Essere e Fare attraverso le lingue e le culture

Aperto da fabriba, Oggi alle 11:01:29 AM

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fabriba

Lo metto qui, non sono sicuro sia il posto giusto nel forum, ma potrebbe dare il taglio giusto alla discussione: si tratta della nostra relazione e legame con noi stessi, e come la cultura in cui siamo immersi dà forma a chi siamo con piccolezze semantiche e linguistiche.

Come spesso accade i thread interessanti suscitano domande, ma alcune sono così dannatamente off topic che non ha senso lasciarle li, e se ne crea uno nuovo.


La premessa è questa:
In lingue diverse -io ho esperienza di Italiano e Inglese principalmente- la semantica delle espressioni sottende un atteggiamento culturale.


In inglese l'espressione "man up" viene spesso tradotta come "sii uomo", ma c'è un errore semantico grossolano in questa traduzione, che sarebbe più corretta come "fai l'uomo" o -leggermente più spesso- "comportati da uomo".
Non ho interesse a discutere qui l'aspetto -diciamo- "patriarcale" dell'espressione, nè la questione delle transizioni di genere, facciamo finta che siamo nel 1980 per questa parte senza trastullarci su cosa significhi 1980.
Quello che mi interessa qui è il semplice fatto che in Italia l'accento è su Essere uomo, e se qualcosa si è, tendenzialmente non dipende dalla volontà: è calata dall'alto per così dire e o si è o non si è.
Non si può "fare" qualcosa che non si è, mentre se una cosa si fa, c'è quella che in inglese viene chiamata "call to action": fai l'uomo richiede un atteggiamento attivo verso un fine.

La cosa più ovvia che viene da dire è che gli italiani sono più attaccati al concetto di essere predestinati e gli inglesi più al "continuous learning", o qualcosa intorno a queste linee.

Però -e se l'esempio sopra non vi piace perché sono tempi divisivi per certi temi, concentratevi su quello sotto-.

In italiano semanticamente/tradizionalmente si dice "faccio il pompiere", in inglese si dice "I am a fireman", e qui il rapporto si inverte: l'italiano non si identifica con la professione, l'inglese si.
Qui non è più una questione di call to action, ma una questione identitaria che non c'entra con quello che mi si chiede qui-e-ora, ma a come mi approccio alla mia stessa esistenza.



Niente, è un pensiero aperto, non ho una conclusione per ora, non conosco abbastanza lingue per valutare se ci sono due macroblocchi o se ogni cultura ha relazioni mobili tra l'essere qualcosa e il fare qualcosa. Di certo tra italiano e inglese negli anni ho notato molti altri esempi di questa distinzione che mi sembra più curiosa della inflazionata distinzione essere-avere.
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