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Vivi o morti?

Di Roberto Fantini - Ottobre 2015
Da: Vivi o morti? – Morte cerebrale e trapianto di organi: certezze vere e false, dubbi e interrogativi, Efesto, 2015.

 

 

PREFAZIONE
Certo, possiamo tentare di non pensarci. Ma la cosa (ci piaccia o no) è indubitabile: potrebbe capitare anche a noi o ad un nostro familiare. Ci potrebbe capitare, cioè, di trovarci in una struttura ospedaliera, vittime di un graVivi o morti? Roberto Fantinive incidente, e venire dichiarati “cerebralmente morti”. Ci potrebbe capitare di essere dichiarati “donatori” e sottoposti, pertanto, ad espianto di organi, nonostante il nostro cuore ci batta ancora dentro, i nostri polmoni vadano su e giù gonfiandosi di aria e, magari, ci rimanga (senza che nessuno se ne possa accorgere) una qualche forma di consapevolezza. E potrebbe capitarci (ipotesi ancor più drammatica) che qualche signore dal camice bianco ci venga a chiedere il nostro consenso per poter procedere alla “donazione degli organi” di un nostro figlio, benché il suo corpo sia caldo e il colorito roseo (e non sia chiaro, quindi, quanto sia davvero completamente e definitivamente morto).
Domandiamoci allora di quali elementi di giudizio disponiamo (di natura scientifica, giuridica, filosofica e – eventualmente – teologica) per poter prendere una posizione chiara, convinta e pienamente consapevole su questioni del genere.
La società che ci circonda tende a presentarci la “morte cerebrale” come qualcosa di scientificamente accertato e acquisito, come un dato di fatto oramai universalmente accettato, e la “donazione degli organi” come qualcosa di altamente auspicabile, come una forma eticamente e civilmente nobilissima di ammirevole altruismo. Ma noi cosa ne sappiamo veramente?
Possiamo ritenerci davvero certi che tutto sia chiaro, che non ci sia nulla da discutere, nulla da approfondire?
Il presente lavoro nasce dalla radicatissima convinzione che su queste tematiche manchino un po’ a tutti noi gli elementi di base necessari (sia quantitativi che qualitativi) per poter comprendere la complessità della questione sotto tutte le sue numerose sfaccettature, e per poterci, così, costruire un’opinione realmente responsabile e indipendente. A tale fine, ho ritenuto indispensabile ascoltare le voci di coloro (scienziati, filosofi, scrittori) che ritengono che da discutere e da dubitare (e anche da disvelare!) ci sia veramente molto e che sia doveroso, di conseguenza, infrangere la cappa mediatica che impedisce, su questo argomento, la benché minima circolazione di opinioni “eterodosse”.
La mia speranza, pertanto, è di riuscire ad offrire ai lettori che non si accontentano di verità ben impacchettate e inviate a domicilio una preziosa opportunità per allargare i propri orizzonti in merito a tematiche apparentemente poco vicine e poco attraenti, ma di cruciale importanza per la nostra cultura e per il futuro della nostra società. Perché ragionare in merito a morte cerebrale, donazione di organi e trapianti, ci obbliga a riflettere, in definitiva, sull’uomo stesso, sulla sua vera natura, sui confini fra vita e morte, sul giusto modo di intendere la dignità della persona e sui diritti della persona stessa. Ragionare su tutto questo in maniera sanamente aperta, rifiutando ogni risposta dogmatica, ed esercitando il pensiero libero e critico, sarà non soltanto un modo per capire di più e per poter scegliere meglio, sarà anche un modo molto concreto per aiutare il mondo in cui viviamo e in cui vivremo a rispettare e a praticare maggiormente i principi fondamentali di un’autentica democrazia.

