Piccola proposta di una nuova teologia

Aperto da Luther Blissett, 24 Ottobre 2025, 02:00:00 AM

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Luther Blissett

#120
Per tentare di spiegare meglio cosa potrebbe significare riuscire a utilizzare almeno uno dei quattro modi possibili di sabotare l'amnesia che ci separa da Lui, credo che convenga compiere la "mossa del cavallo", cioè spostare di sghembo il bersaglio, per arrivare alla fine comunque a fare scacco. 
Nel post precedente ho fatto intendere che uno psicoterapeuta che volesse adottare sperimentalmente l'idea teolistica ( O:-) Eru, mi è venuta così e mi piace di più)...
Meglio che ricomincio da capo :)
Nel post precedente sostenevo che un terapeuta che adottasse un approccio teolistico su un suo paziente per ottenere un contatto con il nostro Dio minore, a mio parere correrebbe un alto rischio di "creare" lui stesso un fantoccio del Dio minore, poiché sono comunque troppo alte le aspettative emozionali sia del terapeuta che del suo paziente.
Dobbiamo poi sempre tenere presente che il nostro bersaglio n°1, il nostro Dio minore, "non collabora".  Lo abbiamo tratteggiato come un Dio in pena, infervorato nell'impersonarci, che completamente preso dal vivere a tutto tondo intensamente le nostre vite, sta pienamente immerso in noi,
e non dobbiamo attenderci che ci aiuti a farSi beccare, dobbiamo sempre ricordarlo, che avevamo in un primo tempo intitolato la Sua teologia come teologia del Puer aeternus... Vive, vive, vive, stravive e non impara mai niente da tutti noi, rimarrà sempre un piccolo Dio PUERile.  Siamo noi il Pater, siamo noi Dio, per Lui, ricordiamolo.
E dunque ecco la "mossa del cavallo": dobbiamo cambiare il bersaglio, e spostarlo dal nostro Dio minore verso dove?
Torniamo un momento ad una delle basi  della teolistica: il nostro Dio, grazie al potere concessoGli da Esso, si clona sdoppiandoSi in infinite personalità secondarie (per dirla con Eru, in "infiniti Cristo").  E poi Lui vive di conserva dentro tutti noi facendoSi tutto quanto il nostro percorso vitale fino a goderSi il nostro finale exitus. Ebbene, noi dobbiamo semplicemente farci un pochino furbetti, e smetterla di mirare direttamente a Lui, e dobbiamo fare la classica mossa del cavallo, che ci porterà in ogni caso a farGli scacco 8)
Vediamo come e perché.
Noi non dobbiamo cercare Dio dentro-di-noi.
Noi non dobbiamo cercare il contatto diretto dentro-di-noi con questo Gesù che rimarrà sempre Bambino.
Noi, invece, dobbiamo cercare contatto diretto, dentro-di-noi, con una qualunque altra delle miliardi di personalità secondarie in cui Lui Si è sfrangiato!
E dato che dentro a tutte le personalità secondarie dell'umanità ci ritroveremmo sempre e soltanto Lui, basterà ritrovare dentro-di-noi chiunque altro di noi umani, e potremo dirci che l'abbiamo finalmente beccato!   Per Lui siamo tutti intercambiabili, e Lui è in tutti noi, quindi entrare in contatto profondo dentro-di-noi con chiunque altro equivale a incontrare Lui, e dimostra che abbiamo afferrato il meccanismo.
Era questo ciò che stavo tentando di fare col ciclo di quelle tre rêveries, trasognato in vesti di samurai proiettato nel '600 nipponico. Avendo assunto un particolare stato di coscienza non ordinario, avevo fantasticato di riuscire a "incorporarne uno", dei samurai.  Il fatto di essermi "visto" infervorato a sentirmi anch'io un samurai, e il fatto che addirittura mi era sembrato di star parlando giapponese (mentre in realtà non conosco quella lingua) mi aveva fatto sperare di aver fatto bingo, ma soprattutto perché avevo predisposto un registratore dentro alla stanza dove stavo compiendo l'esperimento, ho potuto poi constatare come il mio presunto giapponese fosse soltanto una risibile filastrocca nipponeggiante. E comunque nel primo tentativo mi era parso di star lì lì per riuscire,  e poi mannaggia sono emersi i timori di  combinare qualche pasticcio e ho preferito far prevalere la prudenza.
Ma ritengo di trovarmi su un percorso che rimane promettente.
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Eʀυ

