pronti per il lavoro che li aspetta, sono pronti per la catena, per essere stritolati dalla macchina”.
“Quello che non sono riuscito a capire, Ernè, è se credi o no a qualche genere di cospirazione”.
Mi guardò impassibile.
“Io non ci credo, sia ben chiaro” aggiunsi, “eppure molti miei amici e conoscenti credono che ci sia una cospirazione dei potenti a danno dei popoli. Sai, quei siti di controcultura, di informazione libera e alternativa che si susseguono su internet … quella roba li, dico”.
Ernesto fece un grosso sospiro.
“Siamo ben oltre la consunzione …”.
“Conclusione?” chiesi.
“Sai, quando si dice, siamo alla frutta?”
“Si”.
“La frutta qui è marcia da un pezzo Giovanni. Siamo ben oltre anche la stessa marcescenza, la stessa consunzione”.
“Ernè piantala di filosofeggiare, c’è o non c’è, secondo te?”
Si rilassò sullo schienale, a occhi chiusi.
“C’è”.
“Oooooh…” risposi alzando le mani ironico.
“E la cospirazione è che non c’è alcuna cospirazione”.
Mi bloccai “E adesso che vuol dire questa frase?”
Si volse a me con la testa, ma sempre rivolto sullo schienale, rilassato “La gente ha bisogno di sicurezza. Ha bisogno di sapere che esiste un governo forte sopra di lei. La gente ha il terrore del nulla, dell’anarchia, della debolezza, dell’insicurezza. Ogni sistema reggitore sa che, per essere buono, deve essere spietato. Ma in democrazia ci sono delle difficoltà e, per non perdere il controllo delle masse, per non farle cadere nell’anarchia più totale, i governi accettano, anzi, alimentano le teorie cospirazioniste. Perché se la gente sa che c’è una cospirazione significa che, chi è sopra di loro è forte, ha il controllo. I governi sanno di non poter avere il controllo di nulla, perciò inventano la cospirazione” sorrise.
“Sei proprio un cospirazionista!” scherzai mettendogli il pugno sulla spalla.
Il pullman accostò in una piazzola di sosta.
Allungai il collo “Perché ci fermiamo?” chiesi preoccupato di perdere altro tempo.
Ci fecero scendere. Una ruota sgonfia. La cospirazione c’era davvero.

 

   Danilo Campanella

 

Tratto da Un re chiamato desiderio, Tabula Fati, 2014

 

 

Dalla Postfazione al libro
di Federico Sollazzo

 

"Per gli antichi la filosofia era uno stile di vita, per i moderni una professione. Eppure, c'è ancora chi si volge ad essa solo per passione, tollerandone la professionalizzazione fintantoché non confligge con tale passione; seguendo quindi i percorsi della istituzionalizzazione professionale non in quanto attratto da questi ma perché sedotto da quella stella polare, la filosofia, adeguandosi a quei meccanismi che, di volta in volta, storicamente, dovrebbero custodirla e permettere l'accesso ad essa. E tuttavia oggi accade che i meccanismi, storici, che dovrebbero prendersi cura della possibilità del pensare, vivano di una vita propria autonoma rispetto alla vita del pensiero, rispondendo a logiche di potere, di desiderio di potere, che nulla hanno a che fare col pensiero e tutto con il calcolo. Dentro tali dinamiche, seguire la via istituzionalizzata del pensiero, o meglio, del pensiero istituzionalizzato, significa tradire il pensiero autentico. Un atto di coraggio si fa qui necessario, anzi, di passione e quindi di ricerca del piacere; quello che i desideri eterodiretti non danno (...) Non sfugga, per concludere, che nel romanzo Giovanni compie il suo percorso grazie ad Ernesto. Il che esige che da una parte ci sia chi, con le sue parole e soprattutto con il suo esempio, testimoni l'esistenza di una differenza autentica in seno all'ordine stabilito delle cose (Ernesto), e dall'altra chi sia in grado di recepire, riconoscere ciò, con la necessaria sensibilità (Giovanni). E che costoro non solo esistano, ma si incontrino. Al di là degli espedienti letterari, questa è la sfida di credibilità che il romanzo di Campanella lancia: in un modo come quello che abbiamo prodotto, che tali persone possano esistere e che tali eventi possano accadere, è ancora possibile? Fosse anche solo un'illusione, vale la pena coltivarla."

 

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