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Io e la mia coscienza (fenomenica?)

Di Edoardo Boncinelli - Novembre 2011

Da: La vita della nostra mente - Laterza, 2011

 


Resta sempre il problema della terza forma di coscienza, quella fenomenica, e del suo rapporto con la mia individualità. Resto io insomma con le mie sensazioni e la mia presa diretta con me stesso. Qualcosa di cui non dubito e che mi è estremamente presente. Finché sono sveglio. Ma io sono praticamente sempre sveglio. Talvolta più lucidamente e talvolta meno.
A che cosa conduce tenere separata la mia sensazione interiore – io - da tutto il resto? Secondo me porta un chiarimento fondamentale riguardo alla coscienza e alla sua esperienza. Io ho una coscienza di cui ho esperienza diretta. Gli altri hanno una coscienza della quale io non ho esperienza ma che non ho nessun motivo di pensare che non abbia in generale le stesse proprietà della mia. E’ possibile quindi studiare le caratteristiche della coscienza degli altri dal di fuori e la mia tanto dal di fuori, come tutte le altre, quanto dal di dentro. Ma è uno studiare quello che faccio io su di me dal di dentro? Ne dubito: manca proprio l’intercapedine fra il soggetto e l’oggetto che è necessaria per mettere in atto un qualsiasi tipo di studio.
Non so se si potrà mai dare scienza delle mie sensazioni, e non so nemmeno dire se questo avrebbe un senso. In primo luogo perché si dà scienza solo dei fenomeni riproducibili – e io non lo sono – e in secondo luogo perché per raggiungere quell’obbiettivo occorrono più descrizioni indipendenti degli stessi fatti, e questo è manifestamente impossibile. Insomma io non sono oggettivabile e questo sembra chiudere definitivamente la questione, anche se tutto lascia pensare che io non sia che la sensazione che prova in concreto il mio . Non potrò però mai saperlo con sicurezza. Ciò non significa che io non possa parlare di me e delle mie sensazioni, che poi è quello che fa ciascuno di noi tutte le volte che può e che fa ogni scrittore o letterato, qualche volta anche in termini poetici.
Quindi? Quindi è inutile invocare l’ineffabilità della mia sensazione personale e la sua incomunicabilità per giungere a escludere la possibilità di uno studio scientifico della coscienza, se non della mente. Io non c’entro; sono un’altra cosa. Concentriamoci sui vari Sé, che già è un gran lavoro, e lasciamo in pace l’io. Che poi sono io. Non so che cosa si prova a essere mio fratello, mio figlio, mia moglie o nessuno dei miei amici. Ma non so nemmeno bene che cosa provavo io a vent’anni oppure in questa o quest’altra circostanza. Io sono sempre e solo io, al presente.
Talvolta ho l’impressione di sondarmi ed esplorarmi, ovverosia di guardarmi dentro, con uno strumento che usualmente chiamiamo introspezione. E’ ritenuto un colloquio che io imbastisco con me stesso, ma non è affatto chiaro che cosa possa significare, anche se per secoli gli è stata attribuita un’importanza eccezionale. Il motivo è chiaro. La mia coscienza era considerata allora la via d’accesso alla mente, che non si identifica con l’anima più profonda, così che qualcosa di quest’ultima può essere effettivamente indagato solo con un’introspezione approfondita e più volte riproposta. In quest’ottica, guardarsi dentro vorrebbe dire cogliere qualche elemento essenziale del mio io più profondo, se non della mia anima. Che cosa resta oggi di questa idea? Direi sostanzialmente niente, se non che tenere l’attenzione fissa su di me per un po’ di tempo può portare a qualcosa, magari di nuovo, anche se non saprei proprio dire se è più o meno autentico di ciò che mi passerebbe per la testa se non insistessi.
Posso vivermi, e lo faccio in perpetuo, volente o nolente; posso raccontarmi con parole quotidiane o narrarmi in parole auliche. Quando il cuore duole forte posso anche interrogarmi. Su che? Sul perché di un contrattempo o di una disfatta - io non ho quasi mai sbagliato; sulla giustizia del mondo - io sono quasi sempre nel giusto; sul modo migliore di impostare un’azione - ma esiste un modo migliore? E se esiste, chi lo conosce? sullo scopo dell’esistenza – si può esserci per uno scopo, ma non esistere per uno scopo; sul senso del tutto – ma quale senso e quale tutto? Certo, sono sempre solo e senza linee guida o falsarighe, se non posticce e imposte.
