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Riflessioni Filosofiche   a cura di Carlo Vespa   Indice

 

Kierkegaard e il silenzio di Abramo

di Massimo Fontana - Giugno 2017

 

Di quanto sia spericolato rischiare a certe altezze te ne puoi dimenticare quando ci sei, non quando siedi sconsolato a chiederti se mai potrai salire di un metro.
Elevazione è tensione verso la grandezza e cammino indispensabile all’umano, comprese le cadute, ché ti rialzi per riprendere se sai dove andare e se non lo sai brancoli e prima o poi ti lasci cadere. L’abbandono al suolo, al terriccio, segna la direzione opposta ed è fatto che coinvolge un’intera cultura, pure declinante, con i più deboli ad accorciare i tempi.
Con la forza della sua scrittura, alla fonte dell’esistenzialismo europeo, Kierkegaard mette in guardia sull’idealismo Hegeliano, che intende l’uomo pressappoco come animale, lasciando che anche per gli esseri umani il genere fagociti l’individuo.
Dal formicaio cosmico di Hegel non fuoriescono istanze, sentimenti e sogni se non quelli dello stesso creatore, la grande H che spodesta il tetragramma.
La scala a un piolo segna l’ultimo passaggio e porta in un mondo popolato da creature compiute, senza contraddizioni, completamente razionali nel senso della razionalità del demiurgo.
In H l’uomo non è come animale, bensì meno. Spettro efficiente, concezione di una mente che desidera porre di fronte a sé un meccanismo oliato dal proprio pensiero. Il genere, liberato dall’incombenza spirituale dell’individuo, è meccanismo totale, ronzio discreto di sottofondo.
L’umano continua invece a prevedere che il singolo sia distinguibile e che l’individualità non anneghi nell’indifferenza di genere.
Nel suo Timore e tremore Kierkegaard osserva come coerentemente Hegel consideri la determinazione dell’essere umano, come individuo di fronte al generale, una manifestazione malefica. Il male dell’uomo che riafferma la propria individualità di fronte all’etica, al meccanismo generale entro al quale invece dovrebbe perdersi, sacrificando se stesso.
Il movimento con il quale l’individuo supera il generale non ha invece più a che fare con l’etica. Quest’azione paradossale supera il dominio della razionalità, scavalca l’etica e ricade nel regno della fede. E se c’è un paradosso che per eccellenza sfugge alla mediazione della ragione, è quello della vicenda biblica di Abramo e del figlio Isacco.
Genesi 22, 1-18. Sembra di sentire i passi di Abramo e più leggeri del figlio Isacco, tra sabbia e piccole pietre frantumate sotto i sandali del vecchio padre, che procede con gli occhi bassi, lanciando ogni tanto occhiate verso l’alto.
Pochi arsi cespugli. Il cielo tra il grigio e il ceruleo, stabilmente indeciso.
Abramo è solo e la presenza sperduta di Isacco non può che farlo sentire più solo.
Si era alzato di buon mattino e aveva salutato la moglie Sara per dirigersi verso la montagna di Moriah, per compiere il sacrificio che Dio gli aveva chiesto, quello del figlio.
Come possiamo davvero giustificare Abramo in ciò che fa? Come può un padre accettare di sacrificare il proprio e unico figlio?
Kierkegaard affronta senza infingimenti questo mistero, consapevole di come abbassare la vicenda di Abramo alle logiche dell’etica condivisa significhi considerarlo un malfattore, anziché un patriarca biblico. Sì, perché la questione posta dalla vicenda di Abramo può formularsi attraverso una domanda precisa: Abramo è un assassino?
Se lo giudichiamo appellandoci alle nozioni etiche condivise dobbiamo considerarlo tale. Se non lo facciamo, dobbiamo necessariamente giustificare il nostro giudizio e comprendere quanto questo abbia a che fare con qualcosa che solo pochi possono afferrare.
Se Abramo dubitasse, se fosse tentato di riposizionarsi nei confronti dell’etica condivisa mettendo in dubbio il sacrificio di Isacco, allora ricadrebbe nel pantano del dubbio religioso.
Il dubbio religioso pone l’uomo a metà strada tra l’assoluto e l’etica, che è messa in dubbio, ma con la quale evidentemente ancora ci si confronta. Si tratta di un’oscillazione terribile e che immobilizza, ma non è il caso di Abramo, che fa ciò che gli è stato chiesto, non potendo far cadere la parola di Dio nel generale.
Il cavaliere della fede, come lo definisce Kierkegaard, inizia la sua impresa consapevole di compiere un’azione paradossale e incomprensibile ai più, ma sapendo che il risultato potrà riscattarlo agli occhi di tutti. E però egli ha tutto fuorché garanzie rispetto all’esito e se dovesse iniziare la sua azione unicamente per la tranquillità che gli ispira la certezza del risultato, non inizierebbe affatto.
Anche il cristianesimo inteso nella sua dimensione codificata impone delle regole da rispettare e sono anch’esse il generale, come quando c’invita ad amare il nostro prossimo e nel farlo poi non stabiliamo una relazione con Dio, ma ci limitiamo a riconoscere una norma etica che attorno a noi tutti, più o meno consapevolmente, riconoscono.
Nella relazione con l’assoluto che ognuno può stabilire entra in gioco l’incomprensibile, l’ulteriore e avviene il rovesciamento nell’assurdo, nell’apparentemente insensato.
L’individuo determina il suo rapporto con il generale mediante il suo rapporto dinamico con l’assoluto, nel ritorno; non il suo rapporto con l’assoluto attraverso il suo legame statico con il generale. In questo nuovo senso, amare il prossimo è un’azione che accoglie nuovi significati.
Il cavaliere della fede accetta la rassegnazione infinita e nello svuotamento della propria volontà diviene se stesso riconquistando ciò che ha perso. Così Abramo può riavere Isacco e se stesso.
“Eccomi!”, aveva risposto.
Non così l’eroe tragico, che rinuncia a sé per esprimere il generale. L’etica sostiene la tragedia classica greca che vi si riferisce esplicitamente, non chiedendo altro. Il cavaliere della fede conosce l’etica, la segue e sa che in alcuni momenti deve lasciarsela alle spalle, rinunciando a ogni possibile catarsi.
La vocazione, la chiamata esistenziale fa esplodere tutte le contraddizioni della fitta rete di abitudini consolidate che noi chiamiamo etica, il generale al quale è giustificato inchinarsi ogni giorno, sino a che tutto viene messo tra parentesi e superato nella dimensione assoluta di un rapporto che si rinnova in Dio e che non accetta, non può accettare di mortificare la propria natura generatrice.
Se ignorassimo la sconveniente verità del mistero che si apre, non saremmo più giustificati nell’usare il termine fede, che non può ridursi al fattore necessario e non sufficiente dell’etica.
Ognuno di noi è solo nel momento in cui deve decidere se sospendere il generale per l’assoluto. Il momento in cui siamo chiamati a compiere un’azione solitaria, difficilmente comprensibile ad altri, lo dobbiamo riconoscere senza l’aiuto di nessuno.
Altra cosa e disperata è la stasi di chi smarrisce se stesso nei meandri del torpore generale, dell’insufficiente indispensabile. Chi rimane a casa non comprende la vicenda di Abramo ma ne avverte intimamente l’eccezione, il pericolo. Chi rimane è immolato senza saperlo sull’altare della storia, del generale, senza poter opporre resistenza. Un sacrificio inesorabile, perfetto.
Eppure il codice risaputo può diventare manganello di buone intenzioni cavillose, tabula rasa epurata in espressioni che hanno smesso di significare almeno il contrario di quello che in origine indicavano, per il vuoto sopraggiunto e subito riempito dalla tracotante oratoria dei difensori del già scritto, che si apprestano a riportare con i piedi per terra (che tradotto è sotterrare, in pasto ai vermi dell’invidia sociale).
E dunque, a maggior ragione, nemmeno nel suo ritorno Abramo può essere compreso. La pienezza della sua esperienza non bisogna di parole, come non bisognavano prima per dire del compito terribile.
Intanto il cielo non indugia più nei colori. Il tacere di Abramo è tempo celeste, sapienza che è sempre equilibrio nell’amministrazione della parola, mentre tutt’attorno è babele d’incontinenza verbosa. Silenzio è condizione esistenziale in alcuni momenti, di chi sa di non poter rendere conto e di non doversene dispiacere.
Se le parole sono tutto ciò che abbiamo, non sono però tutto. Il comprenderlo è ciò che fa viva la differenza tra un affabulatore e un uomo, pure se non possiamo includere chi tace per il poco che ha da pensare.
A chi è data facoltà di parola e pensiero spetta l'autorità di sospendere tutto questo. Solo quest'uomo può praticare questa singolare epochè. Abramo non può nascondendosi dietro un’astrazione, deve tacere, il suo compito è confidare in Dio.
Ascesi è pratica spirituale, distacco dal mondo e ritorno inseguiti attraverso l’esercizio di una virtù temprata nella norma generale, ricerca della perfezione personale mai raggiunta e però indispensabile. È un esercizio vissuto guardando alle stelle e rischiando l’acquitrino e il fango, ma con un suo guadagno anche qui, ora. In altre parole, farsi muti è per il cielo ma le conseguenze sono anche in terra.
Il termine ascesi dal greco àskesis, che in origine vuol dire esercizio, l’esercizio dell’atleta attento e deciso a superare la prova. L’equilibrio te lo insegna l’acrobata, non il mediocre, il tiepido che vedendo passare la vita sceglie di girarsi dall’altra parte.

 

Massimo Fontana

 

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