Gesù, che in realtà si dovrebbe chiamare col soprannome originale Yeshua, era un "rabbi" che agiva in polemica col potere romano per cercare di istituire un culto di "Yavhè", libero dalle ufficialità religiose dell'Impero di Roma. Durante questa impresa, che oggi chiameremmo sionista, lo stesso Yeshua realizzava delle rappresentazioni spirituali e religiose, a favore di una nuova religione che sarebbe dovuta nascere di lì a poco, e che egli non scelse mai neanche dopo essere sopravvissuto alla punizione della crocifissione. Egli da oppositore a Roma era tra coloro che avevano scelto la via della protesta pacifica, né lui fu l'esponente maggiore di questo potere, legato ai futuri sviluppi di ebraismo e giudaismo. Ma la fazione sionista pacifista e antiromana di cui lui parte restò sconfitta dalla storia. Si sa che l'altra parte, violenta, organizzava una diretta contrarietà, sfociata nella Guerra giudaica, risoltasi in una immane strage e con la sconfitta di ebrei e giudei. Neanche i pacifisti ottennero qualcosa. La religiosità ebraica e giudaica fu accolta a Roma, da alcuni potenti anche, senza che si ottenesse una separazione e restituzione all'antica indipendenza. Dal punto di vista sionista, il "date a Cesare quel che è di Cesare" significava volontà di congedo; il figlio di Davide secondo la carne (per utilizzare terminologia biblica), il "re dei giudei", per usare il termine adottato dalle milizie romane, era l'elemento di una alternativa politica che Roma non diffidò né sostenne, lasciando che ebrei e giudei regolassero le proprie questioni in libertà, tra di loro stessi. Questa alternativa non voleva il governo romano e l'Impero era disposto a lasciare la regione nel caso l'esito fosse andato a buon fine. Così si spiegano i rapporti tra il governatore Ponzio Pilato e Gesù (Yeshua): secondo il diritto, da loro stessi accettato, ebrei e giudei dovevano regolarsi i conti da soli, sotto egida romana. Questa tollerava gli oppositori, purché non fossero contro il diritto stesso. Senonché il progetto di ricostituire la vecchia monarchia davidica tramite il figlio di Davide fallì. Non solo quello di Yeshua anche altre analoghe pretese, senza discendenza o con eguale discendenza. Yeshua invece che asccettato fu condannato dal potere religioso, il popolo lo rifiutò prendendosene la responsabilità. Tuttavia le sue sorti umane non furono la morte in croce bensì la sopravvivenza e un destino successivo diverso. Quel che si evince è questo: Gesù di Nazareth ovvero Yeshua, non riuscito nel suo proposito antiromano, fu comunque riconosciuto un eponimo. La tradizione infatti lo chiamò proprio "il Nazareno" ed anche, con minor enfasi e importanza "Galileo", e non risulta che questo fosse un epiteto sensato per le religioni monoteiste neppure che avesse senso determinante per altre religioni. Tale epiteto è etnico, geograficamente determinato, e attesta un restante diverso potere, etnarchico. Se vi fosse restato senso per il titolo davidico, questo senso non sarebbe più stato significante per ebraismo e giudaismo; mentre per il futuro cristianesimo Davide era solo simbolo spirituale, astratto dal corso degli eventi storici e universalizzato. Questo significa che tale simbolo non corrispose più a persone e personaggi storici, Nazareno compreso. Nel tentativo di farlo corrispondere si imbatteva secoli dopo l'Imperatore romano-bizantino Giuliano (detto l'Apostata), che lo rifiutò fino al punto da farne uno dei motivi dell'abbandono della fede cristiana da poco accolta (da qui il soprannome di apostata, altrimenti non significante). Per Giuliano la cristianità, non in