Il fatto è che nella mia veste di io, sono sempre assolutamente solo e senza alcuna guida. Ogni evento è nuovo; non è mai accaduto prima, almeno a me; ma il punto è tutto qui. Gli avvenimenti della mia vita sono sempre inattesi e senza precedenti, e senza una trama preordinata. Sono sempre a chiedermi: Come va avanti di solito questa storia? E come andrà avanti questa mia storia? Quando tutto va bene, ciò non è rilevante. Ma quando si presentano dei problemi, materiali o psicologici, ciò ci appare scoraggiante, quando non angosciante. Certo, posso ragionarci sopra, posso cercare di richiamare alla memoria qualcosa di simile, accaduto a me o ad altri, ma non è la stessa cosa. Questo accade soprattutto nel dolore, fisico o psichico. Non ci sono appigli, punti di riferimento e neppure colpevoli. Se una donna non mi vuole, se una donna mi ha lasciato, se mi ha tradito o semplicemente non mi capisce, che cosa posso almanaccare? A quale pagina di quale volume mi posso riferire? Chi o che cosa posso chiamare in causa?
Mi chiedo spesso allora gli altri come fanno; se anche gli altri hanno un’interiorità come la mia – anche se so che quasi certamente è così – e perché tutto sommato io sono costretto ad avere questa mia sensazione di me e del mondo alla quale non posso sfuggire e che raramente mi dà qualcosa. Esserci non serve a essere e neppure probabilmente a fare. Si deve trattare di un’imperfezione, di una sbavatura, di un refuso, di una circostanza sopravveniente, di un epifenomeno, di una complicazione non voluta e non essenziale, del rumore che una macchina in azione non può non fare o del calore che la stessa non può non irradiare. O forse servirà invece a qualche cosa. Ne sembrano tutti convinti e spesso ne vanno fieri. Il fatto è che quando di una cosa non ci si può liberare gli si inventa una funzione, magari alta.
Ma c’è di più. Se la mia sensazione soggettiva non è che una conseguenza necessaria, ancorché priva di utilità, del funzionamento della macchina del corpo e del cervello, perché dovrebbe essere appannaggio solo della nostra specie? Perché non pensare che possa essere comune anche agli animali, almeno alcuni? L’unica cosa di diverso che sappiamo della nostra sensazione soggettiva è che può essere comunicata con parole, mentre quella eventuale degli animali non può esserlo.
E fino a quando durerò io? Su questo ho le idee chiare: non so quanto durerò, e quante cose ancora vedrò, ma sarà per sempre. Non ci sarà, penso, un momento di discontinuità. La discontinuità non è contemplata nell’io e dall’io, che è per definizione uno, presente ed eterno. Non sto dicendo che il mio corpo non morirà, morirà certamente un giorno, e così farà probabilmente il mio Sé, ma non io. Già Epicuro diceva, un po’ di tempo fa, che io non mi incontrerò mai con la mia morte, perché o c’è lei e allora non ci sono io, oppure ci sono io e non ci può essere lei.
Come rispondere in conclusione al leopardiano “Ed io che sono?”? Possiamo azzardare qualche risposta, lunga, breve o brevissima. La riposta lunga è tutto sommato abbastanza semplice. Sono prima di tutto un corpo, con certe caratteristiche e di una certa età. Questo corpo comprende un certo numero di apparati di relazione, fra i quali il sistema nervoso centrale. A quello appartiene il mio cervello con le sue vicende e i suoi alti e bassi. All’interno di quello c’è un centro che genera ed elabora le mie emozioni, un altro che mi fa ragionare e la corteccia cerebrale, soprattutto frontale, che rende tutto questo vivo e palpitante, e magari quasi comprensibile. E me lo fa sentire. Se tutto va bene, tutti i miei stati e tutte le mie azioni sono sotto controllo e si dimostrano sufficientemente adeguate alle diverse situazioni. Queste diverse stanze della coscienza che siamo andati visitando conducono a una sorta di aerostato, di pallone frenato, di stanza avulsa, che sono io. Io mi sento al centro di tutto questo e quasi nocchiero del mio vascello. Questa sensazione sono io. Il sogno del giunco pensante.
La risposta breve dice che io, come istanziazione dei vari stati del mio Sé, sono il precipitato della mia biologia di base, del mio sviluppo, della mia formazione materiale e intellettuale, dei miei studi, delle mie letture, dei miei incontri e delle mie conversazioni. Come tale mi situo nel tempo e nelle opportunità offerte dalle combinazioni possibili del mio spazio interiore. E sento, soprattutto sento. Ogni giorno a ogni ora, un rumore di fondo inestirpabile contro il quale si stagliano di tanto in tanto alcune immagini e impressioni in rilievo. Io sono tutto questo, infinitamente libero, ma blindato entro me stesso.
La risposta brevissima è: Non lo so.

