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LOGOS - Altri argomenti => Racconti Inediti => Discussione aperta da: baylham il 24 Marzo 2026, 09:47:30 AM

Titolo: Il giardino dell'Eden
Inserito da: baylham il 24 Marzo 2026, 09:47:30 AM
IL GIARDINO DELL'EDEN
 
 
Era un bambino di sette o otto anni, dagli occhi neri e profondi, vivace ma con un fondo di malinconia, aveva respirato fin dall'infanzia le tensioni della famiglia allargata. Abitava alla periferia della città in una casa nuova che il padre muratore aveva costruito negli anni 50.
I genitori erano figli di contadini. I nonni paterni lavoravano in affitto alcuni campi di proprietà dell'Istituto Opere Pie. Durante la guerra lo scoppio di una bomba d'aereo aveva fatto crollare l'ala della casa colonica dove vivevano col parentado. Il padre con i mattoni rossi delle rovine e con la malta di terra aveva tirato su due edifici, una stalla con adiacente la camera da letto per i nonni e un barco con due stanze in muratura al piano terra e il fienile in assi di legno al piano superiore. In una stanza del barco i genitori avevano vissuto i loro primi anni di matrimonio. La stalla a nord, il barco a ovest, due siepi formate da arbusti, alberi e fascine a est e a sud delimitavano un largo prato rettangolare. A est oltre la siepe scorrevano paralleli due fossati, uno dei quali alimentava un vecchio mulino a monte.
Il prato e la campagna che si estendeva a perdita d'occhio a sud erano i luoghi privilegiati di gioco e di avventura del bambino. Adorava quei  luoghi, l'incanto della natura, le sue stagioni. Che bello sdraiarsi sull'erba verde a contemplare l'intorno, in particolare all'inizio dell'estate i colori e gli odori meravigliosi dei campi di spighe di grano cosparsi di fiordalisi, papaveri e camomilla.
Gli animali lo incuriosivano, stava ad osservare per ore le mucche, i conigli, i maiali, le galline, i pulcini, le rondini ed i passeri, le api e le formiche, i ramarri e le bisce, le rane e i girini, gli insetti dalle forme strani, le farfalle, i grilli, i pipistrelli, ... Che spasso rincorrere freneticamente le libellule, che abilità crudele cacciare le mosche col fucile ad elastico, che emozione alla sera serrare tra le mani una lucciola per spiare la sua luminescenza.
Gli alberi da frutto della sua famiglia e dei vicini davano dei frutti buonissimi: cachi, ciliegie, amoli, prugne, fichi, pere, mele, uva fragola e bacò. Un bendiddio da mangiare che anche i vermi mostravano di gradire. Con i rami degli aceri i bambini costruivano le fionde e gli archi, con la sanguinella o con le stecche degli ombrelli e le piume di gallina le frecce.
Arrampicare sugli alberi era uno dei giochi più emozionanti. I bambini facevano a gara a chi saliva più in alto. I platani erano i più ambiti, permettevano ai coraggiosi salitori di ammirare  un panorama ampio e stupendo. Un vecchio pero altissimo e rinsecchito era il più rischioso da salire, stavano molto attenti a saggiare la tenuta di ogni singolo ramo prima di tirarsi su.
Al vertice delle siepi nel prato c'era un platano particolare, era cresciuto storto sulla riva del fossato. Il tronco era imponente, ma a soli due metri d'altezza, a causa sicuramente di un taglio passato, si ramificava in tre grandi bracci. All'estremità del tronco trovavano posto comodamente quattro e più bambini. Quello era il forte, dove i bambini si riunivano per decidere i giochi e le scorribande da fare. Per salire al forte arrampicavano sul tronco sfruttando alcuni monconi di rami, per scendere si appendevano ad un resistente e lungo ramo orizzontale e si lasciavano cadere sul morbido terreno erboso. Per aiutare qualche compagno timoroso a scendere dal forte, i bambini legarono sul ramo una grossa fune da cui ci si poteva calare.
Un pomeriggio il bambino decise di salire al forte arrampicando la fune. L'afferrò con le mani, poi alzò e strinse i piedi sulla corda abbracciandola, spinse il corpo e afferrò la corda più in alto per poi ripetere questa manovra. Improvvisamente fu bloccato da una sensazione straordinaria, mai provata prima. Tutto il suo corpo, dalla testa ai piedi, era colmo di un piacere fortissimo. Rimase lì sospeso, immobile a godere di questa sensazione meravigliosa e sublime. Dopo circa un minuto, l'estasi così come era venuta improvvisamente finì. Scese stupefatto, cercando di capire che cosa gli era successo. Era forse la beatitudine del Paradiso di cui parlavano i grandi? Non era in grado di darsi una risposta, nessuno gli aveva parlato di questo. Provò di nuovo a salire la corda, per ritrovare lo stato di piacere. Non accadde nulla, avvertì soltanto lo sforzo della salita.
Quella non fu l'unica volta. Sperimentò molte volte ancora quel piacere pieno e potente, sempre mentre arrampicava un albero abbracciandolo, sempre in modo del tutto involontario ed imprevisto.
Finita la fanciullezza, gli impegni sociali divennero più pressanti. Il ragazzo smise di arrampicare sugli alberi e abbandonò la campagna. Cominciarono nuovi giochi, era attratto dalla bellezza delle ragazze e cercava il loro amore.
Soltanto dopo le prime esperienze amorose e alcune letture di sesso, il giovane riuscì a darsi una spiegazione degli stati straordinari provati. Purtroppo per lui nella sua vita non rivisse più quel piacere così profondo e totale.