quanto tale ma quanto a composizione storica di essa, si era coinvolta, sottoposta, fin quasi a coinciderne, con un ambiguo movimento incapace di consistere in qualcosa di legittimo e sensato, che prendeva le mosse da una etnarchia - proprio quella di Gesù di Nazareth - ma intendeva elevarla a norma generale, cercando di imporre una antropologia a tutto il mondo. Questa iniziativa lo stesso Imperatore, filosofo oltre che uomo di guerra, non poteva che giudicarla una abietta assurdità ma pericolosa proprio per questo e per la sua propaganda seducente. La severa impostazione monoteista del pensiero dell'ebreo e giudeo Yeshua non ne era complice; ma se ne constatava l'esser vittima; mentre Giuliano decideva il ritorno nel paganesimo giunto ormai al suo ultimo atto perché riteneva che lì fosse il suo posto, non in contrasto con la fede cristiana anzi favorevolmente per essa. Questa sua convinzione venne contestata aspramente; e i toni del contrasto, la mancanza di un serio contenuto polemico in esso da pèarte dei detrattori, sono (a mio avviso) dimostrazione della giustezza e innocenza vdella sua scelta. Inutile agitare l'orrore della schiavitù per negarlo, dato che quale filosofo neoplatonico ma di pensiero stouco Giuliano non voleva accettare le condizioni alla base dell'esercizio della schiavitù. Questo rifiuto era già nell'ellenismo, quando i greci a contatto coi veri schiavi non vollero accettare la situazione aberrante che si era creata; il cristianesimo provvide l'iniziativa stoica di una premessa teologica in più, oltre a quella razionalista ed iniziatica che era nella Stoa.
Durante la sua attività sionista, come detto, questo Yeshua faceva - faceva non era! - da segno per una futura nascente religione. Questo ruolo non era in contrasto col sionismo, ma rispetto ad esso era aggiunto. Bisogna sapere o rammentare che Sion, quanto a simbologia, è un elemento del cristianesimo storicamente corrispondente a un segno dell'ebraismo e giudaismo, senza che vi siano giudizi di condanna. Dunque la storia di ebrei e giudei, ed in particolare quella del Nazareno, diventava un evento contemplato secondo altri intenti e ispirazioni, da esterno; e a ciò lo stesso Nazareno reagiva collaborando. Ne seguiva un rappresentare sacro, cui egli partecipava dunque in qualità di mero rappresentante, secondo altrui intenzioni. Durante la propria vita questo Yeshua si accorgeva dei significati altri, che altri intuivano attraverso gli eventi; e consapevolmente non se ne sottraeva. Ragion per cui le sue azioni, i suoi detti, erano personalmente altra cosa da quanto invece le testimonianze di fede cristiana riportavano nei racconti, orali e scritti. I testimoni di fede contemplando suoi episodi biografici - non tutti, solo alcuni - li interpretavano come significazioni di altro evento, per dirla geometricamente, un evento solo tangenziale, non intersecante - le storie ebraiche e giudaiche dell'isolamento e appartatezza lo attestano. Essi estrapolavano, decontestualizzavano lasciando solo delle relazioni non nessi con la realtà giudaica ed ebraica, relazioni che poi venivano abbandonate dalla fede, conservate solo per la cronaca religiosa. Il nuovo contesto, dogmaticamente, non era Yavhè in quanto Signore del popolo né Dio quale autore di una sapienza per ottenere successo nel mondo, ma quale possessore del proprio Logos e autore di una sapienza data per non esser travolti da una dinamica mondana distruttiva, Signore di una comunità diversa che rendeva concreta la salvezza ultima, non la riuscita nel mondo tramite l'aiuto di Dio. Per il cristiano tale riuscita accade indipendentemente.