Citazione di: Luther Blissett il 09 Dicembre 2025, 08:35:32 AMInsomma, detto in altri termini, è mia convinzione che il ricercare tracce autentiche di Dio dentro di noi con qualche metodo psicoterapeutico si presti a questo rischio.
Comprendo il rischio. La memoria, più che un archivio ordinato, somiglia a un romanzo che si riscrive a ogni rilettura. Basterebbe una sola domanda ambigua perché l'animo umano ricami dettagli mai esistiti come fossero ricordi.

Nel quadro di una teo-agonia, ove la creazione immemore sorge quale risposta Sua risposta alla sofferenza inflittaGli dal Caso, sarebbe utile, per te, parlare di barriera amnestica con la specificazione "da stress traumatico"?
Intendo dire questo:
Dio risponde, o meglio è costretto a rispondere, all'urto del trauma cosmico frammentandosi in molteplici Sé privi di memoria.
Il segno più profondo di tale dissociazione è l'amnesia dissociativa cosmica, cioè un'amnesia da trauma primordiale, per la quale noi alter non siamo in grado di ricordare alcuna informazione Personale sul Suo stato ferito; per la quale noi ignoriamo la sofferenza originaria che ha prodotto la nostra perpetua moltiplicazione.
Questa amnesia, tuttavia, non è accidente né semplice mancanza: è un baluardo di protezione, l'escamotage con cui il Sistema ha difeso se stesso, permettendo agli alter di sopravvivere al peso insostenibile della propria lacerazione.
Poiché la barriera amnestica vela completamente il trauma, l'alter non sa neppure di dover cercare aiuto; e forse non è necessario che conosca ciò che è accaduto. Basterebbe che il suo sistema nervoso imparasse, lentamente, a dismettere la postura di allerta che ha assunto come condizione abituale dell'esistenza, ritrovando così la possibilità di narrarsi senza soccombere all'urto dell'intensità emotiva.
Nella prospettiva che tento di esplorare, i Sé umani di Dio reagiscono come se il trauma stesse accadendo nell'istante stesso del loro vivere. Il corpo e la mente lo percepiscono come presente, benché ciò potrebbe non corrispondere affatto a un quadro clinico.
Ciò che vorrei esprimere è questo: parlare di amnesia teologica, cioè di oblio della divinità, implica che tale oblio sia strutturale, condizione primaria dell'essere umano, e ciò è vero; al contempo, parlare di amnesia teologica "traumatica" o "da stress traumatico", cioè di una dimenticanza che concerne tanto la divinità quanto la sua ferita, restituisce all'oblio una forse più decisiva possibilità di reattività, e dunque una qualità di temporaneità, quasi fosse un sintomo curabile.
Ciò non significa predire un ritorno imminente del ricordo, ma riconoscere che l'oblio umano è un sintomo/dispositivo attivo di difesa e non una pura condizione passiva. Proprio questa consapevolezza ci apre la soglia a un'idea di "guarigione", o di trasformazione dello stato interiore.
Ne consegue che il fine non è primariamente ricordare la divinità, bensì sanare la ferita. La sua risoluzione riporterebbe, come eco naturale, il riconoscimento dell'Identità. Guarire non come raggiungere una verità astratta, ma come distendere un organismo che ha vissuto troppo a lungo in tensione.
Resta non detto, in tutto ciò, che l'essere umano attraversa traumi e sofferenze che offuscano ulteriomente la consapevolezza della propria natura divina...

