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Vecchio 27-10-2004, 03.45.07   #1
neman1
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La forma giapponese della verità

di Cristiano Martorella

Nel 1936 il filosofo tedesco Karl Löwith, per sfuggire alle persecuzioni razziali, soggiornò in Giappone, dove insegnò all'Università di Sendai fino al 1941, anno in cui il Giappone entrò in guerra.
Questa esperienza di Löwith non fu marginale, ma influenzò non poco la sua concezione della storia della filosofia, soprattutto nella sua critica all'impostazione teologica ebraico-cristiana. Ciò gli fu possibile grazie all'esperienza in Giappone che gli aveva permesso di vedere la filosofia occidentale in modo distaccato e diverso.
Löwith fu un attento osservatore del mondo giapponese e scrisse interessanti saggi sulla mentalità dei giapponesi, attualmente riordinati e pubblicati in maniera più unitaria (Löwith, Karl. 1995. Scritti sul Giappone. Rubbettino, Soveria Mannelli.)

Löwith afferma che la verità giapponese non coincide con la verità occidentale. Ma soprattutto è l'uso che si fa del concetto di verità che è totalmente diverso. "In Giappone, comunque, la gentilezza - o meglio una bugia convenzionale - è il criterio di ciò che chiamiamo verità", ci spiega Löwith.
Egli aggiunge che i giapponesi sono "incapaci di rispondere in modo adeguato a domande che per loro sono troppo dirette e insistenti". Perciò la verità diventa qualcosa che è contrattato: "Che la verità si debba esprimere in modo franco rispecchiando un'opinione personale, è agli occhi del giapponese un segno di rozzezza e egoismo, perché non tiene in minimo conto i sentimenti dell'altro. Una verità negoziata in modo socievole, agevola un'atmosfera di reciprocità nel tacito accordo sulle regole del gioco".
Ma soprattutto Löwith ci indica con chiarezza cos'è la verità per i giapponesi: "Per loro la verità è una cosa tutta pragmatica, che può essere modificata a seconda della situazione concreta".
Löwith ci fornisce una definizione del concetto di verità giapponese davvero pregnante che diventa essenziale per il nostro modello di comprensione del pensiero giapponese. La verità occidentale si basa su una adaequatio rei et intellectus, un confronto e paragone con la realtà, mentre la verità giapponese è in relazione con la comunità degli individui in cui essa è condivisa. Il rapporto è completamente diverso.

Verità occidentale------ Verità giapponese
Adeguatezza alla realtà------ Uso strumentale
La verità è una sola------- Le verità sono molteplici
La verità è esterna al soggetto------- La verità è interna al soggetto
Il criterio di giudizio è in rapporto ai fatti-------- Il criterio di giudizio è in rapporto alla comunità

La verità giapponese non può usare il criterio della adaequatio rei et intellectus perché, come abbiamo visto in precedenza, non esiste una concezione della realtà come quella occidentale. La realtà del giapponese è la sua anima e il suo sentire, non altro.
Non esistendo una realtà oggettiva, non può esistere una verità oggettiva. Perciò la verità è qualcosa che è contrattato. Il risultato è una concezione relativistica della verità.
Questa concezione del relativismo della verità ha avuto un'esposizione artistica nel celeberrimo film Rashoumon di Kurosawa. Kurosawa mise in scena alcuni episodi tratti dall'omonimo libro di Akutagawa Ryuunosuke. Uno di questi episodi è quello del racconto intitolato Yabu no naka (Nella boscaglia).
In un bosco è stato trovato il cadavere di un samurai, e per il delitto sono processati il bandito Tajomaru e la moglie del samurai. Essi sono interrogati. Il bandito dice di aver aggredito la coppia e di aver legato il samurai. Dopo aver avuto un amplesso con la donna, fu ella a suggerirgli di uccidere l'uomo e di scappare insieme. La moglie del samurai afferma invece che dopo essere stata violata, il marito la guardava con disprezzo. Ella lo uccise per punirlo. Ma attraverso una sciamana viene interrogato anche lo spirito del samurai. Il samurai dice di essersi ucciso per disperazione e per riscattare l'onore perso dopo aver visto la donna mettersi d'accordo con il bandito. Chi mente? Dov'è la verità nei tre racconti? La morale di questa vicenda è che "ricordiamo solo quello che ci fa comodo, e ci abbellisce agli occhi degli altri".
Questo film di Kurosawa ebbe un enorme successo, tanto da essere premiato con il Leone d'oro nel settembre 1951 e più tardi con l'Oscar. Per noi ha un immenso valore perché è la rappresentazione artistica del concetto di verità giapponese descritto da Löwith.
Forse questa è la prima volta che si usa un film come documentazione di un trattato filosofico, ma noi siamo figli dei nostri tempi e sappiamo quanto sia forte l'influenza della cinematografia nella nostra epoca.

