La città distrutta e ricostruita sempre -non in eterno- Severino, gli zingari...

Aperto da PhyroSphera, 08 Febbraio 2026, 10:45:28 AM

Discussione precedente - Discussione successiva

PhyroSphera

Venni a contatto con la filosofia di Emanuele Severino quando ero da poco adolescente. Un universitario, che aveva simpatia per mia sorella (poi diventato professore di filosofia in una università) e si presentava spesso a casa mia munito di un'intera compagnia di amici, me ne parlò in mezzo alle sue terribili elucubrazioni sulla musica di J. S. Bach. Lo suonava un po', ma incredibilmente teso e come in magica riverenza. "Severino" con la statua di Parmenide non doveva essere tanto diverso: così giudicavo quando, dopo, ricevevo un complimento alla mia dignitosa esecuzione di un preludio dello stesso Bach.
Maggiorenne, diplomato al liceo classico - l'insegnante di filosofia mi aveva ritenuto terribilmente ozioso ma comprensivo quanto basta - durante un'estate ero in viaggio per l'Europa con un biglietto unico interrail e in compagnia di due più nemici che amici. A Parigi mi ero recato alla Sorbona dove avevo udito alcuni studenti meravigliarsi alla sintesi della filosofia del Prof. Severino. Girando la notte per i locali notturni della città con un gilet fatto di tante cravatte unite assieme, a chi mi trattava da gay io facevo capire in preghiera che i repressori della libera sessualità avrebbero fatto meglio a meditare l'autoimpiccagione, proprio con una cravatta sarebbe potuto andar bene. A seconda della faccia dell'importuno di fronte, ne indicavo una del mio gilet e gli chiedevo con lo sguardo chi lui desiderava morto, ricevendo esterrefatta immobilità e passando oltre. In una discoteca ebbero difficoltà a farmi entrare combinato così ma alla fine cedettero. Tra le persone dentro una ragazza bellissima che alla mia curiosità mi confermava di essere nobile. Non impossibile né illusionista, ma tremendamente inibita e ancora più curiosa del gioco con le cravatte, io era irritato dal fatto che lo comprendeva ma non lo voleva capire e continuava a cercare di sapere. Una nobile cattolica, che non sapeva pensare ai sacerdoti repressori e li cercava nel mio sguardo? E perché? Alla sua reiterata attrazione-inibizione, io reagii così, invitandola ad andare insieme alla toilette che se proprio non la voleva finire di eccitarmi e temermi gli avrei potuto proporre di lasciarle un po' della mia vita sui vestiti o se era timida sulle scarpe... All'università io davo agli studenti questo consiglio sulla filosofia di Severino: la potete considerare eternità venduta a buon mercato (se proprio non la volete finire di stravedere per la barba di Marx). Uno che guardava mi apostrofò incuriosito: 'della cravatta ne sappiamo più noi, che le abbiamo inventate'. Mi comunicava col volto che era terrorizzato da me, del mio sarcasmo, mi faceva capire che le cravatte sono tipiche dell'abbigliamento dei rabbini, e che oramai si sentiva tremendamente attratto dall'idea di smentire definitivamente un tale rivenditore di eternità. Trascorso tanto tempo, dando un'occhiata al libro La legna e la cenere apprendevo dell'incontro-scontro tra i due professori, Levinas e Severino, chissà quando avvenuto però. L'idea era semplice: la legna non diventa cenere, non esiste il diventar altro, alla legna succede la cenere... ma non c'era da dare torto all'ebreo francese quando rimproverava il collega rammentandogli non solo affermando una completa alterità rispetto alle cose del mondo. L'essere non s'annulla, certo, ma di qui a dire di eternità delle cose ce ne corre, pensavo deluso della deduzione volgare di un collega così.
A Ravello, durante la stagione dei concerti - ma per un periodo con la musica da camera c'erano eventi tutto l'anno - io incontrai proprio il Professor Severino, che voleva sapere da me come mai comunicassi tanto profondamente coi giapponesi senza capirne lingua e tanto diverso e 'ignorante'. Era quasi scioccante per me notare che il professore, stimatissimo e osannato anche in Francia, nutriva nei confronti della grecità le stesse fantasie torbide degli insegnanti di liceo arrabbiati perché non potevano far spogliare certi studenti e rimandarli così a settembre o bocciarli proprio se tanto 'belli in quel modo lì'. Venuto fuori il fattaccio, lui diceva che in fondo uno del mondo delle industrie di Brescia - per quanto filosofo - non aveva doveri nei confronti 'di quelli lì'. L'enigma io lo risolsi - come tante altre volte - notando che esisteva una musica ellenista giapponese e allora non si era tanto remoti per parte mia... il che veniva salutato da un "esperto della mente" come una confusione di parametri spaziotemporali. Cosa ne sapevo io della musica che si suonava nei centri culturali dell'ellenismo in Asia? Cosa c'entrano le isole giapponesi con l'Impero di Alessandro? Eppure l'espansione culturale dell'ellenismo era stata in luoghi più vasti e i retaggi mi erano chiari: una musica presente può sùbito evocare un mondo passato... Queste evocazioni facevano cadere il banditore dell'eternità in una profonda prostrazione. Lui si chiedeva insolentito fino all'inverosimile: 'allora sarei io l'ignorante?'.
Non avevo mancato di far innamorare alcuni ambienti fascistoidi e nazistoidi del pensiero del Prof.: non ci sono più gli spartani che gli stivali li portano sul serio in quel modo lì, che fanno vivere ai capi nazisti il sogno di un duello omerico, che strappano all'esercito tedesco occupante un armistizio senza condizioni, coi soldati elleni dietro le barriere già morti di fame, a volte l'elmo falso perché mancano pure i soldi. 'Come contiamo i morti, se non riusciamo a distinguere gli effetti dei morsi della fame da quelli dei buchi dei proiettili? Cosa stiamo facendo, a girare per le montagne del Peloponneso e in mezzo a gente così?' Al racconto che l'esercito di Hitler aveva dovuto abbandonare l'Ellade per dare manforte al resto delle truppe vessate dai cannoni di Stalin - anche a distanza - e che i greci gli avevano impedito un favorevole ricongiungimento attaccandoli mentre risalivano a Nord, gli intellettualoidi fascisti e nazisti reagivano innamorandosi delle interpretazioni equivoche che il Prof. Severino non mancava di reiterare nei suoi scritti alle prese con l'antico pensiero greco - fra il resto sognavano anche il fantasma di Badoglio al posto di quello di Mussolini.
Qualche tempo dopo, durante un viaggio, mi stava di fronte nientedimeno che il Prof. Alberoni e io non lo avevo riconosciuto ancora quando, mezzo moribondo per aver sopravvalutato la sociologia fisica assieme a delle terapie di troppo, mi chiedeva come avessi fatto a reggere in mezzo a tanti pericolosi o disastrosi dispetti, che lui capiva bene erano da una società sbagliata, non per un caso. Difatti attorno non me ne volevano combinare una buona. Io gli consigliai di svolgermi un còmpito: come può una società essere dominata dalla follia del nichilismo estremo ma sussistere ancora? Il sociologo si stupì della mia strategia: 'anziché prendere il buono rimasto, tu ti metti contro?', reputandomi un uomo già morto. Però del tema offertogli era entusiasta, nonostante a sentire il nome di un grande filosofo gli si era fatto il viso pallido. Nonostante tutto, l'obiezione che trovai mossa pubblicamente sulla stampa era formidabile. Severino non è mai riuscito a superare la questione postagli con la scienza sociologica: nessuna società, e quella occidentale non fa eccezione, sussiste in preda a un errore estremo su ciò che è e che non è. La società esiste nel riferirsi realmente alle cose del mondo.

