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Tragedia folle. Mondo letterario di Vittorino Andreoli

Di Maciej Bielawski - Novembre 2013

Da: Tragedia folle. Mondo letterario di Vittorino Andreoli di Maciej Bielawski, Narcissus.me, 2013 (ebook).

 


Tragedia folle. Mondo letterario di Vittorino Andreoli. Di Maciej Bielawski

Riflettendo su opera letteraria di Vittorino Andreoli e cercando qualche paragone, spontaneamente mi viene in mente la Comédie humaine di Honoré de Balzac. Lo scrittore francese ideò e realizzò un immenso progetto contenente 137 opere, tra cui 95 romanzi accompagnati da racconti, saggi di vario tipo e studi analitici. È una grande architettura letteraria che unisce l’autore, la sua opera e la sua epoca. In effetti, costituisce un grande affresco della società francese dell’Ottocento. Nonostante il fatto che ogni analogia presenti più differenze che somiglianze, porre l’opera di Andreoli accanto a quella di Balzac è di un certo aiuto. Non lo facciamo per valutare quest’opera e affermare: Andreoli è grande come Balzac, è meglio, o peggio. Si tratta solo di un’analogia. Anche l’opera letteraria dello psichiatra veronese, se pur non così grande come la Comédie humaine di Balzac, è assai ampia. Anche essa offre un vasto e variopinto ritratto della società contemporanea, prevalentemente quella italiana, e anche in essa troviamo libri scritti in diversi stili letterari. Nella Comédie humaine appaiono gli stessi protagonisti, centinaia di piccoli e grandi personaggi, che sono come i passanti che sostano in una grande piazza. Nell’opera di Andreoli cambiano i personaggi, ma rimangono gli stessi temi, anzi si potrebbe dire che i protagonisti delle sue opere sono proprio questi temi: morte, dolore, follia, violenza, sesso, potere, fine di una civiltà, Dio, fragilità, tenerezza, ecc. Questi sono i protagonisti dell’opera di Andreoli, la cui caratteristica sta proprio nel fatto che egli ha trasformato questi temi in veri e propri protagonisti. Se l’opera di Balzac è caratterizzata dal così detto “realismo visionario”, l’opera di Andreoli si caratterizza per qualcosa che si potrebbe definire “realismo tragico”. Di fatti, quella di Andreoli è più tragica dell’opera di Balzac e potrebbe essere chiamata “tragedia umana” o “tragedia folle”.

L’opera di Andreoli si situa tra la tragedia e la follia, al punto da poter parlare di tragedia folle e di follia tragica. Ma forse bisogna considerare questi due sostantivi, questi due nomi, questi due protagonisti della sua opera senza caratterizzarli, solo osservando come si riferiscono l’uno all’altro e come dipingono tutta l’opera. Ogni tanto la follia risulta una via d’uscita dalla tragedia, ma pur sempre un’uscita tragica.

Andreoli non è un filosofo che crea un sistema tragico, non è un teologo che minuziosamente costruisce una dottrina tragica. La sua opera piuttosto è artistica, perciò la tragedia che la segna è variopinta e ha diversi volti. Inutile cercare in essi una gerarchia, perché il tragico ne risulterebbe sconvolto e non vale la pena soffermarsi sulle contraddizioni tra le sue diverse maschere. Le sue opere formano una vera “sinfonia tragica” in cui il lettore – e forse anche l’autore – cerca una “armonia nascosta”, ma non so se sia possibile trovarla. Lo vedo così: Andreoli, quasi folle, o almeno fuori di sé, scrive seguendo un intuito misterioso che va a zigzag tra cacofonia e armonia; il lettore lo segue anche con la speranza di fermarsi finalmente all’una o all’altra di queste estremità, ma la corsa sembra non avere una fine. E questo stesso infinito possiede un tratto tragico.

Fratel Severino, nel romanzo Sogni d’eremita, si getta dalla Rocca del Garda. In Yono-cho Corrado Olmi in ultimo uccide la donna creata ad immagine e somiglianza dei suoi sogni e desideri, ammazza il proprio amore. Angelo Spina di Fuga dal mondo, nel suo isolamento diventa folle. Similmente impazziscono Pëtr Razanov e Anna Brigani, protagonisti de Il reverendo, e finiscono la loro avventura in un manicomio. Il protagonista de Il Cardinale si impicca nella Cappella Sistina. La giovane e piccola Marianna, del romanzo Silenzi, vive fino alla morte il suo dramma in una solitudine spaventosa. Antonio Antiquo ne Il corruttore non regge all’impatto con il maligno Angelo Ratti e si suicida. E così via. Insomma, tutti i romanzi e i racconti di Andreoli praticamente finiscono in modo tragico, tutti formano diversi atti tragici della sua “tragedia umana”.

