Ho scelto questo titolo perché la tragedia delfica (e soprattutto l'Edipo Re) comporta tante e tali riflessioni da non poter essere facilmente sistematizzate in un titolo definitivo. Sono tragedie che continuano a parlarci e a mandarci segnali contrastanti.
Quando si parla di tragedia, l'alternativa scolastica è la commedia. Nella prima non c'è happy ending, mentre nella seconda si arriva sempre ad una "soluzione finale".
Ma il messaggio reale di quel "no happy ending", qual'è? In Antigone assistiamo al contrasto fra legge scritta (Nomos) e legge della tradizione (Agrapta nomima). La tragedia consiste, dalla parte del lettore, nel non sapere quale delle due leggi debba prevalere per valore morale o semplicemente organizzativo o sociale. L'esito di quel non ricongiungimento è la violenza, violenza pubblica e privata che si sovrappongono.
In Edipo vi è il conflitto fra la legge oracolare di Delfi e il desiderio di una legge individuale, che permetta la propria individuazione. Ed anche in questo caso, l'esito è la violenza.
Ma occorre anche segnalare una differenza. In Antigone la vicenda è in divenire ed ogni scelta dei personaggi potrebbe modificare la storia. Si tratterebbe semplicemente di scendere a compromesso. La tragedia in questo senso è ex/post.
In Edipo, la tragedia è ex-ante. È già stata scritta al crocevia per Tebe, dove, prima della tragedia, Edipo uccide suo padre e di seguito risolve l'enigma della Sfinge.
Ed allora bisogna domandarsi dove si situa l'anello iniziale del "miasma". A me pare che tutto possa derivare dal "prendere alla lettera", prendere alla lettera l'oracolo delfico, sin dall'inizio, fa scattare la tragedia. Se Laio non avesse preso alla lettera l'oracolo iniziale, non avrebbe abbandonato suo figlio sul monte Citerone e se Edipo non avesse preso alla lettera lo stesso oracolo, non si sarebbe allontanato da Corinto. Non ci sarebbe stata tragedia, ma qui interessa proprio questo. Come evitarla? L'evitamento sta appunto nel comprendere gli oracoli come metafore. Sarebbe bastato pensare che ogni ragazzo per diventare uomo deve uccidere suo padre e amare sessualmente sua madre, ma pensarlo simbolicamente.
E qui subentra un altro tema che potrei sviluppare in questi traballanti taccuini, ovvero la distinzione fra sym-ballein e dya-ballein, nella tragedia delfica. Si vedrà.
Citazione di: Jacopus il 05 Maggio 2026, 23:47:12 PMHo scelto questo titolo perché la tragedia delfica (e soprattutto l'Edipo Re) comporta tante e tali riflessioni da non poter essere facilmente sistematizzate in un titolo definitivo. Sono tragedie che continuano a parlarci e a mandarci segnali contrastanti.
Quando si parla di tragedia, l'alternativa scolastica è la commedia. Nella prima non c'è happy ending, mentre nella seconda si arriva sempre ad una "soluzione finale".
Ma il messaggio reale di quel "no happy ending", qual'è? In Antigone assistiamo al contrasto fra legge scritta (Nomos) e legge della tradizione (Agrapta nomima). La tragedia consiste, dalla parte del lettore, nel non sapere quale delle due leggi debba prevalere per valore morale o semplicemente organizzativo o sociale. L'esito di quel non ricongiungimento è la violenza, violenza pubblica e privata che si sovrappongono.
In Edipo vi è il conflitto fra la legge oracolare di Delfi e il desiderio di una legge individuale, che permetta la propria individuazione. Ed anche in questo caso, l'esito è la violenza.
Ma occorre anche segnalare una differenza. In Antigone la vicenda è in divenire ed ogni scelta dei personaggi potrebbe modificare la storia. Si tratterebbe semplicemente di scendere a compromesso. La tragedia in questo senso è ex/post.
