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Vecchio 18-08-2006, 17.49.36   #1
Elijah
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Siddhartha e le donne

L'Illuminato, il Risvegliato, il Buddha, Gautama, Siddhartha, il Tathagata, cosa pensava sulle donne?
E in particolar modo, perché?
Come mai questa "paura" verso il gentil sesso?

Qual è il vostro parere?

Prima di rispondere in qualsiasi modo, invito alla seguente lettura:
(E magari dare un occhio al glossario finale durante la lettura)

Da: Ananda K. Coomaraswamy (1877-1947), Buddha and the Gospel of Buddhism

"Reverendo Signore, avete visto passare di qua una donna?" E l'anziano rispose:

"Era una donna, o un uomo
che passò di qui? Io non lo so.
Ma so questo: un pugno d'ossa
si sta muovendo lungo la strada".


Visuddhi Magga, cap. I.

Un buon numero di Jataka, o Storie delle vite di Gautama, sono intesi a suggerire una morale di iniquità femminile.
"Insondabile profondo, come il percorso di un pesce negli abissi marini", dicono, "è il carattere delle donne, predoni dalle molteplici arti, dalle quali è difficile farsi dire la verità; per le quali la menzogna è come una verità, e la verità è come una menzogna... Nessuna fede si deve prestare alle loro preferenze e antipatie".
La dottrina di Gautama è monastica, così come il suo temperamento è privo di emozioni. Secondo le parole di Oldenberg:
"Era forse possibile che una mente come quella di Buddha, il quale con decisa determinazione di rinuncia aveva volto le spalle a tutto ciò che è attraente e piacevole di questo mondo, fosse dotata della facoltà di capire ed apprezzare la natura femminile?"
Dobbiamo comprendere che la mancanza di simpatia del Buddhismo originario per le donne non è un fenomeno unico; esso è anzi piuttosto tipico del sentimento monastico di tutto il mondo; ed è basato sulla paura. Perché di tutte le insidie dei sensi che l'ignoranza mette in atto per l'incauto, la più insidiosa, la più pericolosa, la più attraente, è la donna.
"Maestro", dice Ananda, "come ci dobbiamo comportare con le donne?"
"Dovete evitare di guardarle, Ananda".
"Ma se le vediamo, cosa dobbiamo fare?"
"Non parlare loro, Ananda".
"Ma se dobbiamo parlare loro?"
"Allora dovete far attenzione a voi stessi, Ananda".
Innamorarsi è una forma di moha, illusione; e come il punto di vista monastico sull'arte prende in considerazione solo i suoi elementi sensibili, così il punto di vista monastico sulle donne e sull'amore per le donne prende in considerazione esclusivamente i fattori fisici. Paragonare il Nibbana - come la Brihadaranyaka Upanishad compara la beatitudine dell'intuizione dell'Atman - con la felicità dimentica di sé degli amanti terreni, stretti uno nelle braccia dell'altro, per il Buddhismo sarebbe uno scherzo di cattivo gusto. Non meno remoto il sentimento buddhistico è il punto di vista della cavalleria occidentale, che vede nella donna una stella-giuda, o quello dell'idealismo Vaishnava o platonico, che trova nell'adorazione dell'individuo una disciplina per l'amore del tutto.
Non possiamo negare che la posizione di Gautama sia giusta da un certo punto di vista. È difficile negare che la donna sia più vicina dell'uomo al mondo; e la differenziazione sessuale è una di quelle cose che sono "non così, non così" nel Nirvana. Dobbiamo solo riconoscere che Gautama non aveva la concezione di un dovere morale di provvedere alla continuità della razza, come è invece implicito nella tarda dottrina brahmanica del debito verso gli antenati. Chiamava indistintivamente gli uomini e le donne a sradicare il bosco infernale, ad abbandonare la natura sessuale, e ad adottare un'umanità spirituale; per chi non era ancora preparato a questo cambiamento provava la stessa compassione che uno spirito generoso può sentire per chi soffre e la cui sofferenza è il prodotto della propria illusione.
Ananda, il discepolo favorito e spiritualmente più giovane di Gautama, è spesso descritto nella posa di colui che perora la causa della donna. Quando fu sollevata la questione dell'ammissione delle donne nell'Ordine - in effetti una pretesa ai diritti delle donne non molto dissimile da quella dei moderni - Ananda, dopo che la sua domanda era già stata rifiutata tre volte, alla fine chiede:
"Le donne sarebbero in grado, reverendo Signore, se si ritirano dalla vita domestica alla vita errante, sotto la dottrina e la disciplina stabilite dal Tathagata, di raggiungere il frutto della conversione, di ottenere il frutto di un solo ritorno (nel mondo), di ottenere il frutto del non-ritorno, di ottenere lo stato di Arahatta?"
Gautama non può negare loro questa possibilità; in risposta all'ulteriore richiesta di Ananda, egli ammette le donne nell'Ordine, sottoponendole però ad ottanta pesanti regole, a cominciare da quella che anche la Sorella che sia stata ordinata da più tempo debba stare in piedi e comportarsi con estrema umiltà davanti ad un Fratello, anche se ordinato da appena un giorno. Ma egli aggiunge:
"Se, Ananda, le donne non si fossero ritirate dalla vita domestica a quella errante, sotto la dottrina e la disciplina stabilite dal Tathagata, questa tradizione, Ananda, sarebbe durata a lungo; la buona dottrina sarebbe rimasta per mille anni.
Ma poiché, Ananda, le donne si sono adesso ritirate dalla vita domestica a quella errante, sotto la dottrina e la disciplina stabilite dal Tathagata, non a lungo, Ananda, durerà la tradizione; solo cinquecento anni la buona tradizione sussisterà".
Altrove, in risposta ad un'altra domanda posta da Ananda, Gautama risponde:
"Le donne si irritano facilmente, Ananda; le donne sono piene di passioni, Ananda; le donne sono invidiose, Ananda; le donne sono stupide, Ananda. Questo è il motivo, Ananda, questa è la causa per cui le donne non hanno diritto a partecipare alle pubbliche assemblee, non gestiscono affari, e non si guadagnano da vivere con una professione".

(continua, migliorando... )
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Vecchio 18-08-2006, 18.37.00   #2
Elijah
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Riferimento: Siddhartha e le donne

(continuazione della lettura)

Molto significativo è l'episodio dei trenta uomini caritatevoli, guidati dal Bodhisatta quando viveva sotto la forma di un giovane Brahamano, Magha: questi uomini stavano costruendo una stazione di sosta ad un crocicchio, per fare opera di carità. "Ma siccome non amavano più il genere femminile, non permettevano alle donne di prendere parte alla buona azione". È divertente osservare come una signora di nome Pietà riuscisse a corrompere uno di quegli uomini rigidamente buoni, così da renderle possibile uno stratagemma con il quale ottenere di prender parte al lavoro meritorio, e in tal modo guadagnare per sé un palazzo nel cielo di Sakka. D'altra parte troviamo che Gautama non disdegnava di accettare l'ospitalità e i doni di donne devote e laiche. Una di queste è l'onorevole matrona Visakha, "una ricca cittadina di Savatthi, la città principale del Kosala, madre di molti figli illustri, nonna di nipoti innumerevoli". Questa signora procurava su larga scala le provviste per il Buddha e i suoi discepoli quando questi risiedono a Savatthi. Un giorno ella si avvicina a Gautama e gli fa sette richieste, che sono: che le si permetta di rifornire i Fratelli di abiti per la stagione piovosa, di cibo per i Fratelli che arrivavano a Savatthi o passavano per Savatthi, che erano malati o vi risiedevano, di medicine per i malati e di asciugamani per le Sorelle. Ella esprime il desiderio di dare ogni elemosina in dettaglio. Il Buddha risponde con parole di approvazione, ed è contento di concedere i sette favori. Si deve notare che, in accordo con il modo indiano di considerare la carità, tutti questi favori sono consessi a Visakha e non, come i lettori occidentali potrebbero pensare, all'Ordine; perché il monaco mendicante, accettando le offerte, dà al donatore il merito di un atto benefico. Conformemente a ciò il Santo lodò Visakha, in quanto avrebbe camminato sulla splendente, meritoria via, ed avrebbe mietuto a lungo la ricompensa della sua carità, su in cielo.
Il Professor Oldenberg fa giustamente notare:
"Descrizioni come questa di Visakha, benefattrice della comunità, con il loro inesauribile zelo, e la loro non meno inestinguibile disponibilità monetaria, sono certamente ricavate dalla vita dell'India di quei tempi: non devono essere trascurate, se vogliamo farci un'idea dei personaggi che hanno fatto della più antica comunità buddhistica ciò che era".
Gautama, comunque, non accettava solo le offerte delle persone rispettabili, ma anche quelle dei "peccatori". È riportato che in una certa occasione accettò per se stesso ed i suoi seguaci un invito a pranzo dalla cortigiana Ambapali, e rifiutò l'invito alternativo dei prìncipi Licchavi, con loro grande disappunto. Egli stabilì la sua residenza temporanea nel giardino di manghi della cortigiana, di cui, inoltre, ella fece dono all'Ordine. Il sutta dice:
"Il Sublime accettò il regalo; e dopo averla istruita, sollevata, incitata e rincuorata con un discorso tradizionale, si alzò dal suo posto e se ne andò".
È degno di nota che né di Visakha né di Ambapali si riporta che abbiano lasciato il mondo come risultato immediato del suo insegnamento, o anche solo che abbiano cambiato il loro genere di vita; i loro doni sono stati accettati da Gautama semplicemente come quelli di una pia donna. Ciascuna di esse avrebbe ricevuto in qualche cielo la ricompensa immediata della sua generosità, e in una vita futura il frutto dell'illuminazione perfetta.
Il pensiero buddhistico tributa onore alla donna al punto di non dubitare mai della sua possibilità di disfarsi della natura femminile, ed anche in questa vita di diventare, per così dire, un uomo. Si racconta il caso della signora Gopika che, "avendo abbandonato i pensieri di una donna e avendo coltivato i pensieri di un uomo" rinacque come figlio di Sakka in cielo. C'era anche, e più cospicuo, il grande corpo delle Sorelle - iniziate, sebbene malvolentieri, con il consenso di Gautama stesso - tra le quali molte raggiunsero l'Arahatta e il Nibbana; e le belle canzoni di giubilio di queste ultime sono conservate nei Psalms of the Sisters. Sebbene queste Sorelle fossero considerate tecnicamente e sempre inferiori ai Fratelli "è ugualmente chiaro che, per superiorità intellettuale e morale, una Theri poteva proclamare la sua uguaglianza con il più elevato della fraternità".
La donna che lasciava il mondo e adottava la regola della Sorella non solo fuggiva alle restrizioni e all'ingrato lavoro domestico, ma - come la vedova indù del tipo di Lilavati, o come la pensatrice modena che ha rapporti con i suoi colleghi uomini in termini di uguaglianza - otteneva dai suoi Fratelli il riconoscimento come essere razionale, un essere umano, più che una donna; faceva parte della comunione intellettuale dell'aristocrazia tradizionale degli Ariya. La sua condizione è chiaramente espressa nei Salmi:

Sono una donna in queste faccende, o
sono un uomo? O cosa sono, allora?


e

Come la natura femminile potrebbe ostacolarci?

se tutto ciò che è essenzialmente femminile è stato abbandonato:

Di compiacermi in piaceri sensibili non mi parlare!
Vanità come quelle non posson più allettarmi.


Questa posizione è molto vicina a quella espressa da Schopenhauer e da Weininger. Quest'ultimo riassume la sua argomentazione dicendo:
"L'uomo non può fare a meno di rispettare la donna quando questa smetta di essere oggetto e un materiale per l'uomo... Una donna che avesse veramente abbandonato la sua natura sessuale, che desideri stare in pace, non sarebbe più "donna". Avrebbe smesso di essere "donna", avrebbe ricevuto il segno interiore e spirituale, come pure la forma esteriore, della rigenerazione". Egli si chiede: "È (allora) possibile per la donna desiderare veramente di comprendere il problema dell'esistenza, la concezione del peccato (dukkha)? Può veramente desiderare la liberazione? Questo può accaderle solo se è permeata da un ideale, giudata da una buona stella... Solo in questo modo ci può essere l'emancipazione (Nibbana) di una donna".
L'esperienza buddhistica risponde, a queste domande, che è possibile per la donna desiderare veramente la liberazione, e che un numero non insignificante di donne tra le Sorelle buddhiste l'hanno ottenuta.
Si lascierà ai difensori dell'"emancipazione" femminile da una parte, e agli idealisti della femminilità, dall'altra, il compito di dibattere quanto queste idee portino onore o disonore alla "donna".


* Piccolo glossario per le parole più difficili:
- Arahatta: lo stato della verità liberatrice, lo stato di chi ha raggiunto il Nibbana, o di chi percorre la quarta via, il cui frutto è il Nibbana.
- Ariya: nobile, rispettabile, onorevole.
- Atman: 1) Preso dai Buddhisti nel senso dell'ego, o anima; 2) nel Brahamanesimo, l'Assoluto, l'Incondizionamento, lo Spirito, Brahaman; anche il riflesso dell'Assoluto nell'individuale.
- Bodhisatta (Bodhisattva): essere della saggezza. 1) Gautama prima del raggiungimento dell'illuminazione. 2) Qualsiasi individuo che si dedica alla salvezza degli altri e destinato al raggiungimento dello stato di Buddha.
- Buddha: Illuminato. 1) Siddhattha Gautama, dopo aver raggiunto l'illuminazione; 2) altri individui che hanno raggiunto l'illuminazione; 3) qualsiasi altro individuo considerato come un Essere supremo, il cui raggiungimento dello stato di Buddha è intemporale.
- Nibbana (Nirvana): eticamente, la morte delle passioni, del risentimento e dell'illusione; psicologicamente, liberazione dall'individualità. Il riconoscimento della verità. Uno stato di liberazione che dev'essere realizzato qui ed ora; chi vi è arrivato, è liberato dal divenire e dopo la morte non ritorna più [nella manifestazione]. Il Nibbana non implica l'"annichilimento dell'anima", perché il Buddhismo insegna che non è mai esistita un'entità come l'anima. Nibbana è uno dei molti nomi del summun bonum; può essere tradotto come Abisso, Quiete, Vuoto, o Nulla.
- Sutta (sutra): "filo". Una forma letteraria delle scritture buddhistiche, parole di Buddha "infilate assieme" come un discorso o un dialogo; nelle scritture indù, una serie di aforismi collegati.
- Tathagata: Così-andato o Così-venuto, Colui-che-ha-raggiunto-ciò, un termine usato dal Buddha parlando di se stesso.
- Theri è il femminile di Thera: anziano; tra i Fratelli, un Arahat, cioè uno che ha raggiungo l'Arahatta, in altre parole il Nibbana.
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Vecchio 20-08-2006, 01.49.05   #3
Elijah
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Buddhismo in generale

Mi son reso conto, che qui non pullulano molti buddhisti, di conseguenza, per chi fosse all'oscuro in modo più assoluto di cosa sia il Buddhismo, o sa cosa è solo per sentito dire (chessò, conosce l'amica di una amica che dice di essere buddhista), ecco qua una breve introduzione e breve storia del Buddhismo che ho trovato in internet, che non trovo affatto male:

Introduzione
Storia
(Entrambi i link provengono da un sito di buddhisti tibetani)

Nota del webmaster:
suggerisco anche la seguente pagina presente nella enciclopedia di riflessioni.it Buddhismo
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Vecchio 20-08-2006, 09.54.16   #4
Yam
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Riferimento: Siddhartha e le donne

Non si puo' parlare dell'insegnamento di Buddha Sakyamuni in questi termini. Il Vishuddi Magga e' per esempio un testo Theravada del V secolo, ossia circa 700-800 anni dopo il Parinirvana del Buddha storico. Nel IV secolo oltretutto, proprio a causa della deriva ascetica e monastica del Buddismo Hinayana nacque il Buddhismo Mahayana, da cui subito dopo quello Tantrico, dove la donna assume un ruolo di prima importanza e viene indicata in possesso di una potenzialita' maggiore di quella maschile per il raggiungmento della Buddhita. Il Brahmino Saraha, maestro di Nagarjuna, trovera' infatti il suo Guru nella piazza del mercato e sara' una donna di bassa casta, la famosa forgiatrice di frecce.