Passò tanto tempo, anche da quando mi ero permesso di inviare messaggi allo stesso filosofo, di questo tenore: rimasto senza concludere? prova con questo o quell'altro argomento - e non mancavo di trovare riscontri. La mia motivazione era stata questa: ci sono indizi per ritenere che la neoinquisizione cattolica, soprattutto il suo lato oscuro e occulto, ha ostacolato lo scontro-incontro tra G. Bontadini, filosofo idealista ed esistenzialista, e l'antimetafisico Severino. Giunse notizia di morte 'del tutto normale' di quest'ultimo, nonostante lo avessi messo a parte, in compagnia di alcuni zingari, della leggenda de la grande città dell'ovest, sempre fiorente di metalli e commerci, sempre distrutta dai belligeranti ma ricostruita più potente di prima... fino a che non arrivarono quelli lì, simili a foche e spaventosi per i mercanti, a decretarne la fine, poiché si era esagerato col fare e disfare senza senso...
Ieri telefonavo in libreria, dopo essermi rammaricato che mancava nella mia biblioteca l'ultima grande pubblicazione del Professore di Brescia (Severino appunto). Davo titolo e il resto senza dire prima chi fossi, al mio nome e cognome il libraio alterava il tono in meravigliato e arrabbiato dacché era presuntuoso e insolente - forse perché in passato avevo esposto lamentele sullo stato dei libri che mi cominciavano a consegnare. Anche questo esemplare in condizioni uguali: segni di esser stato toccato da mani spalmate di crema, pagine e copertina rigida deboli, quasi in decomposizione, e spiacevoli al tatto. Forse superstizione, a chi studia o ha studiato teologia gli alterano la roba, forse casi sfortunati con faccia ambigua dietro la cassa... di fatto tra spiacevoli brividi alla pelle e detersioni di mani ed esposizioni all'umidità della pioggia io, dopo, leggevo qualcosa.
Alle giuste puntualizzazioni sul pensiero filosofico di E. Severino, da me già stilate:
1) alquanta indistinzione tra piano della natura e del soprannaturale: ciascuno vivendo incontra l'essere solo dopo il nulla, ma la follia del nichilismo va nettamente distinta da questo, non accettata fatalmente, non è la voglia matta che si fa bellissima, attraverso cui tutti passano;
2) abbandono al fenomeno studiato, che catalizza l'autore della filosofia, ne attrae e imprigiona la mente; la follia estrema non pensa le cose quali sono, attua una immagine falsa della filosofia greca, l'Occidente, il cristianesimo - sicché l'autore vive circondato da falsi simulacri e non li compara alle vere rappresentazioni del pensiero greco, occidentale, cristiano;
3) chiusura nell'orizzonte ontologico, senza dare sufficienti indicazioni di quello esistenziale, esistentivo, ove niente finisce perché tutto diviene, ovvero si sommano le cose ma trasformandosi pure;
4) linguaggio alienato, perché la parola della follia è fatta propria ma nella pervicace volontà di criticare tutto sulla base della visione del mondo ottenuta col linguaggio stesso,
a queste mie puntualizzazioni passate, io aggiungo questa osservazione, sulla base delle sbirciate di ieri al nuovo mesto acquisto (valeva la pena spendere tanti soldi??):
la 'volontà del destino', che l'autore E. Severino discopre accanto alla 'volontà del mortale', cos'è? Forse se un destino è tale lo si può cambiare volendo altro? Dunque se c'è una tale volontà, essa attesta l'esistenza di una libertà superiore alla necessità del destino, da Severino ribaltata inanemente anche se opportunamente in "destino della necessità". Il destino non si cambia, ma pensiero ed essere contengono anche altro dalla necessità ontologica.