 

Edoardo Boncinelli
Da: La vita della nostra mente - Laterza, 2011.

 

La vita della nostra mente

 

La vita della nostra mente - Edoardo BoncinelliCento miliardi di cellule compongono il cervello, dove si sviluppa la nostra mente.
Edoardo Boncinelli spiega come si forma, matura e invecchia quella 'cosa' che ci distingue da tutti gli altri animali.
«A un certo momento si nasce. Il primo respiro è un evento fondamentale. Il neonato può respirare da solo e l'improvviso innalzamento del livello di ossigenazione del sangue innesca tutta una serie di processi a cascata che rendono irreversibile l'intero processo: da questo momento, indietro non si torna». Da quell'attimo in poi, cresce insieme a noi anche la mente, ossia tutto ciò che accade nella nostra testa, tutto ciò che ci fa vivere, ci rende noi stessi, ci fa pensare, soffrire, gioire.
Edoardo Boncinelli conduce alla scoperta della mente, descrive il suo funzionamento e con l'ausilio delle scienze che la studiano – neurologia, biologia, filosofia, antropologia fra le altre – risponde ad alcune delle domande che tutti ci poniamo: che cos'è la mente? come cambia nel corso della nostra vita? perché invecchiamo? e corpo e mente vanno di pari passo? Che cosa ci fa dire: «penso questo», «credo questo», «sento questo», «voglio questo»? Che cosa ci ricorda chi siamo e che cosa stiamo facendo e quello che ci piacerebbe fare? Che cosa ci permette di pronunciare una frase o di leggere la pagina di questo libro?

 

 

 

Edoardo Boncinelli insegna Neuroscienze all'Università Vita-Salute di Milano. Scienziato di fama internazionale, si è occupato dei geni che controllano lo sviluppo del corpo e del cervello. Più recentemente si è dedicato alla divulgazione scientifica pubblicando libri di successo, tra cui: Introduzione alle scienze bioeducative (Laterza 2004); Tempo delle cose, tempo della vita, tempo dell'anima (Laterza 2006); L'anima della tecnica (Rizzoli 2006); Il male (Mondadori 2007); L'etica della vita (Rizzoli 2008); Lo scimmione intelligente (con G. Giorello, Rizzoli 2009); Come nascono le idee (Laterza 2009); Perché non possiamo non dirci darwinisti (Rizzoli 2010); Mi ritorno in mente. Il corpo, le emozioni, la coscienza (Longanesi 2010); Lettera a un bambino che vivrà fino a 100 anni (Rizzoli 2010); La vita della nostra mente (Laterza 2011). Scrive per il "Corriere della Sera" e per "Le Scienze".

 

Su questo stesso sito nella rubrica "Riflessioni sul Senso della Vita" di Ivo Nardi: intervista ad Edoardo Boncinelli

 

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