'Abdul-Hâdî nel 1911 nell'articolo "Pagine dedicate al Sole" (testo completo disponibile al link: ilsufismo.wixsite.com/il-sufismo/post/pagine-dedicate-al-sole) scriveva:
La scuola araba dell'esoterismo musulmano – che è ben distinta dalla scuola persiana delle medesime formule – è essenzialmente sintetica. Essa è, probabilmente, il più bell'esempio di ciò che mi permetto di chiamare il misticismo lucido. Essa è non solamente scolastica, o piuttosto logista, ma anche psicologica e, anzitutto, naturale o primitiva. In altre parole, essa considera l'uomo e la natura come libri sacri allo stesso titolo della rivelazione storica o scritturale, espressa nella lingua semplicistica dei Semiti. I passaggi del
Qorân che sostengono quest'asserzione sono troppo numerosi per essere citati fuori da una controversia. È meno noto che i grandi Maestri dell'esoterismo musulmano designano con i termini "epistola" (
Risâlah), "esemplare" (
Nusk
ah) e "libro" (
Kitâb), tre diversi aspetti dell'iniziato.
La geografia ci insegna che i paesi arabo-eritrei sono caldi e secchi, e che i loro abitanti si distinguono per le loro facoltà liriche. Questo basta, come documentazione, per spiegarci la loro filosofia religiosa.
L'intensità lirica conduce a uno stato mentale di "soggettività" che si traduce in una sorta d'ingenuo entusiasmo accompagnato da una buona dose di scetticismo e d'acutezza. «Voi sarete ingenui come colombe e sottili come serpenti», dice da qualche parte il libro sacro dei Cristiani. Questi due sentimenti, che la vita moderna ritiene incompatibili, vanno d'accordissimo nella mente di un Musulmano istruito e vecchio stile. Pieni di vitalità, essi amano. Come tendenze intellettuali, essi sono un po' ideologi. Essi credono che, in fondo, l'uomo possa sapere soltanto ciò che dice. La dottrina del
Logos, per loro, non è tanto il risultato del fideismo religioso quanto quello della subcoscienza che il primitivo possiede dell'Insondabile. Dato che le parole e le cose collimano, i poeti trovano del tutto naturale che i misteri della creazione offrano analogie con quelli della parola. Così, la metafisica segue i moti della coscienza – soprattutto quando essa si sveglia per la prima volta – e il funzionamento del pensiero diventa quasi interessante quanto il pensiero stesso. L'ignoranza e l'incoscienza finiscono per simboleggiare il nulla e la notte; poi ci si immagina che il mondo nasca con il giorno. Quando i nostri primitivi non vedono niente, dicono che non v'è niente. Essere, è essere visti, poi vedere, giacché è la luce che dà l'esistenza alle cose.
Il Sole non solamente illumina il mondo, ma dà anche agli oggetti le loro forme rispettive. Il grande Sole di laggiù è quasi sconosciuto qui; a malapena lo si vede alcuni giorni solamente durante un anno eccezionalmente favorevole sotto l'aspetto del bel tempo. Risplende con tale forza che il suo fulgore fa scomparire i colori locali, di modo che si vedono soltanto i suoi, ossia se stesso e nient'altro che lui. Il paesaggio cambia talmente in fretta, che pare quasi non essere nient'altro che il pretesto di una dimostrazione solare, o, se volete, di una teofania cosmomorfa. Si vedono soltanto i riflessi del cielo; quali possano essere i dettagli del paesaggio oltre alla loro funzione eliofora è una questione che cessa d'interessare.
Tutto, persino la prospettiva, persino le distanze e i rapporti tra le cose, dipende soltanto dal radioso astro, che, padrone assoluto degli orizzonti, scolpisce le montagne a suo modo e dispone secondo la sua volontà subitanea e architetturale le masse dell'immensità.
La potenza del Sole ci spiega la prospettiva cinese. Essa è estiva, per niente erronea. Più il Sole dà, più il cielo pare alto e sorprendente, l'orizzonte vasto e profondo, mentre ciò che si ha davanti ai piedi, il primo piano, diventa neutro e ristretto. Il fenomeno inverso si produce nella prospettiva invernale o nordica. In essa, il primo piano si sviluppa a detrimento degli altri; gli oggetti ravvicinati assumono un'enorme importanza; ciò che è al livello dello sguardo, l'orizzonte, si contrae e diminuisce; il cielo si affloscia.
Abbiamo detto che «essere, è risplendere». In principio, un oggetto illuminato, per non dire bianco, pare più grande del naturale. I pittori primitivi esagerano le proporzioni di tutto quello che nel quadro occupa un posto preponderante. Dal punto di vista dell'esoterismo musulmano, l'esistenza è una distinzione attenta, e la creazione è l'atto di precisare. Più una cosa è caratterizzata da attributi, da qualificativi o da particelle – esplicite o sottintese – più essa è concreta, reale, "esistente", giacché l'esistenza comporta delle gradazioni, dal nostro punto di vista. Un'idea si realizza man mano che le sue facoltà latenti si dispiegano alla luce del sole, che le sue risorse si fanno valere, e che tutte le sue forze giocano il loro gioco. Essa cresce in tutte le direzioni, si moltiplica indefinitamente, pur restando "Uno", ossia identica a se stessa. La concezione "dell'unità nella pluralità e la pluralità nell'unità" ha nell'esoterismo arabo-musulmano il medesimo posto della croce presso i Cristiani. Invece di scolpire la figura di un uomo morto disteso su due barre incrociate, noi diciamo che "la stazione divina è quella che riunisce i contrasti e le antinomie". Si raggiunge questa stazione, ossia questo grado d'iniziazione, mediante
el-fanâ, ossia mediante l'annientamento dell'io inferiore.
El-fanâ ha una certa analogia con il
Nirvâna indù, ma solamente nel senso che la
Bhagavad-Gîtâ dà a questo termine, giacché
el-fanâ può e deve farsi sentire nella vita ordinaria. In questo caso, esso appare come tolleranza, imparzialità, disinteresse, astrazione e sacrificio di se stessi, autodisciplina e fatalismo attivo.
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