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Tu non sei Dio

Fenomenologia della spiritualità contemporanea

Di Andrea Colamedici e Maura Gancitano - Settembre 2016
Da: Tu non sei Dio di A. Colamedici e M. Gancitano, Edizioni Tlon, 2016.

 

 

La teoria della linea

 

La chiave per recuperare la conoscenza perduta e spingersi oltre consiste nel reimparare a pensare. Per superare il grande fraintendimento contemporaneo è di aiuto l’analisi della teoria della conoscenza, esposta da Platone in chiusura del sesto libro de La Repubblica. Il ben più celebre mito della caverna è situato immediatamente dopo l’esposizione della teoria della linea, e ne è in sostanza la narrazione estesa. Nella società contemporanea regna l’idea che tutto sia spiegabile e ritrovabile in qualche libro o su internet, oppure – come sostiene la spiritualità di oggi – che sia possibile sentirlo, cioè apprenderlo grazie al risveglio dell’istinto, dell’intuito e dell’emozione, facoltà che possono essere citate senza fare alcuna distinzione. Secondo Platone, invece, esistono gradi di conoscenza diversi, che corrispondono al grado di essere dei fenomeni e delle idee conosciute. Le forme del conoscere corrispondono esattamente alle forme dell’essere. Per spiegare la distinzione tra questi quattro tipi di conoscenza, Platone offre l’immagine di una linea da dividere in due parti, e poi ancora in due:

 

Prendi ora una linea divisa in due parti disuguali, dividi ancora ciascuna parte nella stessa proporzione, e cioè tanto la parte della specie visibile quanto quella della specie intelligibile e, secondo la rispettiva chiarezza e oscurità, in quella parte relativa al mondo visibile tu avrai una prima sezione, quella delle immagini.(1)

 

Sulla linea della conoscenza Platone pratica una prima separazione, che produce due segmenti di lunghezza differente. Il primo rappresenta la conoscenza del mondo visibile (doxa); l’altro, invece, la conoscenza del mondo intelligibile (episteme). Andiamo per gradi. Cosa si intende con mondo visibile e mondo intelligibile? Il visibile, spiega Platone, è il mondo ordinario, il cui segmento è sua volta divisibile in immagini e oggetti: da una parte trovano spazio le ombre, i riflessi sull’acqua e in genere tutto ciò che esiste come immagine di qualcos’altro (eikasia, “congettura”); dall’altra si trovano i modelli di quelle immagini: esseri viventi, oggetti (pistis, “credenza”). Si utilizza per questa sezione anche il nome di conoscenza sensibile, in quanto mediata dai sensi del soggetto che ne fa esperienza: ciò che si vede, si tocca, si annusa, si assapora e si ascolta. Queste prime due sottosezioni (eikasia e pistis) che, come mostrato, insieme formano un’unica porzione di linea (doxa, “opinione”), rappresentano il principale campo d’azione della nostra civiltà, che pone l’accento sul soddisfacimento di bisogni e desideri, sul sapore, sul tatto, sul risveglio dei sensi. Per Platone, al contrario, il sentire non è il supremo livello di conoscenza, ma un livello grossolano. La vera conoscenza non è spontanea, ma è piuttosto «una fiamma [che] s’accende da fuoco che balza: nasce d’improvviso nell’anima dopo un lungo periodo di discussioni sull’argomento e una vita vissuta in comune, e poi si nutre di se medesima». Nel mondo sensibile si trova, invece, l’epicentro degli studi della spiritualità contemporanea, che pone l’accento su ciò che è oggettivabile e comprensibile in modo immediato. Si tratta quindi di opinione, doxa, non di vera conoscenza. Questo ambiente si è gradualmente disinteressato agli studi filosofici, cioè quelli che riguardano la seconda porzione di linea, quella intelligibile, detta episteme (“scienza”). Tale disinteresse ha portato nel corso dei secoli alla sparizione del nous (“intelletto”), consentendo così la produzione indiscriminata di teorie sull’aldilà, sugli stati extra-ordinari di coscienza e sull’evoluzione interiore dell’uomo totalmente slegati dall’utilizzo consapevole della più alta facoltà umana. Teorie in cui la fantasia, l’opinione, l’arbitrarietà del singolo e il sentire – appunto – sono veri e propri tronisti, e dove la riflessione filosofica rappresenta quasi un ostacolo, perché viene associata a un ragionamento meccanico, per sua natura fallace. Se abbiamo disimparato a ragionare, a discernere, a distinguere vari piani dell’esistenza, e ci siamo avviluppati unicamente al piano materiale – suggeriva Foucault – non è smettendo di pensare che troveremo la soluzione, ma proprio sviluppando il pensiero, cioè una facoltà di conoscenza superiore. Nella seconda parte della linea, cioè quella dedicata all’episteme, troviamo una distinzione identica alla precedente: la prima sottosezione (dianoia, “conoscenza razionale”) è «intermedia tra l’opinione e l’intelligenza», tra doxa e noesis, mentre la seconda (noesis, “intuizione intellettuale”) è autonoma e non ha alcun tipo di correlazione con il mondo sensibile. La conoscenza razionale (identificabile con la geometria) del piano dell’essere corrisponde alla dianoia del piano del conoscere, così come il mondo delle idee e in particolare l’idea del Bene corrisponde alla noesis, l’intellezione. Platone traccia in questo modo un percorso, che occorre compiere senza fare salti. Prima di giungere all’idea del Bene – idea di cui si è rifiutato di scrivere, e a cui si è limitato ad alludere – bisogna affrontare tutti i gradi di conoscenza: partire dall’opinione, dalla doxa, dall’ombra, dallo sconosciuto, dall’imitazione, per giungere man mano a un livello superiore, in cui il contatto con il mondo sensibile scompare del tutto. Per accedere al nous è necessario partire dalla vita ordinaria, ossia dall’eikasia e dalla pistis. Pensare di poter giungere immediatamente alla noesis è arrogante, presuntuoso, ignorante. Ma è esattamente ciò che fa la spiritualità contemporanea, che non si rende conto di chiamare noesis qualcosa che, in realtà, è ancora semplicemente eikasia. Si tratta di percorrere tutte le tappe e poi prepararsi al salto, quello dell’autentica intuizione intellettuale. Pensare di poter partire dall’intuizione intellettuale e di poter trovare in un libro o in un seminario di due giorni il modo per raggiungerla (in dieci mosse, in cinque passi, in due ore, in tre anni) è la suprema illusione del nostro tempo.
Non è urlando di essere Dio o ripetendo interiormente fino all’esaurimento che «Tutto è Uno» che si giungerà all’intuizione, ma è partendo dalla vita ordinaria, dall’osservazione sensibile, dal riconoscimento che ci si trova a un livello grossolano di conoscenza. Anche qui, si tratta di una continua trasformazione: è il rendere ogni atto quotidiano una pratica filosofica, riconoscendo la falsità dell’oggetto dell’opinione e la verità dell’oggetto della conoscenza. In altre parole, la falsità della eikasia rispetto alla verità della noesis.