Quando Yeshua collaborava si prestava a dette altre interpretazioni senza allegorizzare egli stesso ma adottando dei modi che lo consentivano, fino a manifestare una figura teologica, rappresentando così un'idea assoluta di umanità, come e non quale intuita dai primi credenti nell'altra nuova religione, il cui nome derivava da parola greca christos (χριστος). Il Nazareno cioè manifestava anche qualcos'altro, non di suo né di alcun uomo concreto, che faceva da segno per un'idea di umanità non concepita dalla stessa umanità ma ricevuta dai cristiani per ispirazione da Dio; non una descrizione di natura umana ma di azione umana nelle difficoltà impreviste, oltre la fatalità naturale. Ciò era detto Gesù (dal greco: Ιησους), vocabolo che solo inavvertita ed estranea confusione popolare confuse col soprannome ebraico Yeshua, cui significato addirittura opposto, come agli santipodi sono i dogmi del cristianesimo e dell'ebraismo. Quale ispiratore della figura teologica Gesù, Yeshua non agiva in persona ma per allusioni! I suoi atti personali non ebbero mai i significati che si trovano nei Vangeli, ma li assumevano e li assunsero concretamente così come visti, considerati dai nuovi altri credenti. Come dimostrato dallo storico e teologo D. Stuhlmacher, Yeshua, alias "Gesù di Nazareth" come soprannominato e non da giudei ed ebrei, era consapevole che un altro misteriosissimo significato il suo operato assumesse per una nuova futura differente comunità religiosa; e la scoperta dei Vangeli gnostici attesta che ve ne fu anche una semplice conoscenza, senza fede. Ma questa conoscenza non poteva essere del Nazareno se non dopo la sua morte apparente e ripresa di vita, dato che la sua vita di ebreo e giudeo era del tutto priva di consolazioni cristiane. Il suo personale interrogativo a Dio, durante il travaglio della crocifissione, non sveva il significato che si trova assunto tramite la fede cristiana nelle Scritture e dottrina cristiana. Chiesto a Dio il perché della sua sciagura di maestro, Yeshua non ne otteneva risposta per la propria fede (non cristiana!). Il cristiano invece che contemplava quell'interrogativo (in presenza o indirettamente) ne trovava una sua; e l'uomo crocifisso ne favoriva coi propri atteggiamenti senza saperne. La vicenda biografica ebraica e giudaica, parallelamente a quella teologica-cristiana della risurrezione, si risolveva in una risuscitazione: una morte apparente che non diventava effettiva. E' in questo particolare che l'offerta rappresentativa di Yeshua aveva peso determinante per il suo esistere. Difatti di condizioni concrete per una sopravvivenza non ve ne erano; essa fu inspiegabile sia umanamente sia attraverso i dogmi della fede nel Dio del popolo eletto. Il sacro officio del maestro ebreo e giudeo Yeshua era valso tanto all'officiante! E per il mondo della sua fede questo era limitato al segno di Sion, non era un contatto col Cristo. Secondo i dogmi dell'ebraismo, Yeshua non aveva ottemperato a tutto l'Insegnamento (Torah) dato da Dio al suo popolo, di cui lui era parte volontaria, sia nelle buone che cattive sorti; per questo Dio l'aveva abbandonato. Tuttavia la sua carica religiosa di rabbi, maestro, a sopravvivenza ottenuta non poteva non offrire alla sua mente una considerazione completa di quell'Insegnamento, secondo le dottrine dei buoni farisei. Difatti l'accusa di ipocrisia rivolta ad alcuni di loro, o di tradimento, implicava la presenza di una dottrina meritevole di non essere tradita e di essere conservata; e l'esperienza estrema ed amara della crocifissione non poteva che chiarire tutto.