Il tragico “è la rappresentazione della vita nel suo aspetto terrificante. Il dolore senza nome, l’affanno dell’umanità, il trionfo della perfidia, la schernevole signoria del caso e il fatale precipizio dei giusti e degli innocenti ci vengono presentati da essa: sicché essa costituisce un segno significante della natura propria del mondo e dell’essere”. Queste parole scritte da Schopenhauer (Il mondo come volontà e rappresentazione, I & 51) caratterizzano perfettamente l’opera di Andreoli e potrebbero essere poste quale motto dell’intera sua opera pensata come “tragedia umana”. Si potrebbero elencare altri tratti che confermano questa dimensione tragica. Una onnipresente ed inevitabile determinazione che governa il mondo, i sentimenti e le relazioni umane. Tutto è già deciso prima che i protagonisti si mettano in moto sulla scena della vita. La libertà non esiste. Tutto dipende dal passato e tutto è solo la sua conseguenza, il futuro non esiste. Unico fine è la fine della civiltà e di un certo mondo, come emerge dalla raccolta di saggi I principia (2007) e dal romanzo Requiem (2010) che si commentano e completano a vicenda, e che è consigliabile leggere insieme. Alla fine rimane solo il fallimento e la morte – in Andreoli non esiste, mai – e sottolineo mai –, un happy end. Rimangono solo le ceneri, un deserto, una follia. Nella visione di Andreoli anche il mondo e l’uomo devono essere rifatti – questa è la tesi catastrofica del Nuovo Genesi (2010). Tutto è troppo tardi. I protagonisti dei suoi romanzi sono eroi solitari – isolati dal mondo, isolati dalle relazioni con gli altri, isolati da loro stessi, senza un Dio, perciò impazziti, lacerati dalle passioni, mossi da una volontà folle.

E nonostante ciò, nell’opera di Andreoli troviamo un libro come Alfabeto delle relazioni, che all’interno del mondo tragico dischiude l’orizzonte alla tenerezza propria delle relazioni umane; e vicino vedo Dalla parte dei bambini e le sue Lettere, che prendono in considerazione, anzi combattono, per il futuro. Accanto a L’uomo folle (2007) sta L’uomo di vetro (2008) che fa l’elogio della fragilità e della precarietà della condizione umana, nelle quali, come in un vuoto buddhista, si può cercare rifugio. In questo paesaggio il viandante continua il suo errare, avanza “come fa ogni pellegrino in questo mondo” (UP 207). Lo scrittore stesso, in attesa dell’anno nuovo, che per lui è il simbolo della fine imminente del mondo e della vita, contemplando il fuoco che consuma la legna di rovere, nota:

«Qualche volta però anche nella mia mente c’è soltanto fuoco e così non penso ma brucio, sentendo piacevole il calore che sa di natura e di campagna. Una sensazione contadina dove si annida il mio passato. Il fuoco non può certo morire mentre inizia un nuovo anno. È anzi di buon auspicio che una volta acceso mantenga continuamente la fiamma. La mia abilità non pone in pericolo quella liturgia, come un sacrestano garantisce che nel turibolo l’incenso bruci lento ma costante riempiendo il freddo della cattedrale di profumo divino. Poi di nuovo mi distendo sul divano e aspetto che il tempo invecchi. Vicino a lei come sempre. In silenzio, attenta a non interrompere i riti che sente anche se non è facile condividerli. Guarda il fuoco e talora sposta la mano sul mio braccio. Così si riattiva un legame che ormai si perde nella nostra giovinezza. (…) La mano di lei si fa stretta alla mia, la sua testa si è adagiata sulla mia spalla. La liturgia continua, la cerimonia non è mai solo di corpi ma si uniscono pensieri e mistero» (CS 8-9).

 

   Maciej Bielawski

 

Da: Tragedia folle. Mondo letterario di Vittorino Andreoli di Maciej Bielawski, Narcissus.me, 2013 (ebook).
Il libro si può comprare su Amazon e in molti altri distributori di ebook.

 

 

Vittorino Andreoli è uno psichiatra che scrive libri o uno scrittore che ha esercitato per un periodo della sua vita l’arte della psichiatria?

Senza dubbio nel suo caso abbiamo a che fare con un vero autore che non solo scrive libri, ma crea un’opera che oggi risale a quasi un centinaio di volumi di saggistica, narrativa, poesia, teatro, arte.

Nella Tragedia folle Maciej Bielawski propone un viaggio attraverso i libri di Andreoli e un tentativo di presentare la storia di quest'opera, cogliere i suoi temi saglienti come dolore, follia, violenza, sesso o ricerca di un Dio e racconta il suo incontro con questo autore.

 

Indice

I. L’OPERA
1. Giardino di carta; 2. Biblioteca a due piani; 3. Tanti libri, un’opera; 4.Tragedia umana; 5. Lo stile;
II. LE GENESI
6. Mondo; 7. Uomo; 8. Carlofania; 9. Dentro una tradizione; 10. Carta e realtà;
III. I TEMI
11.Follia; 12. Violenza; 13. Dolore; 14. Eros; 15. Morte; 16. Finemondo; 17. Fragilità;
IV.IL DIO
18.Letteratura e teologia; 19. Andreoli teologico; 20. Alcune esperienze personali; 21. Monastero, monaco, monachesimo; 22. Natura; 23. Iconoclasta blasfemo; 24. Il Dio che forse non c’è.


 

Maciej Bielawski, nato in Polonia, da oltre vent’anni in Italia; studioso di varie tradizioni religiose e filosofiche, scrittore e pittore; autore di una quindicina di libri tra cui di recente in Italia ha pubblicato la monografia Panikkar. Un uomo e il suo pensiero (Campo dei fiori, Fazi Editore, 2013) e Tragedia folle. Mondo letterario di Vittorino Andreoli, Narcissus.me, 2013 (ebook); per conoscere di più il suo pensiero e le sue opere si può visitare il sito: www.maciejbielawski.com

Su Riflessioni.it nella rubrica Riflessioni sul Senso della Vita:
Intervista a Maciej Bielawski

 

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