...Io immaginavo, anticipandogli questa conclusione, che il vecchio professore anziché morire normalmente ringiovanisse un poco, quanto basta per vagare qualche altro anno in compagnia degli zingari, alla ricerca della "nobile città dei metalli" sul cui vero nome pare non si disputasse anche se si dubitava se fosse una soltanto: Tartesso... Tartessa? Forse restar vivi inaspettatamente procura ricordi in meno, o forse non si è più riconosciuti, la carta d'identità diventa una roba inutile... Però al telegiornale della RAI la notizia della morte era solenne. Chissà, qualcuno ha visto per le strade di Brescia (le rovine di Elea, quelle forse sono tutte recintate) un sosia anzianissimo del professore fare la caricatura della barba di Marx in cambio di qualche monetina?

P.S.
A me era venuto in mente persino che si trattasse di Severino Boezio redivivo, sconfitto tale e quale ma senza farsi ammazzare in un carcere per l'intento ostinato di esprimere assieme alla sapienza l'odio più ingiustificato e proprio nelle circostanze peggiori.


MAURO PASTORE
Condividi:

PhyroSphera

Il nome di Tartesso è rimasto - ad alcuni pare così - il secondo nome di Lisbona. La città attuale non è più la stessa andata distrutta (non interamente) dal terremoto del 1755. Con le distruzioni del terremoto sparirono importanti testimonianze storiche scritte, conservate nella città e riguardanti anche il Nuovo Mondo.

https://www.youtube.com/watch?v=O8EwkS-ywgs

Della eventuale o non eventuale pubblicità assieme al video indicato dal link, io non sono responsabile.