Non so quanto questa speculazione metaforica/teosofica sia davvero utile o coerente con il resto dei tuoi intenti.
Qualora non lo fosse, trattala pure come un mio divagare  :)

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Eʀυ

Citazione di: Luther Blissett il 09 Dicembre 2025, 16:10:26 PMl'idea teolistica ( O:-) Eru, mi è venuta così e mi piace di più)
È anche meglio!  ;)


"Noi non dobbiamo cercare Dio dentro-di-noi. Noi non dobbiamo cercare il contatto diretto dentro-di-noi con questo Gesù che rimarrà sempre Bambino. Noi, invece, dobbiamo cercare contatto diretto, dentro-di-noi, con una qualunque altra delle miliardi di personalità secondarie in cui Lui Si è sfrangiato!"

Affascinante, sono colpita.
In effetti, credo che se ci limitassimo a cercare Dio dentro-di-noi, forse prevarrebbe l'istinto umano a immaginarlo come un'essenza integra. La mente tende per sua natura a costruire un centro puro, un nucleo adamantino nascosto nella profondità dell'anima.
Eppure, se la divinità non è affatto un "intero" da riportare alla luce, ma una molteplicità infranta, allora tale ricerca si rivolgerebbe verso qualcosa che non esiste nel tempo della nostra esistenza.
Una divinità franta non può essere incontrata come totalità, si offre soltanto nelle sue schegge.
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Luther Blissett

Citazione di: Eʀυ il 09 Dicembre 2025, 21:01:32 PMNon so quanto questa speculazione metaforica/teosofica sia davvero utile o coerente con il resto dei tuoi intenti.
Qualora non lo fosse, trattala pure come un mio divagare  :)
Sono veramente contento che anche i lettori di questo forum possano apprezzare, finalmente anche loro, la tua profondità di pensiero, e la tua  sensibilità. Il tuo divagare risulta sempre essenziale: ricorda che ti ho già una volta dichiarato che senza di te questa teoria si sarebbe presto arenata, e già una volta  ti ho detto di avertela virtualmente affidata nel caso di un mio dileguarmi. La mia teoria è ormai la nostra teoria. So che tutto quanto detto con te è in buone mani.  In particolare, con questo tuo post tu stai già trasmutando la teolistica (o il teolismo, scegli tu) anche in una proposta di nuova psicoterapia. 
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Eʀυ

#124
Citazione di: Luther Blissett il 09 Dicembre 2025, 22:56:26 PMSono veramente contento che anche i lettori di questo forum possano apprezzare, finalmente anche loro, la tua profondità di pensiero, e la tua  sensibilità. Il tuo divagare risulta sempre essenziale: ricorda che ti ho già una volta dichiarato che senza di te questa teoria si sarebbe presto arenata, e già una volta  ti ho detto di avertela virtualmente affidata nel caso di un mio dileguarmi. La mia teoria è ormai la nostra teoria. So che tutto quanto detto con te è in buone mani.  In particolare, con questo tuo post tu stai già trasmutando la teolistica (o il teolismo, scegli tu) anche in una proposta di nuova psicoterapia.
Tutto ciò, detto da una mente di sì rara finezza qual è la tua, va ben oltre il complimento. 
Io posso dire di esser stata contenta sin da febbraio, per aver avuto modo di confrontarmi con te su questa teoria.
Come ti scrissi in marzo, non v'è dubbio che ne farò tesoro prezioso, così come di ogni nostro scambio.
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Luther Blissett

Vi propongo la visione di questo telefilm risalente al 1986, della serie "Ai confini della realtà" (Twilight Zone"),  intitolato "The toys of Caliban".  Purtroppo sembra non più reperibile in italiano. Lo linko qui in due versioni entrambe in inglese, la prima senza sottotitoli, e la seconda sottotitolata in spagnolo (però con vari difetti audio ed interruzioni) .
A suo tempo questo telefilm mi rimase impresso perché disturbante.
L'ho postato nell'ambito di questa discussione, perché credo sia stato  un remoto spunto suggestivo di una possibile  teologia del Puer aeternus.   
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Luther Blissett