Ciao

Ultima modifica di neman1 : 27-10-2004 alle ore 03.52.38.
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Vecchio 01-11-2004, 16.26.18   #2
Giuliano
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"ricordiamo solo quello che ci fa comodo, e ci abbellisce agli occhi degli altri".

Laborit (henry) , direbbe che ricordiamo quello che ci abbellisce e che fa comodo a noi e al nostro inconscio

i giapponesi sono stati forse in qualche modo precursori della "scoperta" ottocentesca dell'inconscio e della soggettivita' interpretativa a cui questo ci conduce

Saluti
Giuliano is offline  
Vecchio 02-11-2004, 20.33.05   #3
odos
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Ciao Neman

innanzitutto i miei più vivi complimenti!!!!
Ciò che scrivi in questa discussione e in quella sullo zen, è per me di estremissimo interesse.

Avrei tantissime domande, ma comincio con paio:

in che modo convive questa verità, con quella tutta occidentale che sta alla base del progresso tecnico-scientifico, di cui il giappone costituisce un'avanguardia?

E in che misura questa verità costituisce la visione del mondo del "giapponese"?

Un saluto
odos is offline  
Vecchio 04-11-2004, 06.19.07   #4
neman1
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Ciao Odos

e grazie per i complimenti anche se ero convinto si notasse il fatto che, per comodità mia, riportavo testi di gente che la vede come me dal Web.

La filosofia giapponese fra pop e new age
di Cristiano Martorella

La definizione di beat zen fu formulata da Alan Watts nel tentativo di chiarire la sua posizione rispetto al successo popolare che lo zen stava avendo in America negli anni '50. Alan Watts introduceva una distinzione fra beat zen e square zen utilizzando una terminologia già esistente e di estrema attualità(1). Con square zen si indica lo zen istituzionalizzato delle scuole Soutou e Rinzai, mentre con beat zen si definisce lo zen popolare e volgarizzato, spesso collegato a movimenti artistici. Le parole square (quadrato) e beat (fallito) provengono dal linguaggio hipster degli anni '50. Square, il conformista, si opponeva a beat, alla gioventù bruciata che viveva nelle strade e nelle comunità artistiche. Alan Watts non si schiera a favore di un genere di zen contro l'altro, e con saggezza mostra quanto sia sconveniente creare una simile contrapposizione poiché lo zen è meno formale di quanto si creda. La gerarchia e l'istituzionalizzazione è avvenuta soltanto dopo un processo storico che ha assorbito lo zen nella società.

Nel corso dei secoli, comunque il processo di rifiuto dell'insegnamento e il rispondere alle domande con altre domande è diventato sempre più formale. Sono sorti dei templi e degli istituti dove viene impartito un vero e proprio insegnamento e questo a sua volta ha creato problemi di proprietà, amministrazione e disciplina costringendo il buddhismo zen ad assumere la forma di una gerarchia di tipo tradizionale. Nell'Estremo Oriente questo fenomeno è continuato fino a divenire parte del paesaggio e alcuni dei suoi inconvenienti sono annullati dal fatto che sembra essere del tutto naturale. Non vi è nulla di "esotico o speciale" in questo fenomeno. Anche le cose organizzate possono crescere con naturalezza. Ma a me sembra che trapiantare questo stile zen in Occidente sarebbe una cosa del tutto artificiale.(2)

Alan Watts non intende favorire un genere di zen a discapito di un altro. Addirittura arriva a dire che beat zen e square zen possono completarsi a vicenda per dare vita a una forma di zen pura e vivace. Comunque, se si può giungere al satori (illuminazione) seguendo ambedue le vie, Watts coglie l'occasione per far notare gli errori dei seguaci di entrambe le scuole. Gli studiosi formali dello zen hanno la tendenza ad attribuire un valore eccessivo alle idee e ai concetti, studiando rigorosamente i testi e dimenticando che essi sono soltanto dei mezzi. Addirittura assumono un atteggiamento snob che rifiuta la spontaneità e la creatività. Perfino Suzuki Daisetsu fu considerato nelle università americane come un semplice divulgatore, piuttosto che uno studioso serio e originale. Ciò avvenne perché si dava troppa importanza alla sistematicità e al rigore scientifico. L'altro errore è costituito dall'attrattiva che le religioni esotiche esercitano sugli occidentali. Spesso si tratta di un interesse nato dall'insoddisfazione per le religioni monoteiste, però è una curiosità che rimane a un livello superficiale e immaturo, piuttosto confuso, qualcosa che ricorda le tendenze mistiche del movimento new age. Alan Watts cerca di mettere in evidenza, e a nostro giudizio vi riesce, le motivazioni che spingono ad abbandonare le religioni monoteistiche nel mondo moderno.

