Uccidere un uomo è la stessa cosa rispetto all'uccidere un animale?

Aperto da Morpheus, 09 Ottobre 2024, 15:48:51 PM

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Jacopus

CitazioneForse anche le altre specie vivono in questo stato?
Si. Almeno secondo una certa corrente neuroscientifica. È uno stato emotivo di base, necessario alla sopravvivenza, che si chiama stato affettivo della "ricerca". Nell'uomo ciò che cambia sono le molteplici possibilità date dalla cultura e dalla tecnologia. Per un animale lo stato della ricerca si limita alla ricerca di prede e nuovi habitat, di femmine o maschi per l'accoppiamento, ma non ha soldi, non può fare viaggi turistici né costruire templi o astronavi. 
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Homo sum, Humani nihil a me alienum puto.

Alexander

Citazione di: Jacopus il 06 Febbraio 2026, 18:39:36 PMSi. Almeno secondo una certa corrente neuroscientifica. È uno stato emotivo di base, necessario alla sopravvivenza, che si chiama stato affettivo della "ricerca". Nell'uomo ciò che cambia sono le molteplici possibilità date dalla cultura e dalla tecnologia. Per un animale lo stato della ricerca si limita alla ricerca di prede e nuovi habitat, di femmine o maschi per l'accoppiamento, ma non ha soldi, non può fare viaggi turistici né costruire templi o astronavi.
Tante ipotesi. Purtroppo non basta affermare una cosa perché sia vera. Bisogna pure dimostrarlo.
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Estack

Citazione di: Morpheus il 31 Gennaio 2026, 15:03:59 PM
In che senso gli animali non sono senzienti al 100%? E perché il fatto che li uccidiamo continuamente (come molti di loro ne uccidono continuamente altri o addirittura noi) li renderebbe automaticamente "inferiori" a noi (escluso nella catena alimentare)?

L'animale non ha la nostra stessa intelligenza, un gatto per esempio ha il cervello di un bambino.Poi che vadano esclusi dalla catena alimentare sono d'accordo in parte,andrebbe eliminata ogni sofferenza.
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eros0

Vedo che questa discussione è aperta da anni, però mi pare che nella discussione si stiano alternando soprattutto opinioni personali, reazioni emotive e qualche cenno a biologia e neuroscienze.
Tutto interessante da leggere ma mi sa che si è perso il focuso della filosofia (visto è la tematica).

In filosofia la questione non è "come ci sentiamo" o "cosa succede in natura", ma quale criterio giustifica una differenza morale tra uomo e animale.

Se la domanda è: "Uccidere un uomo è la stessa cosa che uccidere un animale?", la filosofia non risponde con "a me sembra", ma con un principio.

Provo a dire (nella mia infinita piccolezza) cosa direbbero alcuni filosofi maggiori.
Attenzione I: l'opinione filosofica e l'azione reale sono due cose estremamente diverse.
Attenzione II: per molti filosofi il corpo (cioè la cosa che si ammazza) non è che abbia sto grande valore.
Attenzione III: quello che scrivo non esprime la mia opinione personale che penso non freghi a nessuno.

  • Aristotele: per lui non sarebbe la stessa cosa, perché l'uomo è un animale razionale, dotato di logos. Lui si basa su una differenza ontologica (dell'oggetto in sé), non emotiva.
  • Cartesio: ancora più netto. Solo l'uomo è res cogitans (il latino gli piaceva. Significa sostanza/cosa pensante); l'animale è una macchina. Sopprimere una sostanza pensante non equivale a rompere un meccanismo biologico.
  • Locke: l'uomo e la persona non sono la stessa cosa (qui si aprirebbe un dibattito etico). Se l'uomo è una persona, cioè un essere dotato di coscienza riflessiva e continuità della memoria, allora non è la stessa cosa: uccidere una persona è gravissimo. Altrimenti, se non c'è persona, cambia lo status morale dell'atto. Il criterio non è biologico e non è legato alla specie, ma alla persona. (Per lui, in linea di principio, anche un animale potrebbe essere una persona...)
  • Hume: lui usa sentimento morale e simpatia. La differenza dipende dall'impatto affettivo e sociale. Quindi la differenza non è ontologica ma dipende dall'intensità del sentimento morale e dall'impatto sociale dell'azione, indipendentemente che esso sia un animale o un uomo.
  • Kant: l'uomo è fine in sé perché legislatore morale autonomo. L'animale non è soggetto della legge morale. Kant è netto: uccidere un uomo è moralmente gravissimo, un animale no.
  • Fichte: lui penserebbe che non sia la stessa cosa, perché per Fichte l'uomo, in quanto "Io libero", è un centro di autodeterminazione morale. Eliminare un "Io libero" significa sopprimere un principio assoluto di libertà. Un animale, non essendo Io autocosciente e legislatore morale, non possiede questo valore assoluto.

