Il mendicante e il Re

Aperto da Koba, Oggi alle 14:27:59 PM

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Koba

Ogni tanto, fortunatamente, ci si imbatte in un libro di vera filosofia. È il caso de "L'uomo e il divino" di Maria Zambrano.
Eccone alcuni passaggi.

L'uomo avverte la propria servitù e la propria indigenza. Per questo invoca aiuto: nel farlo riconosce la sua insufficienza, la sua dipendenza. In questo senso, la sua figura originaria è quella del mendicante.
Ma proprio perché soffre questa condizione, desidera il potere. Vuole diventare Re: non perché gli altri uomini abbiano bisogno di essere guidati, ma perché egli stesso sente il bisogno di coprire la propria nudità con una veste preziosa, con un'investitura. Nel comandare e disporre cerca un riscatto dalla sua condizione originaria. La vicenda di Edipo, il Re mendico.
Così, lungo la storia, è come se l'uomo mendicasse il proprio essere. Quanto più sfavillanti sono le forme del suo potere, tanto più svelano la necessità che si nasconde sotto di esse. A un certo punto, però, questo atteggiamento muta: l'uomo smette di mendicare e comincia a pretendere, cioè a esigere un fondamento stabile e certo per sé. È qui che nasce la filosofia.
Con la svolta cartesiana questo processo sembra compiersi. Nel cogito l'uomo crede di aver trovato il luogo esatto del proprio essere: la coscienza. Un centro da cui tutto può apparire chiaro ed evidente. Una solitudine protetta, separata dall'instabilità del mondo e dal fluire del tempo.
L'uomo, liberato dall'estraneo e dal viscerale, sembra finalmente al riparo da ogni alienazione. È l'inizio della fase propriamente "umana".
E tuttavia, fin dall'inizio, emergono incrinature: il dubbio, lo scetticismo, i pensieri notturni di Pascal. La fiducia nella coscienza non resta intatta. Nonostante ciò, essa continua a svilupparsi fino al suo limite nell'idealismo tedesco.
Se nella prima fase l'uomo era definito dall'anima, e in quella cartesiana dalla coscienza, nell'idealismo egli si pensa come spirito: un principio attivo, quasi divino, ma interno all'uomo stesso.
La filosofia, lungo tutto questo percorso, sembra inseguire un'unica aspirazione: collocare l'uomo — che soffre per il semplice fatto di esistere, per il "delitto" di essere nato — in un luogo sottratto alla sofferenza. Che sia l'impassibilità degli stoici o la vita contemplativa di Aristotele e Plotino, si tratta sempre di una forma di salvezza.
Nell'idealismo questa aspirazione sembra realizzarsi pienamente: il soggetto si pensa come libertà pura, non solo liberato dalla sofferenza, ma posto oltre il senso stesso del soffrire.
Nietzsche porta questa libertà fino alle estreme conseguenze, ma su un piano interamente umano, senza protezioni. E ne avvia la distruzione.
Con lui si infrange l'intera costruzione della fase "umana". L'uomo viene ricondotto a quel luogo originario da cui aveva cercato di fuggire: lo stesso luogo del re mendicante Edipo. E, in modo paradossale, anche dello stesso Socrate — che accettò di patire, affinché l'uomo potesse davvero nascere.
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Alexander

#1
Ma se il luogo originario da cui l'uomo ha tentato di fuggire fosse un luogo positivo perché l'uomo avrebbe tentato di fuggirne? Posso demolire una casa e poi, sedendomi sui detriti affermare :Questa era una porta, questa una finestra, questo un muro, ma dopo un po' devo decidere se costruire un'altra casa o mettermi in viaggio vagabondando sotto le stelle. Ma sarei veramente più libero vagabondando sotto le stelle e soprattutto, mi sentirei libero da quel disagio esistenziale che è connesso alla dimensione umana? Potrei scoprire paradossalmente che mi sentivo meno angosciato e più protetto e felice dentro la casa demolita. L'idea che realizzando l' "uomo nuovo" che ricorre spess, si possa realizzare una più compiuta umanità, senza aver compreso cosa significa umanità, ha un che di pensiero magico. Un incanto , oppure nella migliore delle ipotesi una illusione. È il ritorno di quel volere di più e più intensamente che pensavo di aver demolito, ma che in realtà volevo sostituire con un altro.
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Jacopus

Il cogito è un passaggio fondamentale nella storia del pensiero umano, perché segna il superamento del pensiero medioevale, nel quale l'individuo è parte di un coro sullo sfondo della divinità e in attesa di un destino ultra umano e ultra mondano. Il cogito è metaforicamente il passaggio dal coro trascendente al solista immanente (e Cartesio farà di tutto per mantenere il solista all'ombra di Dio, memore di quanto accaduto a Galileo e Giordano Bruno). Seppure con modalità diverse vi è un grande antesignano di Cartesio che è Machiavelli, il primo a de-teologizzare il pensiero. Ma Machiavelli è concentrato su una funzione ristretta, quella politica, mentre Cartesio va dritto alla coscienza di sè ed è per questo che lo si ritrova in tanti studi di neuroscienze, in positivo ed in negativo. Il negativo del cogito è proprio quella scissione soggetto/oggetto che è il fulcro della scienza moderna e la ragione del suo successo. Se vogliamo continuare con la metafora: con Cartesio il coro viene oggettificato ed ogni realtà, vivente e non vivente può diventare strumento e quindi oggetto. Oggi, l'oggettificazione del mondo presenta il conto e si cercano nuove strade "corali" oppure "ultraoggettificanti", ma senza la copertura ideologica della divinità. La mendicità dell'uomo si ripresenta ad ogni epoca, sia pure attraverso altre modalità e altri riti.
Ma ritengo che accanto a queste riflessioni "contemplative", bisogna anche ricordare la mendicità come realtà di una parte dell'umanità, come fatto reale, legato a rapporti di potere e asimmetrie dello stesso. La coscienza dell'uomo (o il cogito, se vogliamo dare retta a Descartes) è un po' come la morale per Brecht, prima di essa conta di più la fame. E questa ovviamente è solo una delle tante tematiche che possono essere ispirate dal brano della filosofa Zambrano.
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Homo sum, Humani nihil a me alienum puto.