Questi dati di fatto e dati storico-religiosi presentano evidentemente una storia affatto diversa, circa i rapporti tra ebraismo, romanità, cristianità. Non si rileva che i tre mondi fossero nemici, inoltre si attesta che la romanità, nonostante un vuoto di potere fino al punto da relegare un maestro religioso all'ultimo posto degli atti e della scala sociale (la crocifissione, che non era fatta per uccidere ma per condurre all'orlo della morte ma che nel caso del Nazareno era accaduta senza che le garanzie fossero rispettate), non fosse stata travolta dal segno teologico di Gesù, non avesse da abiurare alle ponzio Pilato e "Gesù di Nazareth" non era ammissione di colpa. I rapporti di Roma e la figura teologica di Gesù quali furono? Pilato ritenne che le aspirazioni regali di Yeshua fossero innocenti e legittime pur non condivedendole né sostenendole. Non riconoscendo giusta la sua opposizione a Roma, non la ritenne neanche ingiusta, cioè si doveva consentire che lui protestasse; senza poter e dover però risolverne le controversie, sorte internamente alla comunità ebraica e giudaica, intorno alla sua regalità messianica. Questa astensione dipendeva dal patto, istituito di comune accordo, tra l'Impero e detta comunità. Il potere di Roma, pur agendo in armonia col diritto e la giustizia umana, si rivelava insufficiente a garantire gli stessi valori di rispetto umano promulgati dall'Impero di Roma. Questo fu dunque il rapporto di questo potere con la figura teologica cui alludevano le azioni di Yeshua alias Gesù di Nazareth: la coscienza del proprio valore e della propria giustizia, la conferma della propria funzione necessaria al mondo, assieme alla consapevolezza dell'intervenire di un'altra necessità di ordine superiore all'umano, superiore agli dèi di Roma e al Dio quale in essa creduto dalle massime autorità religiose - gli imperatori stessi in qualità di aruscpici non sacerdoti dei templi - necessità cui soddisfazione non data attraverso la proclamazione di Dio da parte del suo popolo eletto secondo il segno mondano di Sion, ma solo attraverso il nuovo segno e simbolo Gesù.
MAURO PASTORE
Riporto versione emendata del testo, pubblicato in anticipo in altra discussione a causa di invio accidentale.
- Offro un compendio basato su dati già acquisiti, storico-critici e storico-religiosi. La sintesi è nuova.
Gesù, che in realtà si dovrebbe chiamare col soprannome originale Yeshua, era un "rabbi" che agiva in polemica col potere romano per cercare di istituire un culto di "Yavhè", libero dalle ufficialità religiose dell'Impero di Roma. Durante questa impresa, che oggi chiameremmo sionista, lo stesso Yeshua realizzava delle rappresentazioni spirituali e religiose, a favore di una nuova religione che sarebbe dovuta nascere di lì a poco, e che egli non scelse mai neanche dopo essere sopravvissuto alla punizione della crocifissione. Egli da oppositore a Roma era tra coloro che avevano scelto la via della protesta pacifica, né lui fu l'esponente maggiore di questo potere, legato ai futuri sviluppi di ebraismo e giudaismo. Ma la fazione sionista pacifista e antiromana di cui lui parte restò sconfitta dalla storia. Si sa che l'altra parte, violenta, organizzava una diretta contrarietà, sfociata nella Guerra giudaica, risoltasi in una immane strage e con la sconfitta di ebrei e giudei. Neanche i pacifisti ottennero qualcosa. La religiosità ebraica e giudaica fu accolta a Roma, da alcuni potenti anche, senza che si ottenesse una separazione e restituzione all'antica indipendenza. Dal punto di vista sionista, il "date a Cesare quel che è di Cesare" significava volontà di congedo; il figlio di Davide secondo la carne (per utilizzare terminologia biblica), il "re dei giudei" (per usare il termine adottato dalle milizie romane), era l'elemento di una alternativa politica che Roma non diffidò né sostenne, lasciando che ebrei e giudei regolassero le proprie questioni in libertà, tra loro medesimi. Questa alternativa non voleva il governo romano e l'Impero era disposto a lasciare la regione nel caso l'esito fosse andato a buon fine. Così si spiegano i rapporti tra il governatore Ponzio Pilato e Gesù (Yeshua): secondo il diritto, da loro stessi accettato, ebrei e giudei dovevano regolarsi i conti da soli sotto l'egida romana. Questa tollerava gli oppositori purché non fossero contro il diritto stesso. Senonché il progetto di ricostituire la vecchia monarchia davidica tramite il nuovo figlio di Davide fallì. Non solo quella di Yeshua anche altre analoghe pretese, senza discendenza o con eguale discendenza. Yeshua invece che accettato fu condannato dal potere religioso; ed il popolo stesso lo rifiutava assumendosene responsabilità. Ma la sua umana sorte non fu la morte in croce bensì la sopravvivenza e un destino successivo diverso.