Questo è un giochino e non dobbiamo scegliere il nostro preferito come fosse una squadra di calcio.
Il punto è che tutti ragionano per criteri: razionalità, coscienza, libertà, sentimento.

Se non esplicitiamo il criterio, restiamo nel livello di:
"Secondo me gli animali dovrebbero avere gli stessi diritti dell'uomo."

Legittimo, ma è una opinione e non è filosofia.

La domanda delle domande è: su cosa vogliamo fondare il valore morale?
– razionalità?
– autocoscienza?
– capacità di soffrire?
– libertà?

È semplice dire cosa sentiamo, mentre è più difficile dire perché dovremmo sentirlo e la filosofia comincia nel secondo momento.
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Phil

Seguo il tuo spunto e faccio fare il lavoro filologico all'AI (senza ripetere gli autori che hai già citato):
- Pitagora e i suoi seguaci, credendo nella metempsicosi (reincarnazione delle anime anche negli animali), propugnavano il vegetarianismo e un rispetto quasi sacro per la vita animale, suggerendo una vicinanza morale maggiore
- Stoici (Seneca, Epitteto): tutti gli esseri viventi partecipano al Logos universale, ma la ragione è esclusiva dell'uomo. La virtù è legata alla ragione; gli animali non possono essere valutati moralmente nello stesso modo
- Teofrasto, enfatizzava affinità fisiche e psichiche, invocando pietà verso gli animali per la loro somiglianza vitale
- Tommaso d'Aquino: basandosi su Aristotele e sulla teologia cristiana, sosteneva che solo gli esseri umani, creati a immagine e somiglianza di Dio e dotati di anima immortale e razionale, avessero un valore intrinseco. Gli animali, sprovvisti di ragione e anima immortale, potevano essere usati dagli uomini per i loro fini, senza che la loro uccisione implicasse una colpa morale di pari livello a quella dell'uccisione di un uomo
- Michel de Montaigne è uno dei primi filosofi a mettere in discussione la superiorità umana rispetto agli animali. Nei suoi Essais, sostiene che gli animali possiedono capacità comunicative e affettive simili a quelle degli esseri umani. Montaigne critica il pregiudizio antropocentrico, paragonando la discriminazione verso gli animali a quella verso i popoli "selvaggi" durante le conquiste coloniali. La sua visione promuove un relativismo culturale che riconosce il valore intrinseco di ogni forma di vita
- Bentham: la capacità di soffrire è il criterio morale rilevante, non la ragione o la parola. La sua famosa frase è: "La domanda non è 'Possono ragionare?' né 'Possono parlare?', ma 'Possono soffrire?'". Questo aprì la porta a un'estensione della considerazione morale agli animali, basata sulla loro capacità di provare piacere e dolore, e quindi a una revisione della differenza morale nella loro morte
- Arthur Schopenhauer: gli animali condividono la volontà di vita con l'uomo; la compassione è base etica. La sofferenza è comune a tutti gli esseri senzienti, quindi merita considerazione morale
- John Stuart Mill; utilitarismo: massimizzare felicità e minimizzare sofferenza per tutti gli esseri capaci di esperienza. Gli interessi degli animali entrano nel calcolo utilitaristico
- Heidegger negava agli animali la vera "morte" come possibilità esistenziale, limitandoli a mera "cessazione di esistenza", riservando all'uomo il senso del proprio fine
- Peter Singer: uno dei più influenti, con il suo testo Animal Liberation (1975), ha applicato i principi utilitaristici di Bentham per denunciare lo "specismo" – la discriminazione basata sulla specie – come un pregiudizio arbitrario, simile a razzismo e sessismo. Singer sostiene che, se un animale è capace di soffrire, il suo dolore ha lo stesso peso morale del dolore umano. La distinzione tra la morte di un uomo e quella di un animale dovrebbe basarsi sulla complessità degli interessi (futuri, relazionali, di auto-consapevolezza) che vengono interrotti, non sulla mera appartenenza di specie. Laddove gli interessi in gioco sono simili (es. evitare il dolore), la considerazione morale dovrebbe essere uguale
- Tom Regan: con The Case for Animal Rights (1983), ha proposto un approccio deontologico, argomentando che almeno alcuni animali (mammiferi superiori, ad esempio) sono "soggetti-di-una-vita" (subjects-of-a-life). Ciò significa che hanno credenze, desideri, percezioni, memoria e un senso del proprio futuro, e in quanto tali, possiedono un valore intrinseco e hanno diritti morali, proprio come gli esseri umani. Essi non devono essere trattati come mere risorse; la loro morte, se ingiustificata, viola un loro diritto fondamentale
- Jeff McMahan: in The Ethics of Killing (2002) e lavori successivi, il male della morte dipende dal grado di capacità psicologiche (coscienza di sé nel tempo, progetti futuri, "prudential unity"). La morte è molto peggiore per un essere umano tipico adulto che per la maggior parte degli animali; ma è peggiore per un scimpanzé o un delfino che per un pesce o un topo. Rifiuta lo specismo puro: il valore dipende dalle capacità cognitive, non dalla specie
- Christine Korsgaard, parte da Kant ma arriva a conclusioni opposte: la capacità di valutare il proprio bene (valore riflessivo) dà dignità. Gli animali hanno un bene proprio (sono fini in sé), quindi hanno una forma di dignità non comparativa. La morte di un animale conta moralmente in sé, non solo per noi
- Jacques Derrida, decostruisce l'opposizione "L'Animale" vs "L'Uomo", mostrando come la categoria unica di "animale" mascheri pluralità e serva a giustificare violenza. Problematizza la pretesa superiorità morale umana e invita a ripensare responsabilità e vulnerabilità condivise
- Martha Nussbaum, attraverso l'approccio delle capacità (capabilities approach), estende la sua teoria della giustizia agli animali, sostenendo che una società giusta dovrebbe garantire agli animali la possibilità di sviluppare le loro capacità fondamentali (es. salute corporea, integrità fisica, capacità di giocare, di formare legami). La morte di un animale è una privazione di queste capacità e della vita che potrebbe esprimere, e dovrebbe essere trattata con serietà morale
- Corinne Pelluchon propone una "filosofia della vulnerabilità": la relazione con gli animali ci obbliga a riconoscere la nostra interdipendenza. La morte di un animale ci interroga sulla nostra responsabilità verso la vita in quanto tale, non solo verso la vita umana
- Alasdair Cochrane in "Animale Rights Theory" difende diritti legali per gli animali basati su capacità di soffrire e di avere interessi. Proposta di riforme legislative per riconoscere diritti animali
- Joaquin‑Antonio Baeza in "Moralità della morte animale" esplora quando la morte di un animale è moralmente significativa. Distinzione tra morte "triviale" e morte "significativa" per gli animali
- Ruth Chang: Decision theory applicata alle scelte di vita animale; discute la "valenza" delle esperienze animali. Valutazione comparativa di vite umane e animali
- Gary Francione è un sostenitore del veganismo etico e critica l'uso degli animali come proprietà. La sua posizione si basa sull'idea che gli animali hanno diritti fondamentali che devono essere rispettati, e che la società deve evolversi per riconoscere questi diritti, abbandonando pratiche di sfruttamento.
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eros0