MAURO PASTORE
Condividi:

PhyroSphera

Avevo aggiunto una versione con una correzione (una parola ripetuta due volte senza motivo), che ora trovo senza la precedente originaria - non so se sia stata predatata dalla redazione del sito, ma soprattutto mancano i corsivi presenti nella prima. A me risulta che la riformattazione - senza i corsivi cioè - non è dipesa da me e dal mio terminale.
Sono dunque costretto a pubblicare terza versione, con la correzione e di nuovo coi corsivi (e anche un "era" sostituito con: 'ero'). Dato il valore letterario dello scritto, ma date anche le necessità di pronta leggibilità e di chiarezza, i corsivi sono necessari e non avevo detto a nessuno che si potevano togliere.


Venni a contatto con la filosofia di Emanuele Severino quando ero da poco adolescente. Un universitario, che aveva simpatia per mia sorella (poi diventato professore di filosofia in una università) e si presentava spesso a casa mia munito di un'intera compagnia di amici, me ne parlò in mezzo alle sue terribili elucubrazioni sulla musica di J. S. Bach. Lo suonava un po', ma incredibilmente teso e come in magica riverenza. "Severino" con la statua di Parmenide non doveva essere tanto diverso: così giudicavo quando, dopo, ricevevo un complimento alla mia dignitosa esecuzione di un preludio dello stesso Bach.
Maggiorenne, diplomato al liceo classico - l'insegnante di filosofia mi aveva ritenuto terribilmente ozioso ma comprensivo quanto basta - durante un'estate ero in viaggio per l'Europa con un biglietto unico interrail e in compagnia di due più nemici che amici. A Parigi mi ero recato alla Sorbona dove avevo udito alcuni studenti meravigliarsi alla sintesi della filosofia del Prof. Severino. Girando la notte per i locali notturni della città con un gilet fatto di tante cravatte unite assieme, a chi mi trattava da gay io facevo capire in preghiera che i repressori della libera sessualità avrebbero fatto meglio a meditare l'autoimpiccagione, proprio con una cravatta sarebbe potuto andar bene. A seconda della faccia dell'importuno di fronte, ne indicavo una del mio gilet e gli chiedevo con lo sguardo chi lui desiderava morto, ricevendo esterrefatta immobilità e passando oltre. In una discoteca ebbero difficoltà a farmi entrare combinato così ma alla fine cedettero. Tra le persone dentro una ragazza bellissima che alla mia curiosità mi confermava di essere nobile. Non impossibile né illusionista, ma tremendamente inibita e ancora più curiosa del gioco con le cravatte, io ero irritato dal fatto che lo comprendeva ma non lo voleva capire e continuava a cercare di sapere. Una nobile cattolica, che non sapeva pensare ai sacerdoti repressori e li cercava nel mio sguardo? E perché? Alla sua reiterata attrazione-inibizione, io reagii così, invitandola ad andare insieme alla toilette che se proprio non la voleva finire di eccitarmi e temermi gli avrei potuto proporre di lasciarle un po' della mia vita sui vestiti o se era timida sulle scarpe... All'università io davo agli studenti questo consiglio sulla filosofia di Severino: la potete considerare eternità venduta a buon mercato (se proprio non la volete finire di stravedere per la barba di Marx). Uno che guardava mi apostrofò incuriosito: 'della cravatta ne sappiamo più noi, che le abbiamo inventate'. Mi comunicava col volto che era terrorizzato da me, del mio sarcasmo, mi faceva capire che le cravatte sono tipiche dell'abbigliamento dei rabbini, e che oramai si sentiva tremendamente attratto dall'idea di smentire definitivamente un tale rivenditore di eternità. Trascorso tanto tempo, dando un'occhiata al libro La legna e la cenere apprendevo dell'incontro-scontro tra i due professori, Levinas e Severino, chissà quando avvenuto però. L'idea era semplice: la legna non diventa cenere, non esiste il diventar altro, alla legna succede la cenere... ma non c'era da dare torto all'ebreo francese quando rimproverava il collega rammentandogli non solo affermando una completa alterità rispetto alle cose del mondo. L'essere non s'annulla, certo, ma di qui a dire di eternità delle cose ce ne corre, pensavo deluso della deduzione volgare di un collega così.