 

 

Da pagina 16 a pagina 20
Chi crede nella morte cerebrale compie un vero e proprio atto di fede! Dice, cioè, che l’essere umano è un cervello che ha un corpo e che, di conseguenza, quando il cervello risulta essere inattivo, tutto l’individuo di fatto va considerato morto.
In pratica, si dice: benché il corpo respiri e il cuore batta (seppur con l’ausilio di macchine), dato che altre macchine mi dicono che il cervello non emette più segnali (registrabili!) di attività, il corpo tutto può, anzi deve esser ritenuto morto. Anche se morto non sembra. Anche se morto, a livello di evidenza sensoriale e logica, non è. Perché, se fosse morto davvero, non ci sarebbe alcun bisogno di fare ricorso al concetto di morte cerebrale!
Trovo tutto questo ragionamento del tutto inaccettabile:

1. Chi mi assicura che io sono il mio cervello? Non sono forse anche il mio cuore, il mio fegato, i miei occhi, la mia lingua, i miei organi genitali, ecc.? Non sono io forse un insieme composito, unico e irripetibile di tutti questi organi interdipendenti e combinati fra loro in un modo unicissimo? Il mio essere me non scaturisce forse dalla misteriosa sinergia che lega dinamicamente insieme una incalcolabile quantità di elementi di varia natura, con differenti caratteristiche e funzioni? In ogni caso, perché non dovrei avere il diritto di vivere in quanto corpo e soltanto corpo?

2. Chi mi assicura che la mancata registrazione tecnologica di attività cerebrale implichi la morte totale della coscienza? Chi mi garantisce che non esista più alcuna forma in me di vita mentale, emotiva, sensoriale? Qualcuno, d’altronde, sa dirmi davvero cosa sia la coscienza, come sia nata in me, dove sarebbe localizzata (ammesso che sia possibile parlare di una sua localizzazione), come funzioni e come e quando (e se) arriverà a spegnersi?

3. Chi mi può dimostrare che esistano apparecchiature tecnologiche capaci di rilevare tutte le onde che vengono emesse dal nostro apparato cerebrale? Capaci, cioè, di registrare correttamente e perfettamente tutte le manifestazioni vitali del mio cervello? Come poter escludere che possano esistere altre forme di attività cerebrale attualmente non percepite dalle macchine di cui ci serviamo (e forse, per loro natura, oggettivamente non percepibili)? Come potremmo escludere che, in futuro, i sistemi di rilevamento delle attività cerebrali possano essere ritenuti (come accaduto infinite volte in passato) “primitivi”? E che nuove, più sofisticate tecnologie possano essere in grado di registrare forme di attività cerebrali attualmente non percepibili? La realtà che per noi esiste non è forse la realtà che noi siamo in grado di conoscere? Non è cioè una realtà subordinata (e ordinata) in base agli strumenti cognitivi (naturali e tecnologici) di cui disponiamo? Il fatto che non si riesca a percepire un qualcosa (una galassia, una particella sub-atomica o Dio) può forse comportare la certezza (dico certezza) della sua non esistenza?