Quel che si evince è questo: Gesù di Nazareth ovvero Yeshua, non riuscito nel suo proposito antiromano, fu comunque riconosciuto eponimo. La tradizione infatti lo chiamò proprio "il Nazareno" ed anche, con minor enfasi e importanza "Galileo", e non risulta che questi fossero epiteti sensati per le religioni monoteiste, neppure che la cosa avesse senso determinante per altre religioni. Si tratta di epiteti dal valore etnico, geograficamente determinato, attestanti un restante potere, diverso dal precedente. Se vi fosse restato senso per il titolo davidico, questo non sarebbe più stato significante per ebraismo e giudaismo; mentre per il futuro cristianesimo "Davide" era solo simbolo spirituale, astratto dal corso degli eventi storici e universalizzato. Questo significa che tale simbolo non corrispose più a persone e personaggi storici, neanche al Nazareno. Nel tentativo di farlo corrispondere si imbatteva secoli dopo l'Imperatore romano-bizantino Giuliano (detto l'Apostata), che ne rifiutò fino al punto da farne uno dei motivi dell'abbandono della fede cristiana da poco accolta (da qui il soprannome di apostata, altrimenti non significante). Per Giuliano la cristianità, non in quanto tale ma quanto a composizione storica di essa, si era coinvolta, sottoposta, fin quasi a coinciderne, con un ambiguo movimento incapace di consistere in qualcosa di legittimo e sensato, che prendeva le mosse da una etnarchia - proprio quella di Gesù di Nazareth - ma intendeva elevarla a norma generale, cercando di imporre una particolare antropologia a tutto il mondo. Questa iniziativa lo stesso Imperatore, filosofo oltre che uomo di guerra, non poteva che giudicarla una abietta assurdità ma proprio in questo pericolosa e seducente in forza della sua astuta propaganda. La severa impostazione monoteista del pensiero dell'ebreo e giudeo Yeshua non ne era complice; ma se ne constatava l'esserne vittima; mentre Giuliano decideva il ritorno nel paganesimo giunto ormai al suo ultimo atto perché riteneva che lì fosse il suo posto, non in contrasto con la fede cristiana - anzi favorevolmente per essa (io dico). Questa sua convinzione venne contestata aspramente; e i toni del contrasto, la mancanza di un serio contenuto polemico in esso da parte dei detrattori, sono (a mio avviso) dimostrazione della giustezza e innocenza della sua scelta. Inutile agitare l'orrore della schiavitù per negarlo, dato che quale filosofo neoplatonico ma di pensiero stoico Giuliano non voleva accettare le condizioni alla base dell'esercizio della schiavitù. Questo rifiuto era già nell'ellenismo, quando i greci a contatto coi veri schiavi non vollero accettare la situazione aberrante che si era creata; il cristianesimo provvide l'iniziativa stoica di una premessa teologica in più, oltre a quella razionalista ed iniziatica che era nella Stoa.
