Immaginazione

Aperto da doxa, 09 Gennaio 2026, 16:45:48 PM

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Sigmund Freud e l'immaginazione


 Sigmund Freud fotografato da Max Halberstadt  nel 1921 per il New York Times
immagine dall'archivio della rivista Life.  

Immaginazione: questo sostantivo allude alla capacità mentale di elaborare immagini virtuali.
 
 E' connessa al concetto di fantasia (= apparizione).
 
 L'immaginazione non è condizionata da regole né dai legami logici dell'esperienza sensoriale.
 

Permette di trasformare, sviluppare e anche deformare le immagini.

L'immaginazione è fondamentale per l'attività creativa e cognitiva, fa decollare pensieri e fa volare la mente, costruisce strategie per trasformare le ipotesi e le proiezioni in progetti. Essa motiva a sperimentare, a cercare alternative, costringe a fare le scelte, a porsi domande, senza escludere il dubbio, la contestazione, il confronto, il dialogo.

Sigmund Freud col suo libro "L'interpretazione dei sogni", introdusse il concetto che il mondo onirico potesse fornire le chiavi per aprire l'accesso agli strati profondi e nascosti della psiche.

Evidenziò l'importanza dell'immaginazione nella psicoanalisi e come essa possa influenzare il nostro modo di comprendere la realtà. Considerò l'immaginazione come una forza creatrice nel pensiero e nell'arte.

Scoprì nel sogno la strada principale per l'esplorazione dell'inconscio attraverso l'interpretazione simbolica.

I sogni si manifestano tramite immagini, perciò è necessario, secondo Freud, esplorare sistematicamente il suo linguaggio.

L'attività immaginativa che emerge non solo nei sogni ma anche nello stato di veglia (fantasticherie, immagini creative) è una esperienza normale, non patologica, interagisce con il reale.

C'è relazione tra immaginazione e azione; immaginare qualcosa è prepararsi ad essa; preparativo che poi tende a realizzarsi nell'agire.

L'attività immaginativa è indipendente dalla volontà, però si deve distinguere tra l'attività immaginativa che emerge nei sogni e quella da svegli.

Secondo Freud la mente umana è abitata da istanze diverse, spesso in conflitto. Da un lato c'è la realtà, con le sue leggi, i suoi vincoli, le sue resistenze; dall'altro c'è la fantasia, che rappresenta il luogo del desiderio, dell'immaginazione, della possibilità illimitata. La fantasia non ha bisogno di essere verificata: non deve sottostare al criterio di verità oggettiva che governa la scienza o la logica.

Freud interpreta la fantasia anche come una compensazione alle frustrazioni della vita reale. L'individuo, costretto a fare i conti con limiti esterni e interni, si rifugia nella fantasia per immaginare ciò che non può avere o vivere. Questa dinamica è evidente nei sogni a occhi aperti, nelle fantasie infantili, nei desideri.

Se queste fantasie fossero sottoposte a verifica, il loro potere si dissolverebbe. Un bambino che immagina di essere un cavaliere o un astronauta non deve "dimostrare" nulla: ciò che conta è l'esperienza interna, la possibilità di sperimentare un sé diverso, senza limiti. Anche l'adulto, quando sogna a occhi aperti una vita alternativa o una rivincita personale, trae beneficio dal fatto che nessuno può chiedergli di provare la realtà di quell'immagine.

Sigmund Freud, che ha sempre guardato con attenzione al mondo artistico e letterario, sapeva bene che la fantasia è alla base della creatività. Un romanzo, una tragedia, una poesia non devono "verificare" la verità empirica delle vicende narrate: la loro forza sta nella capacità di generare emozioni, identificazioni, riflessioni.
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Con l'immaginazione si può anche aspirare al potere: "immaginazione al potere" era lo slogan dei "sessantottini" (anno 1968).
 
 Fu lo scrittore francese Jean-Paul Sartre a coniare l'espressione, usandola in una intervista con Daniel Cohn-Bendit, giovane scrittore e politico protagonista del cosiddetto "maggio francese".
 
 "Ciò che è interessante della vostra azione è che mettete l'immaginazione al potere", commentava il filosofo alle affermazioni di Cohn-Bendit, che esaltava, il momento storico che stava vivendo.
 
 Il movimento studentesco aveva cominciato a demolire, senza progettare l'edificio che intendeva sostituire a quello vecchio. Proprio questo tipo di atteggiamento costituiva motivo di critica nell'opinione pubblica, mentre Cohn-Bendit sosteneva che proprio quel tipo di comportamento costituiva la forza del movimento, basato sulla spontaneità incontrollabile, perché l'immaginazione, essendo legata alle emozioni, al contrario del raziocinio è ingovernabile e incoercibile.
 
 Che cosa intendeva Jean Paul Sartre per immaginazione?
 
 L'aveva spiegato in anni precedenti in due suoi libri: "L'imagination" (1936) e "L'imaginaire" (1940).
 