La morte cerebrale non può essere ritenuta una verità scientifica. È soltanto una convenzione dogmaticamente assunta, una credenza superstiziosaimpostaci da uno scientismo arrogante e tirannico, o,a voler essere generosi, una mera teoria filosofica dimatrice materialistica.
D’altronde, una cosa che sfugge ai più è che, come argomenta Michael Potts, la definizione della morte umana dipende dalla propria visione della persona umana, dalla propria antropologia filosofica, che a sua volta si inquadra in una struttura metafisica complessiva. Il criterio di morte dipende (a un certo livello) dalla definizione, e fino ad un certo punto dipende da una determinata visione metafisica. Per esempio, in generale chi sostiene che la perdita permanente di coscienza è la definizione appropriata di morte, preferisce il criterio della corteccia cerebrale o neocorticale di morte. È solo quando raggiungiamo il livello degli esami usati per confermare un particolare criterio per la morte che stiamo lavorando puramente a livello medico/scientifico – ma naturalmente gli esami sono dipendenti dal criterio che a sua volta dipende dalla definizione. È la dipendenza da una tale struttura filosofica sottostante che rende la questione della dichiarazione di morte qualcosa di più di una questione di competenza dei medici.
Nella tirannia della morte cerebrale non vedo soltanto il trionfo di una scienza che tradisce ogni autentico principio scientifico, attribuendosi poteri che sconfinano nell’onniscienza e nell’onnipotenza, ma anche il trionfo di quel rovinoso principio secondo cui il fine (giusto) giustificherebbe i mezzi (non tanto giusti). Ciò perché, e questo è un fatto storico incontestabile, il concetto di morte cerebrale è stato coniato da scienziati desiderosi di poter favorire lo sviluppo della pratica del trapianto di organi.
In poche parole, siccome per effettuare i trapianti di organi vitali (quali cuore, fegato, ecc.) è necessario che questi organi siano irrorati dal sangue (cioè siano vivi), non potrebbero detti organi essere prelevati da un organismo biologicamente morto, ovvero non più respirante. Per cui, si è ritenuto di poter risolvere tale problema stabilendo che sarebbe stato possibile estrarre organi vivi da un organismo indiscutibilmente vivo, ma dichiarato morto sulla base dei risultati ottenuti tramite determinate tecniche di accertamento, fra cui, la principale, quella dell’elettroencefalogramma (cosiddetto elettroencefalogramma piatto).
È la morte cerebrale – si domanda il filosofo Robert Spaemann – ciò che tutti intendono quando usano il termine morte? Secondo il Comitato di Harvard, proprio no. Il Comitato ha inteso fornire una nuova definizione, così esprimendo chiaramente il suo interesse principale. Non era più l’interesse del morente di non essere dichiarato prematuramente morto, ma l’interesse di altre persone di dichiarare il prima possibile morta una persona morente.
Ora, mettiamo pure da parte il sospetto che alcuni nutrono rispetto ad interessi non proprio nobilissimi che possono aver favorito tale scelta (successo, guadagno, ecc.), assumiamo pure per dato al di là di ogni dubbio che detti scienziati siano stati mossi da rispettabili finalità filantropiche, ciò potrà sì conferire dignità morale al loro operato e alle loro intenzioni, ma non potrà certo rendere vera una tesi, qualora non lo fosse già sufficientemente di per sé.
Un corpo che pulsa, che respira, che è caldo e non rigido, non è un cadavere. Questo mi dicono i miei sensi e il mio buon senso. Si tratterà certo di un essere molto ridotto nelle sue manifestazioni e nelle sue attività. Forse, davvero la coscienza si è spenta in lui. Forse non ha veramente più pensieri, emozioni, percezioni di alcun tipo. Ma non è un cadavere. Semmai, molto probabilmente, si tratta di un moribondo, di un essere, cioè, che progressivamente si sta avviando verso il momento estremo del vivere.

 

   Roberto Fantini

 

Da: Vivi o morti? – Morte cerebrale e trapianto di organi: certezze vere e false, dubbi e interrogativi, Efesto, 2015.

 

Roberto Fantini insegna Filosofia e Storia al Liceo Classico e si occupa da qualche decennio, come volontario, di Educazione ai diritti umani all’interno di Amnesty International, di cui è, attualmente, referente EDU per il Lazio.

Sempre per questa Associazione,  ha preso parte (e continua a prendere parte) a  molti interventi pubblici e corsi di formazione per docenti, nonché curato le seguenti pubblicazioni: Pena di morte: parliamone in classe, EGA Editore, 2006  (aggiornata in versione digitale scaricabile: www.amnesty.it/educazione/pena-di-morte); Liberarsi dalla pauraTutela dei diritti umani e “guerra al terrore”, EGA Editore, 2007; in collaborazione con Antonio Marchesi, Una giornata particolare, ed.Sinnos, 2010.

Al suo attivo, inoltre:

- La Morte spiegata ai miei figli, ed. Sensibili alle foglie, 2010;

Il cielo dentro di noi: conversazioni sui diritti umani (sul mondo che c'è e su quello che verrà) , ed. Graphe.it, 2012;

-  Odisseo e le onde dell'anima, ed. Graphe.it, 2013;

In aprile del 2015, con le Edizioni Efesto, ha pubblicato Vivi o morti? Morte cerebrale e trapianto di organi: certezze vere e false, dubbi e interrogativi, mentre per novembre è prevista l’uscita di un’opera dedicata ad Aldo Capitini.

Da alcuni anni cura, sul sito della Free Lance International Press, la Rubrica Diritti Umani (www.flipnews.org).

Dal 2004, ha intrapreso un interessante  percorso di sperimentazione pittorica, esponendo i suoi lavori in  numerose mostre personali e collettive, il cui ricavato è stato donato ad Emergency, ad Amnesty International e a Medici Senza Frontiere.

 

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