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Vita Reale e Percorsi Personali => Il Peso del Vivere => Discussione aperta da: Visechi il 10 Maggio 2026, 23:39:12 PM

Titolo: IL SENTIMENTO DEL DOLORE
Inserito da: Visechi il 10 Maggio 2026, 23:39:12 PM
"Non hai ancora imparato che la Prosperità, il Piacere e il Successo possono essere di grana grezza e di fibra ordinaria, ma che il Dolore è la più delicata di tutte le cose create. Non c'è nulla di vivente nell'intero mondo del pensiero o dell'azione in cui il Dolore non vibri in un pulsare terribile, per quanto squisito"
"Dove è il Dolore dimora il suolo è sacro."
"Capisco ora che il Dolore, essendo l'emozione più alta di cui l'uomo è capace, è allo stesso tempo il modello e la riprova di tutta la grande Arte. Quello che l'artista cerca incessantemente è quel tipo di esistenza in cui il corpo e l'anima sono una cosa sola e indivisibile, in cui l'esterno è espressione dell'interno e la forma è rivelatrice"
"Dietro la Gioia e il Riso può esserci un'indole rozza, dura e insensibile. Ma dietro il Dolore c'è sempre il Dolore. La Sofferenza, diversamente dal Piacere non porta maschera."
"Ho detto che dietro al Dolore c'è sempre il Dolore. Sarebbe ancor più saggio dire che dietro al Dolore c'è sempre un'anima. E schernire un'anima sofferente è una cosa tremenda; nelle vite di coloro che lo fanno, la bellezza è assente."
"C'è dell'altro nel Dolore: c'è una realtà intensa e straordinaria."
 
"Ma se, dopo la mia scarcerazione, un mio amico avesse un dolore e si rifiutasse di farmelo condividere, proverei una grande amarezza. Se mi chiudesse in faccia la porta della casa del Dolore, tornerei più e più volte supplicandolo di farmi entrare, per poter condividere quello che ho diritto di condividere. Se egli mi ritenesse indegno, inadatto a piangere con lui, la reputerei l'umiliazione più cocente, il modo più terribile di umiliarmi. Ma ciò non avverrà. Ho diritto di condividere il Dolore, è colui il quale può guardare la bellezza del mondo e prendere parte al suo dolore, e comprendere in parte il miracolo di entrambi, è in contatto immediato con le cose divine, ed è arrivato vicino al segreto di Dio meglio di chiunque altro."
 
Oscar Wilde anche quando scriveva la lista della spesa non riusciva a fare a meno di "fare" letteratura. De Profundis, ovvero intensa lettera dal carcere al suo amante Bosie, Alfred Douglas, un viaggio nel profondo, una voce che erompe dal fondo occulto della sua anima.
 
Qualcuno affermava che scrivere è un po' compiere un viaggio nel profondo, un viaggio – aggiungo io – con gli occhi bendati e le orecchie ottuse, ma pure, in questa cieca ottusità visiva ed uditiva, qualcosa ti tocca, qualcosa lo si percepisce. Nello scritto restano avvinghiati, rappresi e sintetizzati, seppur soffusamente, uno o più momenti di discesa agli inferi. Attimi, momenti, che svaniscono quando la penna è poggiata, quando si è concluso il compito di trasferire su carta i vagiti che provengono dall'intimo. Scrivere significa trasferirli in forma afasica, come un sussulto, come un transito di materia impalpabile che rassegna parte in-essenziale dell'urlo che promana da quel fondo buio ove il canto si mescola al lamento, e la danza è un mesto oscillare fra i bordi che delimitano il nostro gioire e il nostro patire. Scrivere è forse il limine.
Lo scritto, qualsiasi scritto, trasferisce soltanto la risonanza di quell'urlo, portando con sé il calore ghiaccio di quel che ribolle nell'intimo. Non vi è catarsi nello scrivere. Le parole in sé non allietano, non alleviano, non alleggeriscono, al limite danno solo un minimo sfogo a quel che si sente ma che in definitiva non si comprende. È come riordinare una stanza resa caotica da un refolo di vento impertinente, alla fine del riassetto, scorgi che la stanza è ancora nel Kaos, perché non è come la vorresti tu, come il daimon ti suggerisce debba essere. Noi permaniamo in questo conflitto che esacerba Anima - tutto l'essere -, che ci trascina. Ma questa – dico io – è la vita, che ci piaccia o no. Siamo dannati a viverla