 Successivamente, nel 1960, a Grenoble, fu pubblicato il volume: "Les Structures anthropologiques de l'imaginaire", dell'antropologo Gilbert Durand. In quel libro si approfondisce il concetto di immaginario, relegato per secoli dalla cultura occidentale al ruolo di dio minore, che aveva sminuito e devalorizzato l'attività immaginativa dell'individuo.
 
 Il movimento del '68 era collegato anche al filosofo Herbert Marcuse e alla sua critica della società industriale e del consumismo.
 Egli invitava i giovani a superare i limiti imposti dal sistema economico attraverso la liberazione del pensiero e della creatività, trasformando la realtà in un'esperienza più libera, aperta a nuove possibilità di vita e di azione.
 
 "Immaginazione al potere": questa frase evoca indipendenza, libero arbitrio, autonomia.
 
 Con la parola "potere" entrava in gioco l'idea di affermare la propria volontà. Via la tirannide del raziocinio, l'oppressione della tradizione. Erano presenti anche pensieri più pericolosi, come l'esercizio della forza, la coercizione, la manipolazione. Nel potere c'è sempre qualcuno che influenza un altro, oppure ne è influenzato.
 
 È passato più di mezzo secolo dal Sessantotto, ma quell'anno non indica solo l'anno 1968, comprende anche i mesi precedenti e quelli successivi, caratterizzati dalla formazione di nuovi movimenti di protesta, sia degli studenti, sia dei lavoratori e in generale dei giovani. Fu uno dei momenti di svolta più importanti nella storia del Novecento, che aprì una stagione complessa e travagliata di trasformazione della società, per molti versi di crisi, ma per altri versi di conquiste sociali, politiche e culturali.
 
 Nelle manifestazioni di quell'anno, il '68 l'espressione "L'immaginazione al potere", del filosofo Sartre, suggerita nell'articolo intervista comparso su "Le nouvel Observateur", il 28 maggio 1968, piacque ai manifestanti che la fecero propria, adottandola come slogan, perché evocativa della libertà, il nuovo. L'immaginazione si muoveva, insieme agli studenti e poi ai lavoratori, come un fiume in piena.
 
 L'immaginazione al potere è ancora di attualità?
 
 Herbert Marcuse espresse la sua critica al capitalismo industriale nel saggio: 
"L'uomo a una dimensione", pubblicato nel 1964. La "dimensione unica" evidenziata da Marcuse era quella consumistica promossa dal modello di società capitalistica occidentale.
 
 I ragionamenti del filosofo Marcuse diventarono la bandiera dei movimenti studenteschi del '68, che assunsero lo slogan "l'immaginazione al potere" come una sorta di "programma rivoluzionario".
 
 Il sociologo Luciano Gallino (1927 – 2015), professore emerito all'Università di Torino, dove insegnò sociologia, nella sua prefazione al libro di Marcuse scrisse: "...Una società dov'era cresciuta la soddisfazione per aver sconfitto il fascismo e la povertà si ritrovava così, attraverso i tratti che L'uomo a una dimensione sovrimponeva alla sua immagine, ad essere dipinta dai suoi giovani come un nuovo sistema oppressivo, tanto più efficace per la sua inedita capacità di inserire nella coscienza stessa dei suoi membri la convinzione di vivere in un regime di autentica libertà. [...]
 
 A farne le spese sono state certamente in primis le classi subalterne (il sotto-proletariato ed il proletariato urbano, la cultura contadina), poiché l'integrazione della classe lavoratrice nella civiltà industriale ha avuto come contropartita la necessità di lavorare e di consumare sempre di più, sottraendo il tempo libero versus quello comandato in fabbrica, ed anche l'umanità che viene annientata dallo spirito individualistico acquisito.
 
 Se la società della Francia del XVIII secolo – quella della Rivoluzione Francese per intenderci – distingueva la stratificazione sociale di quel tempo in nobiltà, clero e terzo stato (borghesia e in gran parte proletariato), il 'ventre molle' della borghesia contemporanea è ben lontano per sua natura da qualsiasi spirito rivoluzionario che sia in grado di minare alle fondamenta l'ordinamento costituito, se con quest'ultimo termine di borghesia intendiamo quella compagine intermedia che detiene la proprietà ed il controllo dei mezzi di produzione e distribuzione, industriali, commerciali, finanziari e financo intellettuali.
 
 Da un punto di vista politico la borghesia diventa classe quando agisce per organizzare gli interessi "rivoluzionando" l'assetto dello Stato per modellarlo sulla forma delle sue esigenze; comunque l'asservimento a logiche consumistiche con la conseguente creazione di un archetipo di nuovo "borghese benestante", ha in un certo senso oscurato l'esprit revolutionnaire, giacché quel modello di società conteneva in sé anche una promessa di felicità, e si sa un popolo felice e ben nutrito non si ribella e men che meno pensa a possibili svolte rivoluzionarie, che destituiscano chi è al potere per mettere i rappresentanti dei ceti vincitori".
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