Durante la sua attività sionista, come detto, questo Yeshua faceva - faceva non era! - da segno per una futura nascente religione. Questo ruolo non era in contrasto col sionismo, ma rispetto ad esso era aggiunto. Bisogna sapere o rammentare che Sion, quanto a simbologia, è un elemento del cristianesimo storicamente corrispondente a un segno dell'ebraismo e giudaismo, senza che vi siano giudizi di condanna. Dunque la storia di ebrei e giudei, ed in particolare quella del Nazareno, diventava un evento contemplato secondo altri intenti e ispirazioni, da esterno; e a ciò lo stesso Nazareno reagiva collaborando. Ne seguiva un rappresentare sacro, cui egli partecipava - in qualità di mero rappresentante - secondo altrui intenzioni. Durante la propria vita questo Yeshua si accorgeva dei significati altri, che altri intuivano attraverso gli eventi; e consapevolmente non se ne sottraeva. Ragion per cui le sue azioni, i suoi detti, erano personalmente altra cosa da quanto invece le testimonianze di fede cristiana riportavano nei racconti, orali e scritti. I testimoni di fede contemplando suoi episodi biografici - non tutti, solo alcuni - li interpretavano come significazioni di altro evento, per dirla geometricamente un evento solo tangenziale, non intersecante (le storie ebraiche e giudaiche dell'isolamento e appartatezza lo attestano). Essi estrapolavano, decontestualizzavano lasciando solo delle relazioni non nessi con la realtà giudaica ed ebraica, relazioni che poi venivano abbandonate nella fede e conservate solo per la cronaca religiosa. Il nuovo contesto, dogmaticamente, non era Yavhè in quanto Signore del popolo né Dio quale autore di una sapienza per ottenere successo nel mondo, ma Dio quale possessore del proprio Logos e autore di una sapienza data per non esser travolti da una dinamica mondana distruttiva, Signore di una comunità diversa che rendeva concreta la salvezza ultima, non la riuscita nel mondo tramite l'aiuto di Dio - per il cristiano tale riuscita deve e può accadere indipendentemente.
Quando Yeshua collaborava, si prestava a codeste altre interpretazioni senza allegorizzare egli stesso ma adottando dei modi che lo consentivano, fino a manifestare una figura teologica, rappresentando così un'idea assoluta di umanità, come e non quale intuita dai primi credenti nell'altra nuova religione, il cui nome derivava da parola greca christos (χριστος). Il Nazareno cioè manifestava anche qualcos'altro, non di suo né di alcun uomo concreto, che faceva da segno per un'idea di umanità non concepita dalla stessa umanità ma ricevuta dai cristiani per ispirazione e proprio da Dio; non una descrizione di natura umana ma di azione umana nelle difficoltà impreviste non naturali, oltre la fatalità naturale e i relativi problemi. Ciò era detto Gesù (dal greco: Ιησους), vocabolo che solo inavvertita ed estranea confusione popolare confuse col soprannome ebraico Yeshua, cui significato teologicamente addirittura opposto (realizzatore umano non strumento di realizzazione divina), come agli antipodi sono i dogmi del cristianesimo e dell'ebraismo. Quale ispiratore della figura teologica Gesù, Yeshua non agiva in persona ma per allusioni! I suoi atti personali non ebbero mai i significati che si trovano nei Vangeli, ma li assumevano e li assunsero concretamente così come visti, considerati dai nuovi altri credenti. Come dimostrato dallo storico e teologo P. Stuhlmacher, Yeshua, alias "Gesù di Nazareth" come soprannominato e non da giudei ed ebrei, era consapevole che un altro misteriosissimo significato il suo operato assumesse per una nuova futura differente comunità religiosa; e la scoperta dei Vangeli gnostici attesta che di questo significato ve ne fu anche una semplice conoscenza, senza fede. Ma questa conoscenza non poteva essere del Nazareno, se non dopo la sua morte apparente e ripresa di vita, dato che la sua vita di ebreo e giudeo era del tutto priva di consolazioni cristiane. Il suo personale interrogativo a Dio, durante il travaglio della crocifissione, non aveva il significato che si trova assunto tramite la fede cristiana nelle Scritture e dottrina cristiane. Chiesto a Dio il perché della sua sciagura di maestro, Yeshua non ne otteneva risposta per la propria fede (non cristiana). Il cristiano invece che contemplava quell'interrogativo (in presenza o indirettamente) ne trovava una sua; e l'uomo crocifisso si era trovato a favorirne coi propri atteggiamenti, senza saperne. La vicenda biografica ebraica e giudaica, parallelamente a quella teologica-cristiana della risurrezione, si risolveva in una risuscitazione: una morte apparente che non diventava effettiva. E' in questo particolare che l'offerta rappresentativa di Yeshua aveva peso determinante per il suo esistere. Difatti di condizioni mondane concrete per una sopravvivenza non ve ne erano; questa fu inspiegabile sia umanamente sia attraverso i dogmi della fede nel Dio del popolo eletto, solo la fede in Cristo trovava la spiegazione possibile. Il sacro officio del maestro ebreo e giudeo Yeshua era valso tanto all'officiante! Ma per il mondo della sua fede questo era limitato al segno di Sion, non era un contatto col Cristo. Secondo i dogmi dell'ebraismo, Yeshua non aveva ottemperato a tutto l'Insegnamento (detto Torah) dato da Dio al suo popolo, di cui lui era parte volontaria, sia nelle buone che cattive sorti; per questo Dio l'aveva abbandonato. Tuttavia la sua carica religiosa di rabbi (maestro) non poteva non offrire alla sua mente, una volta sopravvissuto, una considerazione completa di quell'Insegnamento, secondo le dottrine dei buoni farisei. Difatti l'accusa di ipocrisia rivolta ad alcuni di loro, o di tradimento, implicava la presenza di sostenitori di una dottrina meritevole di non essere tradita e di essere conservata; e l'esperienza estrema ed amara della crocifissione non poteva che chiarire tutto.