In Edipo, la tragedia è ex-ante. È già stata scritta al crocevia per Tebe, dove, prima della tragedia, Edipo uccide suo padre e di seguito risolve l'enigma della Sfinge.
Ed allora bisogna domandarsi dove si situa l'anello iniziale del "miasma". A me pare che tutto possa derivare dal "prendere alla lettera", prendere alla lettera l'oracolo delfico, sin dall'inizio, fa scattare la tragedia. Se Laio non avesse preso alla lettera l'oracolo iniziale, non avrebbe abbandonato suo figlio sul monte Citerone e se Edipo non avesse preso alla lettera lo stesso oracolo, non si sarebbe allontanato da Corinto. Non ci sarebbe stata tragedia, ma qui interessa proprio questo. Come evitarla? L'evitamento sta appunto nel comprendere gli oracoli come metafore. Sarebbe bastato pensare che ogni ragazzo per diventare uomo deve uccidere suo padre e amare sessualmente sua madre, ma pensarlo simbolicamente.
E qui subentra un altro tema che potrei sviluppare in questi traballanti taccuini, ovvero la distinzione fra sym-ballein e dya-ballein, nella tragedia delfica. Si vedrà.
Consiglio l'Amleto e non l'Edipo, per affrontare la questione posta da "Jacopus". Segue mia lunga considerazione, che ritengo generosa non prepotente o inopportuna (meno che mai importuna)."Se ci fosse almeno una tragedia, meglio che niente", è un detto popolare ancora legato ai detti oracolari, oltre che motto del teatro tragico moderno e saggezza dei tragediografi antichi.
Certamente letteralizzare un oracolo può essere un problema, ma dipende dalla forma in cui è emesso. Avvenimenti tragici per l'interpretazione data all'oracolo - ad esempio tradurre elementi mitici in direttamente realisti - o perché l'oracolo richiedeva che all'ascolto vi fossero coscienze autentiche?
Nella antica grecità degli elleni ascoltare l'oracolo di Delfi non poteva essere problematico, tranne che la stessa grecità fosse problematica, in forse o persino inautentica.
Di fatto - criminologicamente - le trame delle tragedie greche classiche attestano proprio una mancanza di sufficiente identità o identificazione nella coscienza greca. La tragedia in tal caso è tale perché il destino greco, negato o trascurato, si fa strada negativamente. L'identità si raggiunge così nella morte e anticiparne a teatro ne evitava l'effettivo compiersi, il ripetersi definitivo di eventi troppo gravi di fuoriuscita dal proprio vero essere nel mondo.
Invece tanta cultura estranea alla grecità ne ha tentato di fare un esempio di ciò che la Grecia era, è senza il Cristo. Questo pare vero, ma si tratta dell'altro fatto, solo simile, che la vera Grecia prese a contenere in sé stessa il principio cristiano, non naturalmente ma perché questo le era risultato di salvezza e non di redenzione, cioè senza una légge come invece tra ebrei e giudei. La storia greca non incontrò Cristo attraverso la predicazione di Gesù di Nazareth ma nella volontà tenace di continuare ancora ad esistere, trovandoLo nel proprio stesso cammino, dalla Stoa fino alla Bisanzio cristiana, passando per le conversioni che sono narrate nella Bibbia. Il biblico Paolo di Tarso dice di Vangelo ricevibile direttamente, da lui conosciuto, oltre che di quello arrivato con la predicazione del messia umano.
La visione di "Jacopus" è dipendente dalla morale cristiana, cioè dal radicale rifiuto dell'esito narrato nelle tragedie, lo stesso che si estrinsecò nella tragedie di Seneca, i cui orrori erano il segno proprio della necessità di un rifiuto radicale. Fede o non fede, era posizione cristiana.
I greci avevano inizialmente la propria identità a salvarli, le risoluzioni erano cioè in principio etniche; e in Euripide si trova la congiunzione con la futura visione cristiana, realizzatasi però nel silenzio elleno ed ellenico durante le conversioni a Cristo, a differenza che nella romanità occidentale. La storia greca non contiene in sé il patos latino; l'interrogativo di "Jacopus" sarebbe stato superfluo per il greco antico, che non doveva risolvere questioni o enigmi; questi erano proiettati, alla fine, su un futuro che mai accadde.