#126
Finora, in questa discussione, ci siamo tenuti un po' legati al lessico della psicopatologia, in particolare ancorandoci al caso clinico Billy Milligan, sfortunato paziente cui fu diagnosticato un disturbo  dissociativo dell'identità  che molto ha contribuito a ispirare questa nuova teologia di cui si sta qui dentro discutendo, teologia che risponde al corrente nome di teolistica (o teolismo).
In questo post, ,stavolta,  citeremo non un ennesimo caso clinico bensì un caso singolare di eteronimia.
Ora qui si evocherà il nome (o dovremmo dire meglio i nomi) di un vero precursore teorico del teolismo, poeta ad un tempo multiplo e singolare:
Fernando Pessoa.
Qui appresso si legga questa sua poesia, in cui lui si confeziona da sé la sua autopsicografia:
"Il poeta è un fingitore.
Finge così completamente
che arriva a fingere che è dolore
il dolore che davvero sente.
E quanti leggono ciò che scrive,
nel dolore letto sentono proprio
non i due che egli ha provato,
ma solo quello che essi non hanno.
E così sui binari in tondo
Gira, illudendo la ragione,
questo trenino a molla
che si chiama cuore."
Ecco poi alcuni link per fingere che stia scrivendo qui dentro  anche lui assieme a noi:
https://www.google.com/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=&cad=rja&uact=8&ved=2ahUKEwjY5tS0o9mRAxVz8LsIHST3HM4QFnoECBwQAQ&url=https%3A%2F%2Funora.unior.it%2Fretrieve%2Fdfd1bedd-27d4-d55a-e053-3705fe0af723%2FLa%2520divina%2520irrealta%25CC%2580%2520delle%2520cose.pdf&usg=AOvVaw0MNib98mlQhhwqyjYHV7KQ&opi=89978449
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Luther Blissett

Nomen omen, ovvero "il nome è presagio", dicevano gli antichi romani. Ce lo ha fatto notare anche la giornalista Maria Luisa Agnese,  nella bella pagina che sul settimanale "Sette" ha dedicato a Pessoa, dove ci ha ricordato il particolare davvero bizzarro che riguardava proprio il cognome del poeta di <una sola moltitudine> : "pessoa" in portoghese significa "persona"!
Ed ecco una frase che sembra espiantata sgocciolante crudamente dal cuore del grande scrittore portoghese, frase che è tutta un programma, pregna com'è di solipsismo:
"Una delle mie preoccupazioni costanti è capire come mai esista altra gente, è capire come è che esistano anime che non sono la mia anima, coscienze estranee alla mia coscienza, la quale, proprio perché è coscienza, mi sembra l'unica possibile."
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Luther Blissett

#129
Riporto una pagina tratta dal libro di Piergiorgio Odifreddi "il Vangelo secondo la scienza":

"Wigner ha espresso in maniera particolarmente memorabile la realtà dei concetti matematici, parlando di una loro irragionevole efficacia nelle applicazioni scientifiche. Solo una minima parte dei fenomeni naturali si può infatti descrivere matematicamente, e solo in condizioni estremamente speciali. È dunque incredibile che, quando una descrizione è comunque possibile, lo sia non in maniera soltanto approssimata, bensì con un grado di accuratezza spropositato.

In ogni caso, è sorprendente e paradossale che secoli di studio scientifico del mondo esterno siano giunti infine alla conclusione che la vera realtà è la coscienza, in accordo con le teorie idealistiche più estreme.

Almeno in un caso significativo, l'accordo è esplicitamente ricollegato alla visione induista del mondo. Nel 1944, nell'appendice al suo influente libro Che cos'è la vita?, che stimolò fra l'altro il lavoro di Watson e Crick sulla struttura del Dna, Schrödinger enunciava infatti due premesse, che considerava inoppugnabili, e una conclusione, che presentava come ineluttabile.

La prima premessa asseriva che il funzionamento del corpo è puramente meccanico e descrivibile mediante le leggi della natura; in particolare, senza che l'indeterminazione quantistica abbia un ruolo biologico rilevante. La seconda premessa notava che l'esperienza diretta ci mostra che noi possiamo dirigere le attività corporali macroscopiche, prevedendone gli effetti. La conclusione era che, allora, la coscienza è in grado di
controllare la materia, in accordo con le leggi della natura.

