(https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/6/61/Phoenix_detail_from_Aberdeen_Bestiary.jpg/500px-Phoenix_detail_from_Aberdeen_Bestiary.jpg)
La fenice brucia tra le fiamme ma risorge dalle proprie ceneri, miniatura nel "Bestiario di Aberdeen", manoscritto del XII secolo, custodito nella Biblioteca dell'Università di Aberdeen, città della Scozia.
Il testo è simile ad altri bestiari medievali.
Questo mitico uccello era denominato "benu" o "bennu" dagli antichi Egizi, phoînix dai Greci, in latino phoenix, phoenicis (= rosso porpora). Veniva anche indicato con l'epiteto "araba fenice" perché si credeva vivesse in Oriente. Simboleggia la morte e risurrezione, come l'araba fenice che risorge dalle proprie ceneri.
Gli Egizi raffiguravano la fenice con l'emblema del disco solare o con la "corona Atef": copricapo cerimoniale dell'antico Egitto, associato al dio Osiride: simbolo di fertilità, resurrezione e sovranità sull'aldilà. E' presente nell'arte egizia, in particolare dalla V dinastia, come simbolo del regno dei morti.
In epoca romana la fenice fu rappresentata su vessilli e monete per celebrare la capacità dell'impero di rinascere dopo ogni disfatta militare.
Nel cristianesimo la tradizione pagana inerente a questo uccello fu reinterpretata dal punto di vista teologico col significato allegorico della risurrezione di Gesù.
Nei "bestiari medievali" come il "Physiologus" (primo bestiario cristiano, scritto tra il II ed il IV sec. d. C., l'autore interpreta gli animali e le loro caratteristiche in chiave simbolica e religiosa. La fenice è descritta come un uccello che, giunto alla fine della vita, si costruisce un nido di aromi e si lascia bruciare per rinascere.
Venne rappresentata in numerosi sarcofagi paleocristiani come simbolo di speranza nella resurrezione; nei mosaici (ad esempio a Ravenna), spesso posata su una palma, altro simbolo di vittoria sulla morte; nei manoscritti miniati è considerato un animale associato alla luce divina.
Oltre alla risurrezione di Cristo, la fenice divenne anche simbolo dell'immortalità dell'anima e della speranza cristiana nella vita futura. La sua ciclicità è letta come immagine della continuità dell'essere oltre la morte.
Dante Alighieri nella Commedia così descrive la fenice:
"Così per li gran savi si confessa
che la fenice more e poi rinasce,
quando al cinquecentesimo anno appressa;
erba né biado in sua vita non pasce,
ma sol d'incenso lagrime e d'amomo,
e nardo e mirra son l'ultime fasce".
(Inferno XXIV, 106-111)
Parafrasi: Così i saggi narrano che la fenice muore e poi rinasce, quando è vicina ai cinquecento anni di età;
nella sua vita non si nutre di erba né di biada, ma solo di lacrime di incenso e di amomo, e il suo ultimo nido è fatto di foglie di nardo e mirra.
L'amomo, citato da Dante è una pianta aromatica tropicale, simile allo zenzero o al cardamomo, nota nell'antichità e nel Medioevo per le sue proprietà profumate e medicinali.
Il poeta cita l'amomo anche nella cantica del Paradiso (XXIX, 107)
Lo scrittore Pietro Metastasio (1698 – 1782) nella sua opera drammatica titolata "Demetrio" (atto II, scena III) scrisse:
"È la fede degli amanti
come l'araba Fenice:
che vi sia ciascun lo dice,
dove sia nessun lo sa".
Tale strofa venne copiata da Lorenzo Da Ponte per inserirla nel libretto d'opera "Così fan tutte", dramma giocoso in due atti con musiche di Mozart.
Da Ponte dalla frase di Metastasio nel primo rigo (E' la fede degli amanti) lo cambiò in "È la fede delle femmine" [...]
"È la fede delle femmine
come l'araba Fenice:
che vi sia ciascun lo dice,
dove sia nessun lo sa".
A Venezia, il noto teatro della città è dedicato a "La Fenice".