A Ravello, durante la stagione dei concerti - ma per un periodo con la musica da camera c'erano eventi tutto l'anno - io incontrai proprio il Professor Severino, che voleva sapere da me come mai comunicassi tanto profondamente coi giapponesi senza capirne lingua e tanto diverso e 'ignorante'. Era quasi scioccante per me notare che il professore, stimatissimo e osannato anche in Francia, nutriva nei confronti della grecità le stesse fantasie torbide degli insegnanti di liceo arrabbiati perché non potevano far spogliare certi studenti e rimandarli così a settembre o bocciarli proprio se tanto 'belli in quel modo lì'. Venuto fuori il fattaccio, lui diceva che in fondo uno del mondo delle industrie di Brescia - per quanto filosofo - non aveva doveri nei confronti 'di quelli lì'. L'enigma io lo risolsi - come tante altre volte - notando che esisteva una musica ellenista giapponese e allora non si era tanto remoti per parte mia... il che veniva salutato da un "esperto della mente" come una confusione di parametri spaziotemporali. Cosa ne sapevo io della musica che si suonava nei centri culturali dell'ellenismo in Asia? Cosa c'entrano le isole giapponesi con l'Impero di Alessandro? Eppure l'espansione culturale dell'ellenismo era stata in luoghi più vasti e i retaggi mi erano chiari: una musica presente può sùbito evocare un mondo passato... Queste evocazioni facevano cadere il banditore dell'eternità in una profonda prostrazione. Lui si chiedeva insolentito fino all'inverosimile: 'allora sarei io l'ignorante?'.
Non avevo mancato di far innamorare alcuni ambienti fascistoidi e nazistoidi del pensiero del Prof.: non ci sono più gli spartani che gli stivali li portano sul serio in quel modo lì, che fanno vivere ai capi nazisti il sogno di un duello omerico, che strappano all'esercito tedesco occupante un armistizio senza condizioni, coi soldati elleni dietro le barriere già morti di fame, a volte l'elmo falso perché mancano pure i soldi. 'Come contiamo i morti, se non riusciamo a distinguere gli effetti dei morsi della fame da quelli dei buchi dei proiettili? Cosa stiamo facendo, a girare per le montagne del Peloponneso e in mezzo a gente così?' Al racconto che l'esercito di Hitler aveva dovuto abbandonare l'Ellade per dare manforte al resto delle truppe vessate dai cannoni di Stalin - anche a distanza - e che i greci gli avevano impedito un favorevole ricongiungimento attaccandoli mentre risalivano a Nord, gli intellettualoidi fascisti e nazisti reagivano innamorandosi delle interpretazioni equivoche che il Prof. Severino non mancava di reiterare nei suoi scritti alle prese con l'antico pensiero greco - fra il resto sognavano anche il fantasma di Badoglio al posto di quello di Mussolini.
Qualche tempo dopo, durante un viaggio, mi stava di fronte nientedimeno che il Prof. Alberoni e io non lo avevo riconosciuto ancora quando, mezzo moribondo per aver sopravvalutato la sociologia fisica assieme a delle terapie di troppo, mi chiedeva come avessi fatto a reggere in mezzo a tanti pericolosi o disastrosi dispetti, che lui capiva bene erano da una società sbagliata, non per un caso. Difatti attorno non me ne volevano combinare una buona. Io gli consigliai di svolgermi un còmpito: come può una società essere dominata dalla follia del nichilismo estremo ma sussistere ancora? Il sociologo si stupì della mia strategia: 'anziché prendere il buono rimasto, tu ti metti contro?', reputandomi un uomo già morto. Però del tema offertogli era entusiasta, nonostante a sentire il nome di un grande filosofo gli si era fatto il viso pallido. Nonostante tutto, l'obiezione che trovai mossa pubblicamente sulla stampa era formidabile. Severino non è mai riuscito a superare la questione postagli con la scienza sociologica: nessuna società, e quella occidentale non fa eccezione, sussiste in preda a un errore estremo su ciò che è e che non è. La società esiste nel riferirsi realmente alle cose del mondo.