Purtroppo l'AI è troppo sintetica e a volte si dimentica qualche pezzo (cos'hai usato Gemini? A me si è fissato col dirmi che sono stato nella tundra e non riesco a fargli capire che non ci sono mai stato ::) ).

leggendo però alcune risposte sono teologiche (metempsicosi, anima immortale), alcune antropologiche, alcune sono critiche culturali.
Però è interessante il punto di vista di Tom Regan (che non conoscevo) e che spinge l'idea di Locke verso la "personificazione degli animali" che già lui stesso non escludeve, seppur non ne avesse parlato esplicitamente.
Non è proprio quella di Locke, ma gli è "vicina" nel rifiutare il criterio della specie.


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iano

Citazione di: eros0 il 20 Febbraio 2026, 15:00:18 PMIn filosofia la questione non è "come ci sentiamo" o "cosa succede in natura", ma quale criterio giustifica una differenza morale tra uomo e animale.

Se la domanda è: "Uccidere un uomo è la stessa cosa che uccidere un animale?", la filosofia non risponde con "a me sembra", ma con un principio.
Ciao, e benvenuto. :)
Se ci poniamo al di la di ''come sentiamo'' e di ''cosa succede in natura'', restando in ambito filosofico, come ci solleciti a fare, non ci resta che applicare quella sua parte detta logica, secondo la quale uccidere un uomo è la stessa cosa che uccidere un animale, se uomo e animale sono la stessa cosa.
Sempre usando la logica si può dimostrare che non sono la stessa cosa, partendo dalla considerazione  che due esseri viventi non sono uguali, da cui discende che non lo siano neanche fra loro gruppi di essi.
Notando che uomini e animali sono due gruppi di esseri viventi, una eventuale giustificazione del fatto che quelli di un gruppo uccidano quelli dell'altro gruppo, discende dal fatto che sia giustificato che un essere vivente ne uccida un altro.
Ora, se includiamo ciò che inizialmente avevamo escluso, ''ciò che succede in natura'', ciò che constatiamo è che gli esseri viventi si uccidono fra di loro.
Se una giustificazione a questo comportamento vogliamo trovare, la dobbiamo cercare a questo livello.
Perchè, se a questo livello c'è una giustificazione, questa passa logicamente , ai gruppi di esseri viventi che si uccidono fra loro.
Se invece una giustificazione non c'è a livello di esseri viventi, e invece ci fosse a livello di gruppi di esseri viventi,  allora essa sarebbe da ricercare proprio in questo raggrupparli.
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Lo stesso uomo non può bagnarsi due volte nello stesso fiume.

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