L'universo giudaico-cristiano è un universo in cui il bisogno morale, l'ansia di essere nel giusto abbraccia e penetra ogni cosa. Dio, l'Assoluto stesso, è il bene opposto al male e così essere immorali o sbagliare significa sentirsi un esiliato non solo dalla società umana ma anche dall'esistenza stessa, dalla radice e dalla base della vita. Sbagliare suscita quindi un'angoscia metafisica e un senso di colpa - uno stato di dannazione eterna - del tutto sproporzionato al crimine commesso. Questa colpa metafisica è così insopportabile che infine sfocia nel rifiuto di Dio e delle sue leggi, che è proprio quello che è successo al movimento del secolarismo, del materialismo e del naturalismo moderni. La moralità assoluta distrugge profondamente la stessa moralità, perché le sanzioni che invoca contro il male sono eccessive. Non ci si cura il mal di testa tagliandosela. Il fascino dello zen, come quello di altre forme di filosofie orientali, è dato dal fatto che questo rivela, dietro al regno incalzante del bene e del male, una vasta regione di se stessi per la quale non è necessario sentirsi in colpa o fare recriminazioni, dove infine l'io non è distinto da Dio.(3)

Alan Watts suggerisce qualcosa di molto acuto per evitare l'errore appena descritto.

Ma l'occidentale che è attratto dallo zen e che è in grado di capirlo profondamente deve avere un attributo indispensabile: deve capire la propria cultura in modo così completo da non venir più influenzato inconsciamente dalle sue premesse.(4)

Questa affermazione è condivisibile, e aggiungiamo che costituisce una convalida a quanto abbiamo sostenuto riguardo al concetto di specificità giapponese(5). La specificità giapponese può essere compresa soltanto se conosciamo bene la cultura occidentale, perché specificità e universalità sono unicamente le due facce della stessa medaglia, la realizzazione concreta di storia e cultura. Comprendere il processo universale della storia permette di distinguere l'autentica specificità delle differenti culture, altrimenti si resta a un livello astratto. Alan Watts sposta questo concetto all'ambito individuale. Ed è corretto procedere così. Bildung (formazione) della persona e disciplina zen coincidono secondo un modo un po' riduttivo ma efficace d'intendere il buddhismo. Eppure c'è qualcosa di molto più sottile e sconvolgente nella pratica zen. Sekida Katsuki lo spiega attraverso la lezione della filosofia di Edmund Husserl.

Husserl dice che "l'io come persona, come una cosa nel mondo" va eliminato attraverso la riduzione fenomenologica. L'io come una cosa nel mondo è in effetti l'attività abituale della coscienza, che è gravata da un confuso pensiero illusorio. Quello che Husserl dice può essere riassunto nell'asserzione che se si arresta l'attività della coscienza abituale, anche il confuso pensiero illusorio nell'esperienza personale, psicologica, individuale, scomparirà, e apparirà al suo posto la pura coscienza. Se questa interpretazione è corretta, allora possiamo dire soltanto che questo è esattamente quello che cercano di fare gli studenti di zen, quando siedono sui loro cuscini.(6)

segue

Ultima modifica di neman1 : 04-11-2004 alle ore 06.31.51.
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Vecchio 04-11-2004, 06.28.43   #5
neman1
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La ricerca della pratica zen risiede nel tentativo di liberare la coscienza dai suoi condizionamenti. Anche Alan Watts è chiaro su questo punto.

Per ragioni piuttosto diverse i giapponesi tendono a trovarsi a disagio nei confronti di se stessi tanto quanto gli occidentali, visto che possiedono un senso del rispetto umano acuto quasi quanto il nostro più metafisico senso del peccato. Questo si verificava soprattutto nella classe più sensibile allo zen, quella dei samurai. Ruth Benedict [...] aveva perfettamente ragione quando diceva che l'attrazione che la casta dei samurai provava per lo zen derivava dal potere che questa dottrina aveva di liberare da un'autocoscienza estremamente imbarazzante, dovuta al tipo di educazione impartita ai giovani. Di questa autocoscienza fa parte quell'obbligo che i giapponesi sentono di competere con se stessi, un obbligo che riduce ogni arte e sapere a una maratona di autodisciplina. Anche se l'attrazione esercitata dallo zen consiste nella possibilità che esso offre di liberarsi da questa autocoscienza, la versione giapponese dello zen combatteva il fuoco con il fuoco, superando "l'io che osserva se stesso" con il portarlo a un'intensità tale da farlo esplodere.(7)