Quindi la lettura di "Jacopus" non è storica, si tratta di una attualizzazione: nella coscienza atea moderna, o sovrastata dall'ateismo moderno, la letteralizzazione delle forme oracolari, la caduta dal simbolo al semplice segno, costituisce il compiersi tragico.
E' il pensiero psicologico junghiano alle prese con i resoconti psicanalitici (non pisicoanalitici, una lettera in meno muta il senso) di Sigmund Freud a scoprire una tragica evenienza dell'animo moderno, alle prese col razionalismo e la scienza incapace di restare alla presenza del numinoso suscitato dai simboli che affollano la nostra mente. Ma - sono riuscito ad arrivare al punto - non è propriamente la tragedia greca antica, tantomeno quella sulla figura di Edipo, a rappresentare questo tormentato animo contemporaneo, bensì quella dell'Amleto shakespeariano, prigioniero dell'alternativa tra essere e nulla ("essere, o non essere",
'to be, or not to be'). Nel ridurre il simbolo a segno, si apre direttamente l'alternativa vita/morte, su cui il personaggio tragico di Amleto è sospeso.
Attraverso il pensiero di E. Jones e J. Starobinsky si nota che "l'edipo freudiano" - una evidente costruzione soggettiva, pseudoletteraria - grava attorno all'Amleto shakespeariano. L'interrogativo pratico che sbarrò il passo del mefistofelico Sigmund Freud era: 'come posso fare a fronte delle manifestazioni, non solo oniriche, dei miei pazienti, a non negare la vita? Come posso conciliare realtà e sogno, ragione e sentimento, scienza e immaginazione?'. Come mostrato da Jung la vicenda del neurologo Freud era sintomatica di un travaglio contemporaneo, la cui risoluzione è nella psicologizzazione; e questo significa capire il valore autonomo dei simboli. La biografia di Sigmund Freud reca il segno della tragedia perché la via scelta fu un irrealizzabile ritorno alla materialità, nella fattispecie con la scommessa impossibile sulla realtà neurale. Il senso possibile dei suoi stessi resoconti gli sfuggì, cercò in ultimo nei farmaci la soluzione che invece si prospettava nella psicoterapia; e in ciò emergeva la sua mentalità... di drogato. Restò cocainomane dai tempi del suo saggio sulla sostanza - una mera elucubrazione, non senza "un cadavere nell'armadio" come si suol dire, cioè un suo paziente restato ucciso dai suoi consigli. Assolto dall'accusa di omicidio solo perché rivelatosi incapace di intendere gli effetti della cocaina, non si liberò mai dalle illusioni sulla sostanza, anche quando le cure altrui lo aiutarono a restare astinente - l'astinenza non è il superamento della tossicodipendenza. Da anziano e malato di cancro sopperiva con l'attaccamento alla morfina. Si mostra questa la sua prospettiva archetipica contenente il mito greco, sotto il segno di
Morfeo - niente morfologia, nessuna forma pura su cui far scienza come sognando (nonostante se ne mitizzasse ai danni della figura dello scienziato V. J. Propp*, come fu detto già); il simbolo della caduta in una divina incoscienza ridotto a segno alienato che fa sembrare divina solo la ragione illuminista... e nessun Faust a dare una prospettiva differente, poiché il germanesimo era odioso a Freud anche mentre viveva nel mondo germanico... Fino a una morte atroce, con antidolorifici ricercati ossessionatamente e senza poter sortire effetto, nell'aggressività verso i sanitari attorno, sino ai segni di peste a causa della distrazione perdurante da tutto il dolore patito - questa la cronaca biografica che trovai riportata su una rivista, in accordo con il resoconto biopsicoanalitico generico dello stesso C. G. Jung.