Schrödinger aggiungeva poi due osservazioni sperimentali. Da un lato, che la coscienza soggettiva viene sempre sperimentata singolarmente e indivisibilmente. Dall'altro lato, che le varie coscienze individuali producono un'unica immagine del mondo. E da questi fatti deduceva:

---à-La sola possibilità è di accettare l'esperienza immediata che la coscienza è un singolare di cui non si conosce plurale; che esiste una sola cosa, e che ciò che sembra una pluralità non è altro che una serie di aspetti differenti della stessa cosa, prodotta da un'illusione (il maya indiano); la stessa illusione è prodotta da una galleria di specchi, e allo stesso modo Gaurisankar e il monte Everest risultarono essere la stessa vetta vista da differenti vallate.

Le conclusioni di Schrödinger sono certo sorprendenti, per la mentalità occidentale contemporanea. Ma egli notava esplicitamente che, come noi ormai sappiamo, a esse erano invece già giunti gli induisti a partire dalle Upanishad, esprimendole attraverso la coincidenza dell'atman soggettivo e personale e del brahman oggettivo e onnicomprensivo, e nel motto aham brahma asmi, «io sono brahman». Altrettanto avevano fatto i mistici medioevali, attraverso esperienze che avevano similmente descritto con l'espressione deus factus
sum, «sono divenuto Dio».

Schrödinger ripetè argomentazioni e conclusioni simili in altri suoi libri, da Mente e materia, del 1958, a ha mia visione del mondo, del 1961, dichiarando apertamente in essi la sua adesione al Vedanta e mostrando di
avere ben compreso le implicazioni teologiche della nuova fisica che aveva contribuito a fondare."

Dalla pagina enucleo questa parte:
---à-La sola possibilità è di accettare l'esperienza immediata che la coscienza è un singolare di cui non si conosce plurale; che esiste una sola cosa, e che ciò che sembra una pluralità non è altro che una serie di aspetti differenti della stessa cosa, prodotta da un'illusione (il maya indiano); la stessa illusione è prodotta da una galleria di specchi, e allo stesso modo Gaurisankar e il monte Everest risultarono essere la stessa vetta vista da differenti vallate.

Una conclusione sensata verso la quale potrebbe condurre questa parte enucleata quale potrebbe essere, secondo voi?
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Phil

Più che la conclusione parlerei delle premesse: Gaurisankar e Everest sono la stessa vetta se viste da differenti vallate, ma suppongo che da altre vallate risultino essere due vette differenti; andando quindi più "a monte": chi identifica Gaurisankar e Everest, distinguendoli o confondendoli, a seconda di dove si pone ad osservare?
Possiamo pensare di non distinguerli o di distinguerli, ma possiamo non distinguerci da ciò che non siamo? Una goccia che colpisce l'Everest è per me un'esperienza differente da una goccia che colpisce me? La morte di una formica è diversa dalla mia?
L'"esistere di una sola cosa" inciampa su chi pronuncia questa stessa frase; per rimuovere l'inciampo bisognerebbe rimuovere il pronunciante, o almeno annullarne la "pronuncia" al punto da renderlo consapevole della illusorietà e della "vacuità" (sunyata) del suo dire (e del suo pensare, del suo esistere, etc.).
Questa "illudente vacuità" può essere riempita di scienza, di esattezza matematica, di riscontri empirici, di "verità", proprio come è "vero" che l'Everest non è il Gaurisankar e io non sono una formica. Il soggetto pronunciante e pensante non è tutto il mondo (e ha esperienza diretta e sensoriale del suo essere altro-dal-mondo che lui stesso prospetta), ma ha tutto un suo mondo, in cui "oggettivamente" una cosa non vale l'altra, così come la sua vita non vale la sua morte.
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Alexander

No, non possiamo non distinguerci da ciò che non siamo, ma possiamo essere consapevoli che la distinzione è illusoria. Questo perché ogni distinzione non può essere che relativa alla coscienza e dipendente da cause e condizioni, mancando quindi di assolutezza .
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