Lo zen giapponese è dunque "il superamento del superamento", la filosofia che permette di giungere all'assoluto tramite il particolare portato all'eccesso. Queste considerazioni ci permettono di analizzare il valore dello zen dal punto di vista delle scienze sociali. Nonostante i severi e corretti rimproveri rivolti da Franco Ferrarotti(8) al movimento new age, ci sembra che si possa fornire un'ulteriore analisi non del tutto negativa.
Secondo Gianni Vattimo il pensiero occidentale moderno è superamento e fondazione(9). Queste due istanze si troverebbero nella logica dello sviluppo che sarebbe stata abbandonata dalla postmodernità. Le caratteristiche della postmodernità sarebbero la desecolarizzazione, la fine delle grandi narrazioni e la crisi dell'idea di progresso. La desecolarizzazione coincide con l'abbandono del pensiero positivista e il ritorno alle credenze spirituali, come appunto la new age. Eppure non corrisponde all'esperienza di queste religioni la rinuncia all'idea di superamento e progresso, anzi subisce un'accelerazione. L'influenza dello zen sposta il superamento al "superamento del superamento". Una contraddizione soltanto apparente: il superamento del superamento è esso stesso superamento. Poiché lo zen non elimina il soggetto ma lo riunifica all'universo, eliminandolo soltanto come cosa isolata nel mondo, l'interpretazione qui presentata della postmodernità non è corretta. L'idea di superamento non è eliminata. Gianni Vattimo rimane ancora imprigionato nella logica occidentale che concepisce il superamento come eliminazione, una logica che Georg Hegel aveva indicato come fallace e aveva sostituito con la fenomenologia dello spirito.
Dunque il concetto di postmodernità è fuorviante per capire new age, cultura pop e beat zen. New age e beat zen non contrappongono modernità e antichità, piuttosto operano una sintesi. La contaminazione di moderno e antico non deve scandalizzare perché il criterio dello zen non pone al centro del sapere un dogma, al contrario apre il mondo alle infinite possibilità dell'esistenza. Se il movimento new age è criticabile per i molti difetti che lo caratterizzano, ciò non deve escludere che possa avere qualche influenza vantaggiosa, ad esempio l'avvicinamento, anche superficiale, alla filosofia orientale. Condannare la cultura popolare contemporanea è un comportamento snob tipico degli intellettuali che si atteggiano in modo saccente, ma anche esaltare la cultura pop in contrapposizione al passato o ad altre forme culturali è un comportamento esasperato e ingiustificato. Passato, presente e futuro non sono mai contrapposti nella cultura che essendo viva è capace di evolversi continuamente superando qualsiasi dicotomia. Perciò gli scritti di Alan Watts su beat zen e square zen sono un esempio di equilibrio e buon senso da seguire. C'è poi da sottolineare il fatto che la religione non è soltanto una questione fra dotti, ma riguarda una moltitudine di persone. Escludere l'aspetto popolare della religione significa eliminare il senso profondo della religione: creare un legame fra i membri di una comunità. L'etimologia della parola religione proviene dal latino relegere (raccogliere).

Note

1. Alan Watts discusse l'argomento del beat zen in alcuni saggi, e in particolare in Beat Zen, Square Zen e Zen pubblicato su "The Chicago Review" (estate 1958). Questi interventi sono stati raccolti in volume e tradotti in italiano: Watts, Alan. 1973. Beat Zen & altri saggi. Arcana Editrice, Milano. Traduzione di Piero Verni.
2. Cfr. Watts, Alan. 1996. Beat Zen & altri saggi. Aries/Arcana Editrice, Milano, p. 61. Nuova edizione, traduzione di Piero Verni.
3. Ibidem, p. 68.
4. Ibidem, p. 68.
5. Cristiano Martorella. Il concetto giapponese di economia. Relazione al XXV Convegno di Studi sul Giappone, Venezia.
6. Cfr. Sekida, Katsuki. 1976. La pratica dello zen. Metodi e filosofia. Astrolabio, Roma, p. 170. Per il riferimento alla riduzione fenomenologica si consulti: Husserl, Edmund. 1965. Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia fenomenologica. Traduzione di Enrico Filippini e Giulio Alliney. Einaudi, Torino.
7. Cfr. Watts, Alan. 1996. Beat Zen & altri saggi. Aries/Arcana Editrice, Milano, p. 63. Nuova edizione.
8. Ferrarotti, Franco. 1999. La verità? E' altrove. All'insegna della new age. Donzelli Editore, Roma.
9. Cfr. Vattimo, Gianni. 1985. La fine della modernità. Garzanti, Milano, pp. 10-11.


dal sito:http://www.nipponico.com/editoriale.php

Ciao
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