L'enigma posto nel teatro di Shakespeare verteva sulla oscurità dei sentimenti di Amleto: 'come mai tanta violenza, non è pure lui uomo? allora sono gli altri, od anche gli altri, ad aver generato il male? e come è possibile tanta distrazione altrui?'. Il messaggio della tragedia è al di sopra di una mera psicologizzazione; però la trama ne include l'argomento. L'
Amleto di William Shakespeare si spiega entro l'idea religiosa monoteista, il mondo pieno di segni negativi che appaiono diversi da ciò che indicano ma non mentono; spiegazione che non può fare a meno di una interpretazione pienamente demonologica: non il dèmone che rappresenta la natura nelle sue evenienze negative e che deve esser vissuto con distacco e ascolto per evitarle; ma il demonio che unisce ciò che unito non deve restare, che pone assieme vite per sottoporle a necessità indotte, fino a circostanze che inducono la limitatezza umana a valutare l'ipotesi di una strage. Ipotesi segnata ma ineluttabilmente... e invece il simbolo reca la vicenda dell'angelo caduto, della separazione uomo/Dio, diabolica (
dia-ballein) alla base delle unioni indebite... Ma come si sa le trame di Shakespeare non consentono soluzioni razionalistiche. Nel Principe Amleto v'era il disgusto per una Caduta che si percepiva come estranea. In ciò, storicamente cioè, v'è l'eco del contrasto fra politeismo nordico di matrice celtica e monoteismo orientale di stampo giudaico. E' colpevole l'irruenza senza Dio, memore solo di un divino che pare nient'altro che uno scherzo? O quelli che si ostinavano a starle accanto, in nome di un Dio vero ma rappresentato
malamente nonostante
tante buone intenzioni? E tanta atrocità, reca il segno dell'umanità, o si direbbe tanta intimità il segno di una bestia? Forse si doveva poteva trattare Amleto come una belva furiosa senza precipitarlo nell'inedia? All'origine della trama la vicenda storica dell'incontro-scontro generato dal pensiero dell'arrivo degli
uomini del Nord in mezzo a una società a tutt'altro datasi e voltasi contro i bisogni della storia. Ma il normanno è solo alle porte, ne appare solo l'incubo, non la vitalità che protestava le vere necessità. Il vichingo faceva
soltanto sognare la Vergine ai cristiani portando via la storia della Palestina dalla immaginazione cattolica nel Nord della Francia - per il clero un sogno non poteva essere l'anticipazione della salvezza venuta da Dio, ma tutto mutava. Questa era, all'arrivo delle navi vichinghe, in qualità di segno che evitava la caduta nella viltà; così il variago indossava il
cappuccio mentre un nemico o amico si ravvedeva ed era redento, il copricapo per manifestare che per lui salvezza era opposto accadimento. In ciò l'unione indebita si spezzava, "il demonio spariva quando il
cappuccio era tolto - ma restava un uomo totalmente estraneo accanto a noi". Questo accadeva ad Est, non poteva accadere veramente in Danimarca, luogo del Principe Amleto.
In riferimento all'ateismo moderno, all'evenienza nichilista contemporanea, rammentare l'uomo venuto dal Nord - se non anche un poeta che la sapeva lunga (il bardo, per la precisione
longobardo) e che toglieva senso a tutta l'evenienza negativa (per esempio col viaggio sulla luna cantato da Ariosto) - presenta questo scenario: la manifestazione delle esigenze di sopravvivenza che designificava ogni giudizio, anche quelli da Dio in Cristo, perché basta la volontà di restare vivi. Anche questo però era ed è cristianesimo, ed è in o attraverso questa dimensione religiosa o anche di sola fede che si dà la possibilità per non restare prigionieri dell'alternativa tra il deserto dei segni e il paradiso dei simboli, o proprio per non morire per aver smarrito i significati interiori.
*
Propp era proprio, anche e solo morfologo, nel suo celebre studio sulla
fiaba.
MAURO PASTORE