Passò tanto tempo, anche da quando mi ero permesso di inviare messaggi allo stesso filosofo, di questo tenore: rimasto senza concludere? prova con questo o quell'altro argomento - e non mancavo di trovare riscontri. La mia motivazione era stata questa: ci sono indizi per ritenere che la neoinquisizione cattolica, soprattutto il suo lato oscuro e occulto, ha ostacolato lo scontro-incontro tra G. Bontadini, filosofo idealista ed esistenzialista, e l'antimetafisico Severino. Giunse notizia di morte 'del tutto normale' di quest'ultimo, nonostante lo avessi messo a parte, in compagnia di alcuni zingari, della leggenda de la grande città dell'ovest, sempre fiorente di metalli e commerci, sempre distrutta dai belligeranti ma ricostruita più potente di prima... fino a che non arrivarono quelli lì, simili a foche e spaventosi per i mercanti, a decretarne la fine, poiché si era esagerato col fare e disfare senza senso...
Ieri telefonavo in libreria, dopo essermi rammaricato che mancava nella mia biblioteca l'ultima grande pubblicazione del Professore di Brescia (Severino appunto). Davo titolo e il resto senza dire prima chi fossi, al mio nome e cognome il libraio alterava il tono in meravigliato e arrabbiato dacché era presuntuoso e insolente - forse perché in passato avevo esposto lamentele sullo stato dei libri che mi cominciavano a consegnare. Anche questo esemplare in condizioni uguali: segni di esser stato toccato da mani spalmate di crema, pagine e copertina rigida deboli, quasi in decomposizione, e spiacevoli al tatto. Forse superstizione, a chi studia o ha studiato teologia gli alterano la roba, forse casi sfortunati con faccia ambigua dietro la cassa... di fatto tra spiacevoli brividi alla pelle e detersioni di mani ed esposizioni all'umidità della pioggia io, dopo, leggevo qualcosa.
Alle giuste puntualizzazioni sul pensiero filosofico di E. Severino, da me già stilate:
1) alquanta indistinzione tra piano della natura e del soprannaturale: ciascuno vivendo incontra l'essere solo dopo il nulla, ma la follia del nichilismo va nettamente distinta da questo, non accettata fatalmente, non è la voglia matta che si fa bellissima, attraverso cui tutti passano;
2) abbandono al fenomeno studiato, che catalizza l'autore della filosofia, ne attrae e imprigiona la mente; la follia estrema non pensa le cose quali sono, attua una immagine falsa della filosofia greca, l'Occidente, il cristianesimo - sicché l'autore vive circondato da falsi simulacri e non li compara alle vere rappresentazioni del pensiero greco, occidentale, cristiano;
3) chiusura nell'orizzonte ontologico, senza dare sufficienti indicazioni di quello esistenziale, esistentivo, ove niente finisce perché tutto diviene, ovvero si sommano le cose ma trasformandosi pure;
4) linguaggio alienato, perché la parola della follia è fatta propria ma nella pervicace volontà di criticare tutto sulla base della visione del mondo ottenuta col linguaggio stesso,
a queste mie puntualizzazioni passate, io aggiungo questa osservazione, sulla base delle sbirciate di ieri al nuovo mesto acquisto (valeva la pena spendere tanti soldi??):
la 'volontà del destino', che l'autore E. Severino discopre accanto alla 'volontà del mortale', cos'è? Forse se un destino è tale lo si può cambiare volendo altro? Dunque se c'è una tale volontà, essa attesta l'esistenza di una libertà superiore alla necessità del destino, da Severino ribaltata inanemente anche se opportunamente in "destino della necessità". Il destino non si cambia, ma pensiero ed essere contengono anche altro dalla necessità ontologica.

...Io immaginavo, anticipandogli questa conclusione, che il vecchio professore anziché morire normalmente ringiovanisse un poco, quanto basta per vagare qualche altro anno in compagnia degli zingari, alla ricerca della "nobile città dei metalli" sul cui vero nome pare non si disputasse anche se si dubitava se fosse una soltanto: Tartesso... Tartessa? Forse restar vivi inaspettatamente procura ricordi in meno, o forse non si è più riconosciuti, la carta d'identità diventa una roba inutile... Però al telegiornale della RAI la notizia della morte era solenne. Chissà, qualcuno ha visto per le strade di Brescia (le rovine di Elea, quelle forse sono tutte recintate) un sosia anzianissimo del professore fare la caricatura della barba di Marx in cambio di qualche monetina?

P.S.
A me era venuto in mente persino che si trattasse di Severino Boezio redivivo, sconfitto tale e quale ma senza farsi ammazzare in un carcere per l'intento ostinato di esprimere assieme alla sapienza l'odio più ingiustificato e proprio nelle circostanze peggiori.


MAURO PASTORE

Condividi: