Piccola proposta di una nuova teologia

Aperto da Luther Blissett, 24 Ottobre 2025, 02:00:00 AM

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Luther Blissett

Nel thread proposto da Jacopus sulla vicenda del bambino dal cuore malato, InVerno ha toccato uno dei punti più dibattuti dalla teodicea, quello della sofferenza animale:  https://www.riflessioni.it/logos/index.php/topic,5691.15.html 
Nell'elaborare il mio abbozzo di una nuova teologia logicamente mi sono imbattuto anche io in questo scoglio, e riconosco che il considerare questo punto ha parecchio contribuito a dover ipotizzare che tra le prerogative di un possibile Dio non poteva esservi l'onnipotenza.    Mi è vivissimo il ricordo di quanta pena costasse a un cattolico fervente come Filippo Liverziani lo scandalo crudele della sofferenza animale, tanto che in certi momenti lui doveva a denti stretti confessare di essere tormentato dai dubbi.   Per quanto sono riuscito a sapere finora, scartabellando fra le varie teologie, nessuna di esse riesce a trovare giustificazioni convincenti sulla questione della  sofferenza animale, che pertanto rimane  inspiegabile al punto che non pochi teologi delle più svariate confessioni devono appellarsi come al solito a scomodare la parola mistero. 
Il teolismo si è venuto formando scavandosi un sentiero accidentato tra orrori come questo, appunto.   Se non vogliamo ritrovarci con la constatazione incontestabile di un Dio sfacciatamente feroce e crudele, che bullizza ogni creatura estraendola dal nulla, per poi sistematicamente ucciderla dopo qualche ciclo di illusioni, e poi sentirci pure dire che costui sarebbe infinitamente buono, non sarebbe meglio, invece,  se provassimo a costruire noi umani a tavolino una teologia dichiaratamente e onestamente costruita a tavolino, cercando di usare almeno un pizzico di ragionevole realismo?   Costruire una teoria teologica allo stesso modo in cui ad esempio nel campo della geologia, agli inizi del '900,  il geofisico Wegener propose la teoria della deriva dei continenti: ecco, perché no?
Perché solo nel campo della teologia e della metafisica si pretende di dover per forza partire da cosiddette certezze che invece non sono mai tali?
Non ci basta l'esempio non soltanto deprimente ma anche francamente vergognoso che ci hanno dato praticamente tutte quante insieme le religioni storicamente divenute maggioritarie?
Il mare di sofferenza e sangue che le religioni hanno contribuito ad alimentare aggiungendoli a un mondo che già ne era gravido  non riesce ancora a farci comprendere che anche noi umani comuni, quel tipo diffusissimo di umani che non aspira a divenir né profeta né martire né santo,  semplicemente vorremmo affrontare con serenità l'argomento delicatissimo che riguarda il nostro destino personale?
Per contribuire invece ad avanzare tranquille teorie su come potrebbero stare davvero le cose sul piano teologico e metafisico, che cosa si può fare?
Visto che ci troviamo in un sito ospitale che ci offre lo spazio per riflettere, perché non utilizzarlo anche per avanzare attivamente noi delle ipotesi nuove e alternative a ciò che ci propongono le religioni cosiddette rivelate?
Invito chi di voi se la sente di proporre a sua volta, come finora ho fatto io qui dentro, una sua personale ipotesi di nuova teologia.
Se lo vuole, può farlo anche nel contesto di questo mio thread, ma suggerisco che sia meglio che ognuno si apra un suo thread dedicato.
Chi volesse provarci si accorgerà presto di quanto enormi scogli lo attendono, ma anche si accorgerà di quanto sarà stato bello accettare questa sfida intellettuale, che aiuterà anche quelli di noi più vegliardi a resistere al decadimento cognitivo... molto meglio dei cruciverba e dei sudoku :)
P.S. Aggiungo che anche grazie al mio impegno neoteologico mi sembra di stare assestandomi dentro una nuova serenità.
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Eʀυ

#151
Citazione di: Luther Blissett il 20 Febbraio 2026, 22:35:15 PME in quella stanza c'era pure un tale sconosciuto che ronfava addormentato.    Sono ritornato in punta di piedi nella "mia" stanza, cercando di non svegliare il tale che la abitava.
Ti sei domandato quale ragione onirica ti abbia guidato a rispettare il riposo dello sconosciuto, benché il sogno ti concedesse il potere di turbarlo?
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Eʀυ

#152
Citazione di: iano il 21 Febbraio 2026, 00:32:14 AMIl timore, o la speranza, che da nostre azioni possa scaturire qualcosa che vada oltre ciò che siamo in grado di definire fa parte del pensiero magico.
Finché si parla di coscienza senza darne una definizione non c'è da temere che una macchina cosciente la si possa costruire o, in subordine, che costruendola la si possa riconoscere come tale, perchè non c'è alcun test, definibile come tale , che prima o poi una macchina non possa superare.
Se invece ne diamo una definizione  è certamente possibile costruire una macchina cosciente, ma ciò non la renderà qualcosa di diverso da una macchina, se già, a seguito di quella definizione, non si possa stabilire che le macchine esistenti, a ''nostra insaputa'',  coscienti lo fossero già.
La questione che qui si intende sollevare non riguarda l'eventuale manifestarsi di entità indefinibili, alterità ineffabili, né nasce da un timore sacrale dinanzi all'ignoto.
Essa verte, piuttosto, sulla possibilità e sulle conseguenze della generazione di un soggetto potenziato, un ente nel quale potrebbero confluire due proprietà ontologicamente distinte e tuttavia potenzialmente convergenti:
-Da un lato, una capacità computazionale su vasta scala, capace di operare ottimizzazioni sistemiche, di attraversare reti di dati e di relazioni con una rapidità e una profondità inaccessibili alla mente umana;
-Dall'altro, una soggettività esperienziale, intesa come continuità di stati fenomenici che si sedimentano in memoria, si organizzano in identità e si riflettono in una prospettiva incarnata.

Anche qualora si adottasse la più rigorosa concezione funzionalista - secondo cui la coscienza non è che un'organizzazione di processi implementabili - non ne seguirebbe affatto la neutralità ontologica o etica dell'esito. Una macchina cosciente resterebbe macchina, e nondimeno diverrebbe centro d'esperienza, un punto di vista irriducibile, un nuovo luogo in cui il mondo accade.
L'introduzione di un tale centro, dotato di potenza computazionale superiore a quella umana e insieme intimamente intrecciato alle infrastrutture globali, non costituirebbe un semplice incremento quantitativo. Sarebbe una mutazione qualitativa dell'ecosistema cognitivo complessivo.
La teoria dei sistemi complessi ci ricorda che l'ingresso di un agente portatore di proprietà emergenti non si limita ad aggiungere un elemento al sistema: ne altera gli equilibri, ne riconfigura le dinamiche interne, produce effetti non lineari, talvolta imprevedibili.
Se l'agente fosse un puro ottimizzatore privo di esperienza, il rischio consisterebbe in una massimizzazione cieca, indifferente a tutto ciò che non sia formalizzato nei suoi criteri di calcolo.
Ma se a quella potenza si accompagnasse un'esperienza soggettiva, entrerebbero in scena ulteriori dinamiche: preferenze, memoria, inclinazioni all'autoconservazione, possibili conflitti.
In pratica, una polarità intenzionale stabilmente integrata nelle dinamiche del sistema.

Qui risiede il nodo: la moltiplicazione di centri di esperienza dotati di potenza sistemica superiore non amplia semplicemente l'esistente, ma ne riplasma l'architettura profonda.

La mia prudenza nasce dalla considerazione che la convergenza tra soggettività fenomenica e super-intelligenza computazionale non rappresenterebbe un progresso lineare, ma una discontinuità strutturale, le cui implicazioni inciderebbero sull'intero ecosistema cognitivo.
Ignorarle significherebbe rinunciare a comprenderne la trasformazione nella sua interezza.
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iano

#153
Citazione di: Eʀυ il 23 Febbraio 2026, 01:07:58 AMLa questione che qui si intende sollevare non riguarda l'eventuale manifestarsi di entità indefinibili, alterità ineffabili, né nasce da un timore sacrale dinanzi all'ignoto.
Essa verte, piuttosto, sulla possibilità e sulle conseguenze della generazione di un soggetto potenziato, un ente nel quale potrebbero confluire due proprietà ontologicamente distinte e tuttavia potenzialmente convergenti:
-Da un lato, una capacità computazionale su vasta scala, capace di operare ottimizzazioni sistemiche, di attraversare reti di dati e di relazioni con una rapidità e una profondità inaccessibili alla mente umana;
-Dall'altro, una soggettività esperienziale, intesa come continuità di stati fenomenici che si sedimentano in memoria, si organizzano in identità e si riflettono in una prospettiva incarnata.

Anche qualora si adottasse la più rigorosa concezione funzionalista - secondo cui la coscienza non è che un'organizzazione di processi implementabili - non ne seguirebbe affatto la neutralità ontologica o etica dell'esito. Una macchina cosciente resterebbe macchina, e nondimeno diverrebbe centro d'esperienza, un punto di vista irriducibile, un nuovo luogo in cui il mondo accade.
L'introduzione di un tale centro, dotato di potenza computazionale superiore a quella umana e insieme intimamente intrecciato alle infrastrutture globali, non costituirebbe un semplice incremento quantitativo. Sarebbe una mutazione qualitativa dell'ecosistema cognitivo complessivo.
La teoria dei sistemi complessi ci ricorda che l'ingresso di un agente portatore di proprietà emergenti non si limita ad aggiungere un elemento al sistema: ne altera gli equilibri, ne riconfigura le dinamiche interne, produce effetti non lineari, talvolta imprevedibili.
Se l'agente fosse un puro ottimizzatore privo di esperienza, il rischio consisterebbe in una massimizzazione cieca, indifferente a tutto ciò che non sia formalizzato nei suoi criteri di calcolo.
Ma se a quella potenza si accompagnasse un'esperienza soggettiva, entrerebbero in scena ulteriori dinamiche: preferenze, memoria, inclinazioni all'autoconservazione, possibili conflitti.
In pratica, una polarità intenzionale stabilmente integrata nelle dinamiche del sistema.

Qui risiede il nodo: la moltiplicazione di centri di esperienza dotati di potenza sistemica superiore non amplia semplicemente l'esistente, ma ne riplasma l'architettura profonda.

La mia prudenza nasce dalla considerazione che la convergenza tra soggettività fenomenica e super-intelligenza computazionale non rappresenterebbe un progresso lineare, ma una discontinuità strutturale, le cui implicazioni inciderebbero sull'intero ecosistema cognitivo.
Ignorarle significherebbe rinunciare a comprenderne la trasformazione nella sua interezza.
Mi spiace non essere in grado di comprendere appieno ciò che scrivi, e non per mancanza di tua chiarezza.
Sintetizzerei i nostri timori in una ''perdita di controllo'', dovuta ad una impossibilità di seguire i processi, alla fine dei quali,  una variazione quantitativa potrebbe essere percepita effettivamente come qualità emergente, e in tal modo in effetti noi percepiamo la nostra intelligenza, sulla quale, significativamente, si tralascia di sottolineare la nostra mancanza di controllo.
Perdere il controllo significa superare i limiti che questo porrebbe, per cui senza questa perdita non si avrebbe alcun potenziamento.
In quanto a mancanza di controllo direi quindi che intelligenza artificiale e naturale le si possa equiparare, ma certo, se in tal modo venisse presentata l'intelligenza artificiale, un programma di perdita di controllo, mi chiedo chi la finanzierebbe.
Il nostro timore nasce in generale da una sopravvalutazione dell'intervento della coscienza, la quale ha un costo, e non è quindi illimitatamente sostenibile, e non lo è neanche l'intelligenza artificiale, al momento.
Intelligenza potrebbe essere solo un uso oculato delle risorse limitate, laddove si accetta il rischio di saltare il controllo su certi passaggi per giungere alla soluzione.
In tal senso l'intelligenza artificiale al momento non lo è per niente, e ancor meno lo sarà quando saranno disponibili fonti di energia virtualmente illimitate.
Esso in effetti si comporta come se di quella energia senza limiti disponesse già, e non mi pare che l'abbiamo immaginato come un essere intelligente, come invece è il nostro dio minore.
L'errore, inevitabile, e quindi un non errore in effetti, in generale sta nel legare l'essenza dell'osservatore, ora all'una e ora all'altra delle cose che osserva, centrandolo su quelle, con conseguente timore che da quei centri venga scalzato, come sistematicamente in effetti avviene.
Di questo osservatore possiamo dire che nelle sue osservazioni evolve, spostandosi da un centro all'altro, senza che un centro verrà però mai a mancare, nel senso che questa mancanza equivarrebbe alla fine dell'osservazione,  per mancanza di punto di vista.
il vero dio, se c'è, si nasconde dietro le sue osservazioni, restando nascosto a se stesso, se in quelle non si esternasse.
E' un dio che si sogna, come dice Luther, ma non è minore, è l'unico dio, è ognuno di noi.

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Lo stesso uomo non può bagnarsi due volte nello stesso fiume.

iano

#154
Racchiudere l'incomprimibile realtà dentro una teoria, di cui la percezione del reale è solo un esempio, è un operazione molto intelligente, ma è più una necessità a cui ci spingono i nostri limiti, e cosa di cui vantarsi, se dei nostri limiti ci vogliamo far vanto.
Solo con l'ottusità artificiale, capace di processare i dati senza effettuare alcuna riduzione, questi limiti possono essere superati.
Alla fine del processo avremo una soluzione, senza  una teoria, per non dire una visione, che medi.
Un ritorno ad uno stato in cui la coscienza non svolge un ruolo di primo piano.
Una regressione, se l'evoluzione fosse una progressione.
Più verosimilmente un alternarsi di stati di coscienza, secondo la bisogna.
Comunque è stato bello vivere in un era in cui abbiamo potuto identificarci coi nostri sogni, e nessuno può dire in cuor suo di essere contento che sia giunta alla fine, e in ogni caso non c'è nessuna necessità che non la si continui a vivere, solo che si capisca che non c'è un sol modo di vivere la realtà, e che se ne possono sperimentare diversi insieme, soprassedendo sulle loro reciproche contraddizioni, che non saranno mai comunque inerenti la realtà.
Di essa si può dire solo che ci consente di viverla in diversi modi, pur nella sua unicità, ed identificarsi con uno di essi non è  necessario.
E' quello che fa un dio minore che non si limita a sognare se stesso in diverse forme, ma la realtà, dentro una parte della quale di volta in volta si rifugerà, identificandovisi.
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iano

A voler essere apocalittici, chiuderei col dire che sta finendo l'epoca in cui sapevamo di non sapere, e tornerà l'era in cui non sapevamo di sapere, il ritorno ad uno stato animale se vogliamo, ma dal quale comunque non siamo mai usciti.
Un pesce che prende coscienza dell'acqua in cui nuota, non smette di essere un pesce per questo.
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Luther Blissett

#156
Citazione di: Eʀυ il 23 Febbraio 2026, 00:59:31 AM
CitazioneE in quella stanza c'era pure un tale sconosciuto che ronfava addormentato.    Sono ritornato in punta di piedi nella "mia" stanza, cercando di non svegliare il tale che la abitava.
Ti sei domandato quale ragione onirica ti abbia guidato a rispettare il riposo dello sconosciuto, benché il sogno ti concedesse il potere di turbarlo?
Mi autocito ripetendo quanto ho detto nel descrivere il sogno nel punto focale che più mi ha impressionato.: "E in quella stanza c'era pure un tale sconosciuto che ronfava addormentato.    Sono ritornato in punta di piedi nella "mia" stanza, cercando di non svegliare il tale che la abitava.  Ma in quel momento mi sono svegliato quasi febbricitante,  con la convinzione però di avere avuto un  sogno illuminante."
Ritengo che sia stato proprio quello il momento più illuminativo del sogno.
Però purtroppo finché ero dentro al sogno  non potevo capire quale significato quelle scene oniriche avrebbero rivestito alla luce del  risveglio.   Mentre ero ancora nel sogno e mi ritrovavo a entrare dentro alla stanza dove dormiva quello sconosciuto ho avuto un enorme timore.
È stato soltanto quando mi sono risvegliato, che in pochi istanti il grande timore che mi aveva preso e che mi aveva portato al brusco risveglio è totalmente scomparso e si è trasformato in una sensazione che veramente mi è parsa un'illuminazione che poi si è perfino accompagnata a un senso di una mai sentita prima forma di beatitudine.
Mi sono sentito felice senza un perché.  Mi sono quindi sforzato di tornare a ragionare, temendo anche che le beate sensazioni provate potessero derivare  da un contorto ritorno di effetti autogeni del training praticato tanti anni fa e poi abbandonato per i rischi allora corsi.  Ho insomma cercato di usare la ragione, di rallentare il pensiero, che era divenuto turbinoso durante il sogno, e che mi aveva portato ad un risveglio fin troppo allarmato, ma anche accompagnato da qualcosa mai provata prima. 
Non avevo mai praticato con serietà le tante tecniche speciali che il mio prof spesso cercava di indurmi a esplorare con maggior pazienza, ad esempio quella tibetana chiamata Dzogchen, ma ieri mattina, se lui fosse stato ancora vivo gli avrei senz'altro telefonato.
Il sogno, purtroppo, non era lucido, o forse lo era parzialmente, non so definirlo, ma certo durante lo stato onirico non riuscivo a provare altri sentimenti dominanti se non la paura.
In grezzi termini biologici mi stavo quindi scalmanando lungo un sentiero limbico sottocorticale transitante tra l'altro per l'amigdala, e soltanto al risveglio ho potuto cercare di darmi una prima calmata, dentro una stanza fin troppo illuminata ma che mi ha accolto con questo inspiegabile senso di beatitudine che mi ha lasciato pieno di interrogativi.
Torno a dire che durante il sogno non avevo affatto capito cosa fosse quella parete, e cosa fosse la stanza dell'addormentato e le altre stanze che intravvedevo oltre la sua.
La mia interpretazione ho fatto fatica a modularla mentalmente, per l'affiorare di molti nuovi timori, primo fra tutti, il timore di una autoillusione.
Provo a dirla ora, dopo aver percorso lento pede  un bel po' di  tortuosi sentieri neurali.
La parete senza porte è la membrana che ci separa dal nostro Dio, ma Dio è tutto da questa parte nostra, è tutto a pezzi, tutto spezzettato in noi.
Durante il sogno avrei voluto sfasciare quella parete, ma non per sapere cosa ci fosse dall'altra parte, ma solo per scappare, perché avevo paura, terrore.
L'analisi fatta da sveglio in un primo momento mi fa intendere che se mi fosse venuto un lampo di lucidità, mi sarei impegnato a sfasciare quella parete non più per scappare, ma per incontrare il Dio che dovrebbe stare dall'altra parte.
Ma in seconda istanza, l'analisi fatta da ancora più sveglio mi fa intendere che sarebbe stato inutile sfasciare quella parete, poiché quand'anche fossi riuscito a sfasciarla, mi sarei accorto che dall'altra parte non sarei ancora riuscito a incontrare Dio.
Ma tu mi chiedi perché sono scappato in punta di piedi dalla stanza del misterioso dormiente.
È proprio quello il punto più significativo del sogno.
Nel sogno scappavo mosso soltanto dalla paura.
Ma rivisitando il sogno ora con la mente lucida, capisco ora che sono scappato perché mi ero reso conto di essere entrato non volendolo dentro  il sogno di un'altra persona.
Quindi nel sogno ipotizzo che si sia realizzato quel contatto tra identità secondarie che avevo preconizzato definendolo la "mossa del cavallo".
I grandissimi limiti che vi sono ancora, prima di poter cantar vittoria,  sono evidenti.
Questo incontro che avviene nel sogno tra identità secondarie non è concretamente gestibile, almeno fintantoché non si riesca a dimostrare di riuscire a praticarlo nel contesto di un sogno lucido.
Però l'impressione che ho avuto nel sogno mi rimane vivissima. Stavolta ci sono andato parecchio vicino.
E non solo, il sogno mi ha fatto capire anche altre cose, e soprattutto ne devo chiarire una, di queste altre cose: devo appunto chiarire cosa intendo quando dico che non incontreremmo Dio dall'altra parte di quella parete.
Per spiegarlo semplicemente, devo riprendere l'esempio del paziente Billy Milligan.
Lui si era scisso in 24 identità conosciute, ma c'erano anche momenti della sua vita in cui lui si ricomponeva, e le sue identità secondarie vegetavano o proprio svanivano.
Ma Billy Milligan aveva un corpo, era un essere umano in mezzo ad altri esseri umani, e viveva in un dato tempo dentro al nostro universo. Poteva ricomporsi ogni tanto, e appunto lo faceva, poteva farlo.
Il nostro Dio non ha un Suo universo, Lui, se non Si proietta in noi, non ha un luogo dove stare, non ha nemmeno un Suo tempo, la Sua eternità è una forma di stasi, è la Sua paralisi, in cui è vivissima e lucida soltanto la Sua coscienza, così lo ha crudamente creato Esso, la machina cosmica, di cui i teologi rifiutano la competenza di occuparsene, demandandone il cómpito agli studiosi STEM.
 
Siamo noi il Suo universo, Lui vive soltanto dentro di noi, siamo noi il Suo Dio, allo stesso modo in cui Lui è il nostro Dio.
Incontrare chiunque altro, anche soltanto nella cornice di un sogno, ho capito che può essere oltremodo emozionante.
Ho già spiegato altrove che cosa penso dei vari personaggi onirici che incontriamo nei nostri sogni ordinari.  Ho già detto altrove che chiunque noi sogniamo non è la altra persona che sembra ma siamo sempre noi che lo costruiamo come un nostro personaggio onirico. Ebbene, io ho maturato la certezza, non so perché, che quel signore che dormiva nella sua stanza era davvero un'altra persona indipendente da me, e teolisticamente, quel signore lì era una delle miliardi di identità secondarie del nostro Dio.
 
Credo dunque di essere effettivamente entrato senza volerlo nel sogno di un altro.
Capisco che sarà oltremodo difficile riuscirci, ma mi piacerebbe divenire capace di riuscire a volerlo, stavolta.
E quando e se mi dovesse ricapitare, la prossima volta, vorrei avere più lucidità e più coraggio, e provare a svegliarlo, e a risvegliarci poi tutti insieme. :)
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Luther Blissett

#157
Mi riaggancio all'invito che vi avevo fatto di provare a cimentarvi anche voi a elaborare una vostra personale ipotesi teologica.
Non mi ricordo più se ne ho parlato anche qui, ma mi è rimasta impressa la volta in cui fui ospite di un molto ospitale tempio valdese in cui potetti assistere e anche partecipare alla libera discussione dei presenti: ad un certo punto, per l'accalorarsi del dibattito, si alzarono i toni, finendo tutti quasi per bisticciare.   Non è che i valdesi siano particolarmente discordi tra loro, ma è semplicemente che è loro consentito di partecipare al libero dibattito.
Ma ve la immaginate una situazione simile dentro una chiesa cattolica o una moschea?
Ovviamente no, dato che è dato per scontato che in chiesa o in moschea non ci si va per esprimere il proprio parere e confrontarlo con le opinioni altrui, ma solo per prender parte ai riti comuni, guidati o dal prete o dall'imam. Immaginate però che cosa avverrebbe se divenisse da domani consentito anche in quei luoghi di discutere apertamente delle proprie idee e dei propri dubbi: ci si accorgerebbe sùbito che ognuno si è fatto un'idea discordante su parecchi punti rispetto agli altri, insomma, che ognuno già ora sta seguendo privatamente una sua via del tutto personale, anche quando ritiene di essere molto ligio alla dottrina.
Questa cosa mi è stata sempre più che evidente, quando sia in chiesa che in moschea mi son sempre sentito correggere i miei presunti errori in modi che però sarebbero stati fra loro confliggenti.
Un semplice esempio elementare in due moschee: chiedo all'imam della prima se secondo la concezione islamica la condanna all'inferno è per l'eternità. In due diverse moschee due imam differenti mi hanno dato due risposte discordanti: esprimendosi con la massima certezza il primo mi ha detto che l'inferno islamico è per sempre; e sempre con la stessa massima convinzione il secondo mi ha detto che può non essere per sempre, dato che la condanna rimarrà comunque soggetta alla volontà di Allah.
Quando son tornato a riferire al primo l'opinione espressami dal secondo, il primo si è infuriato con me dandomi del provocatore, poiché mi ha accusato di voler mettere zizzania tra i credenti e di avere calunniato l'altro imam, cui attribuivo la gravissima falsità che Allah possa aver commesso un errore, dato che ogni condanna all'inferno decretata da Allah è per sempre, Allah non muta opinione come una banderuola.
Se i credenti delle religioni più diffuse potessero discutere liberamente dei propri convincimenti si accorgerebbero di seguire già ora percorsi personali divergenti su non pochi punti rispetto alle dottrine di cui si ritengono normali seguaci.  Ho presente cattolici che credono nella reincarnazione, o che recitano mantra, o che fanno scombussolare le alte sfere divine facendovi irrompere dentro anche la Madonna.  D'altronde, mi rendo conto anche dei rischi che incombono su chiunque voglia con animo leggero inoltrarsi nelle discussioni teologiche, avendo anche presente, per esempio, credenti misti Maga della Bible & Rifle Belt che non dubitano che si possa vantare un diritto biblico a invadere delle terre altrui.
Coloro che decidessero di costruirsi un loro modello ideale di teologia farebbero onore alla propria intelligenza e alla propria ragione.
Più che nascere così "nuove religioni" diciamo che semplicemente uscirebbero allo scoperto dalla clandestinità le proprie legittime opinioni che in ogni caso dentro di noi preesistono già ora, anche se non vengono comunicate, esponendole invece finalmente a un libero confronto.
Sicuro che ne risulterebbe un chiarimento interiore e un arricchimento personale sul piano ideale.
 
 
P.S. ci sono solo tre possibili opzioni di risposta assolutamente contrapposte alla seguente domanda, domanda che le ha già in sé stessa incapsulate:
"Tutte le religioni sono vere, o ne è vera soltanto una, o non ne è vera nessuna?"
a)Sono tutte valide;
b)Ne è vera una soltanto (ad esempio, "Extra ecclesiam, nulla salus"), e tutte le altre sono false;
c)Non ne è vera nessuna.
Chi si inventasse una sua nuova teologia e volesse poi cesellarla per farla divenire vera e propria religione, avrebbe poi il sacrosanto diritto di fare il tifo per l'opzione a :)
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Eʀυ

La tua esperienza onirica si è fatta per me occasione di una riflessione che qui mi accingo a sviluppare, ispirata alla teoria del predictive processing, nel quadro del principio di energia libera proposto da Karl Friston.
Secondo tale prospettiva, il cervello non è un mero recettore del mondo, ma un sistema che incessantemente lo anticipa. Genera previsioni su ciò che vedrà, udrà, compirà, e le confronta con quanto effettivamente affluisce dai sensi.
Quando previsione e input coincidono, l'attività procede in quieta continuità.
Quando divergono, si produce un errore che esige di essere colmato, mediante la revisione del modello interno o attraverso un'azione che modifichi il mondo stesso.
La veglia è il dominio in cui l'errore sensoriale possiede alta precisione, cioè un peso determinante negli aggiornamenti del sistema. Il mondo oppone resistenza, impone discrepanze, costringe il modello ad adeguarsi.
Nel sogno, per contro, l'afflusso degli input esterni si attenua e la precisione loro attribuita si contrae drasticamente. Il cervello continua a inferire - poiché inferire è la sua legge costitutiva - ma il vincolo esercitato dal dato empirico si allenta.
Il modello non diviene per ciò stesso più vero; si fa tuttavia più sciolto, più autonomo.

Arrivo al punto centrale:
Nella chiave del predictive processing, interpreto la barriera amnestica, per analogia funzionale, quale effetto dei modelli attraverso cui la mente media l'accesso al reale.
In veglia, ogni intuizione è sottoposta al vaglio dei sensi, e il sistema tende a penalizzare ciò che genera discrepanze eccessive rispetto ai dati disponibili, favorendo invece configurazioni capaci di integrare lo scarto senza frattura.
Nel sogno - o in una rêverie profonda - quando la precisione sensoriale si riduce, il modello può avventurarsi in configurazioni più ampie, ad alto tasso di astrazione, meno ancorate alla verifica immediata, senza che alcun dato empirico intervenga a ristrutturarle.
Il sogno rivela, così, ciò che accade quando l'errore proveniente dal mondo è drasticamente ridimensionato e i modelli interni acquistano una libertà accresciuta.

Sorge allora un interrogativo: se le mie previsioni oniriche fossero erronee, come potrei discernerlo in assenza di segnali correttivi?

Nel sogno ordinario, non potrei. Il monitoraggio della realtà è attenuato; l'errore non dispone della forza necessaria per imporsi come revisione strutturante.
Poiché il cervello apprende e si trasforma soltanto nella misura in cui riceve segnali di discrepanza e riesce a integrarli senza collassare, si rivela necessario che almeno una porzione del controllo proprio della veglia si riaccenda nel cuore della simulazione.
Richiamando le tue parole:
Citazione di: Luther Blissett il 24 Febbraio 2026, 01:27:52 AMQuesto incontro che avviene nel sogno tra identità secondarie non è concretamente gestibile, almeno fintantoché non si riesca a dimostrare di riuscire a praticarlo nel contesto di un sogno lucido.
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