Questi dati di fatto e dati storico-religiosi presentano evidentemente una storia affatto diversa, circa i rapporti tra ebraismo, romanità, cristianità. Non si rileva che i tre mondi fossero nemici, inoltre si attesta che la romanità - nonostante un vuoto di potere giunto fino al punto da relegare un maestro religioso all'ultimo posto degli atti e della scala sociale (la crocifissione, che non era fatta per uccidere ma per condurre all'orlo della morte ma che nel caso del Nazareno era accaduta senza che le garanzie fossero, potessero essere rispettate) - non fosse stata travolta dal segno teologico di Gesù, non avesse da abiurare, non essendo l'ammissione della crisi accaduta durante le relazioni tra Pilato e "Gesù di Nazareth" ammissione di colpa.
Ma i rapporti di Roma e la figura teologica di Gesù quali furono? Pilato ritenne che le aspirazioni regali di Yeshua fossero innocenti e legittime pur non condivedendole né sostenendole. Non riconoscendo giusta la sua opposizione a Roma, non la ritenne neanche ingiusta, cioè si doveva consentire che lui protestasse; senza poter e dover però risolvere le controversie, sorte internamente alla comunità ebraica e giudaica, intorno alla sua regalità messianica. Questa astensione dipendeva dal patto, istituito di comune accordo, tra l'Impero e detta comunità. Così il potere di Roma, pur agendo in armonia col diritto e la giustizia umana, si rivelava insufficiente a garantire gli stessi valori di rispetto umano promulgati dal suo stesso Impero. Questo fu dunque il rapporto di Roma con la figura teologica cui alludevano le azioni di Yeshua alias Gesù di Nazareth: la coscienza del proprio valore e della propria giustizia, la conferma della propria funzione necessaria al mondo, assieme alla consapevolezza dell'intervenire di un'altra necessità di ordine superiore all'umano, superiore agli dèi di Roma e al Dio quale in essa creduto dalle massime autorità religiose - gli imperatori stessi in qualità di aruspici non sacerdoti dei templi - necessità cui soddisfazione non data attraverso la proclamazione di Dio da parte del suo popolo eletto secondo il segno mondano di Sion, ma solo attraverso il nuovo segno e simbolo, Gesù Cristo.
MAURO PASTORE
Del tuo testo, phyrosphera, non mi convince l'idea di un Gesú antagonista di Roma. Credo in nessuna parte del Vangelo si possa evincere un'idea del genere.
Roma per il Cristianesimo é certamente terreno di conquista, sia Pietro che Paolo sono spinti ad andare in essa, ma senza un intento conflittuale.
Io penso proprio che riporterò il testo in altro argomento di discussione, nuovamente emendato in alcuni particolari, preceduto da una interrogazione filosofica esplicita.
Lo ho pubblicato, già riemendato, anche su altro sito specificamente storico.
(Lo avevo pubblicato anche prima, accluso a commento per altro argomento ancora, poi cancellato.)
MAURO PASTORE