 

La centralità della dianoia
La dianoia è intermedia perché rappresenta un mezzo per passare dall’opinione all’intelletto. A nostro avviso, è la svalutazione della dianoia ad aver portato alla sparizione della noesis. Dianoia, termine formato da dià e nous, indica il “pensare attraverso”, l’utilizzo di una serie di ragionamenti volti a dimostrare una tesi. È la geometria, che non è semplicemente conoscenza matematica, ma che consiste nella capacità di vedere nelle cose la manifestazione di leggi. Si può avere una conoscenza razionale e geometrica dell’Anima, per esempio, ma lo abbiamo dimenticato. Se con la dianoia si traggono conclusioni elaborando premesse, nella noesis si coglie immediatamente la conoscenza della realtà. La dianoia è l’esercizio dialettico che consente una reale discriminazione tra mondo sensibile e mondo intellegibile, ed è la svalutazione della dianoia ad aver condotto alla sparizione della noesis. La noesis «senza far uso in alcun modo di alcuna cosa sensibile, ma solo delle Idee stesse con se stesse e per se stesse, termina nelle idee». Nella noesis si approda alla verità, alla contemplazione dell’idea del Bene. Nella noesis il filosofo ragiona delle Idee esclusivamente attraverso le Idee, senza utilizzare nessuno strumento sensibile con il fine di «arrivare a ciò che non è più solo un postulato, al Principio di tutto».(2)

 

Da: Tu non sei Dio di A. Colamedici e M. Gancitano, Edizioni Tlon, 2016.

 

 

Tu non sei DIOTu non sei DIO è un'analisi lucida e spietata dell'epoca del consumo spirituale: mostra i danni della più grande epidemia di egocentrismo della storia e la distanza apparentemente incolmabile con i grandi insegnamenti esoterici e filosofici.

In sostanza, la spiritualità contemporanea sviluppa nell'individuo il bisogno costante di accedere (quasi sempre a pagamento) a esperienze di picco, senza le quali l'esistenza perde di senso. Il resto della vita è appagante fin quando regge l'effetto della sostanza spirituale, ma appena svanisce tutto diventa insostenibile, e bisogna vivere (leggi: acquistare) una nuova esperienza.

È un godimento usa e getta: la spiritualità contemporanea è una vera e propria sostanza stupefacente, poiché altera l'attività mentale inducendo diversi gradi di dipendenza, tolleranza e assuefazione. Ecco come disintossicarsi.

 

Andrea Colamedici, Filosofo, editore, regista e attore teatrale. Insegnante di filosofia per bambini, ha tradotto testi di Alejandro Jodorowsky, E. J. Gold e Stanislav Grof. È l’ideatore di Tlön.

Maura Gancitano è nata a Mazara del Vallo nel 1985. Si interessa di Astrologia, Salute Naturale, Floriterapia e Maternità. Ha pubblicato Igiene e cosmesi naturali (Il Leone Verde 2013) e insegna autoproduzione di cosmetici eco-dermo-compatibili. Insieme ad Andrea Colamedici – con cui tiene seminari di filosofia e ricerca interiore – ha tradotto i libri di Stanislav Grof La nuova Psicologia e Psicologia del futuro (Spazio Interiore 2013, 2015)."

 

NOTE
1) Repubblica, vi, 509d.
2) 75 Ivi, 511b.

 

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