Le mappe della realtà.

Aperto da iano, 21 Maggio 2026, 18:40:38 PM

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Koba

Lo stesso uso del termine "descrizione" denuncia una sottovalutazione dei vincoli.
Come se noi di fronte a un fenomeno potessimo del tutto liberamente decidere come spiegarlo, il linguaggio con cui darne conto. In realtà siamo sempre interni a pratiche conoscitive, a tradizioni.
La conoscenza è sempre oggettiva, ovviamente. È, per definizione, valida universalmente. Oppure non è conoscenza.
Quindi che la verità nella sua forma medievale e moderna di adeguatezza tra rappresentazione e oggetto sia rigettata – correttamente, in coerenza con i risultati delle ricerche contemporanee – non significa che venga meno anche ogni criterio con cui stabilire chi tra due modelli in competizione sia il vincitore, quello "più vero".
Naturalmente tutto diventa più complicato – come dimostrano le variegate epistemologie dell'ultimo secolo e mezzo – per via dello sforzo di distinguere il proprio sguardo scientifico e filosofico dal senso comune, che crede che il paesaggio che si apre davanti ai suoi occhi sia proprio così, indipendentemente dal fatto di essere un individuo di una specifica specie, formato in una determinata civiltà le cui caratteristiche – la grammatica di base – non ha in sé nulla di necessario.

Detto questo, voglio ora cercare di seguire il discorso di Iano.
Ipotizziamo che si riesca a realizzare una realtà virtuale perfetta, tanto da essere irriconoscibile dalla realtà vera.
In che senso un'esperienza del genere metterebbe in crisi la realtà stessa, la nostra idea di esistenza?
Risposta: perché non avremmo più un criterio metafisico con cui distinguere con assoluta certezza la simulazione dalla realtà. Non potremmo cioè basarci sul realismo. Non potremmo dire che la rappresentazione che abbiamo dell'oggetto di fronte a noi nell'ambiente simulato, per quanto del tutto simile a quella che avremmo nel mondo reale, comunque non è veritiera dal momento che non si riferisce all'oggetto in sé, ma appunto solo a qualcosa di ricostruito, composto da bit, quindi di una sostanza del tutto diversa.
Senza realismo e metafisica della sostanza, come poterci convincere che la simulazione è ontologicamente diversa?

Ecco, qui ancora una volta, mi sembra di individuare un errore: quello in cui il superamento esplicito della metafisica lascia comunque indietro, a livello inconsapevole, ancora la struttura del suo pensiero. Se non c'è più un Dio garante allora è il caos. Se la cosa in sé non esiste allora la realtà ci scivola via tra le dita e perdiamo la capacità di distinguere la nostra esistenza dalla simulazione.
Come se quella metafisica anziché essere stata il sostegno del sapere occidentale fosse stata invece lo strumento per rendere accettabile e intellegibile l'esperienza del mondo.
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