Se noi (non io) , per tutta una serie di motivi, riteniamo poco affidabili perfino i Vangeli, figuriamoci le scritture Buddiste...
In Oriente infatti non c'e' nulla di affidabile dal punto di vista storico letterario, per molteplici motivi.
Quello che e' certo, oggi, alla luce di nuovi ed approfonditi studi, che l'insegmanto del Buddha non si discostava di molto dall'antica tradizione Vedica e Vedantica (Upanishad), al punto che il Buddha se aveva uditori Hindu non aveva difficolta' ad usare il termine Atman, mentre ancora oggi c'e' chi sostiene l'Anatman come cio' che distingue il Buddismo dall'Induismo...
Il discorso e' complesso, quello che e' certo e' che e' presente all'interno del Buddismo, anche Mahayana purtroppo ed anche Vajrayana, ancora oggi, nonostante le riforme, la visione ascetica, di rinuncia alla Vita, cosa presente daltronde in tutte le istituzioni monastiche.
Secondo alcuni il Cristo nella parabola del Filiol Prodigo indica questo errore, nella figura del fratello che rimane accanto al padre.....la vita va vissuta e solo cosi si arriva a comprendere sino in fondo che la Vita (Samsarica) dove prevale la passione, la ricerca della felicita' all'esterno di noi stessi, genera solo sofferenza (prima nobile verita) e questo fa il filiol prodigo andandosene dalla casa del Padre.
Solo dopo aver vissuto la Vita egli si rende conto della Causa della sofferenza (seconda nobile verita') e riprende il snetiero di ritorno alla casa del padre (terza nobile verita').
Il Nirvana accade quando si e' di nuovo a casa (quarta nobile verita', cessazione della brama).
Sostanzialmente la parabola del filiol prodigo, contiene quindi tutte e quattro le nobili verita' enunciate dal Buddha.
Gli uomini hanno la capacita' di inquinare i semplici insegnamenti degli illuminati, devono sempre complicare tutto, perdendo di vista l'essenziale.
La verita' e' qualcosa che ha a che fare con una profonda semplicita'.

(La cultura Vedica Tradizionale prevede nella Vita di un uomo quattro fasi: Dharma, Artha, Kama e Moksha.......)
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Vecchio 20-08-2006, 11.58.25   #5
Elijah
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Riferimento: Siddhartha e le donne

Citazione:
Originalmente inviato da Yam
Non si puo' parlare dell'insegnamento di Buddha Sakyamuni in questi termini. Il Vishuddi Magga e' per esempio un testo Theravada del V secolo, ossia circa 700-800 anni dopo il Parinirvana del Buddha storico.
Ciao,
la prima citazione, non mi pare negativa nei confronti delle donne (o sì?). Ma a parte questo, si tratta solo di un aperitivo, per poi passare alla questione basandosi su altri testi, che sono i seguenti:

Principalmente il Nidanakatha (Introduzione al Pali Jakata), il Maha Parinibbana Sutta, e il Lalitavistara.

Sono comunque a conoscenza delle difficoltà presenti nella Letteratura buddhista.
Buddhist literature

Citazione:
Se noi (non io) , per tutta una serie di motivi, riteniamo poco affidabili perfino i Vangeli, figuriamoci le scritture Buddiste...
In Oriente infatti non c'e' nulla di affidabile dal punto di vista storico letterario, per molteplici motivi.
Nell'introduzione (vedi link dello scorso messaggio) che ho indicato, si accenna alla questione.
Si reputa che si sia redatto il canone buddhistico solo nel 80 a.C., in Sri Lanka. Insomma, dopo IV secoli dalla scomparsa del Buddha nel Nord dell'India.
Per quanto riguarda la Letteratura Mahayana, si parla di una stesura avvenuta (a dipendenza dei testi) tra il I sec. a.C. fino al X sec. d.C., se non oltre. Buona parte comunque tra il II-IV sec. d.C..

Ho trovato comunque curioso come Coomaraswamy nel suo libro, abbia fatto notare come un tempo esistesse un sistema di letteratura mnemonica, e come il Buddha stesso, non permetteva ai Fratelli dell'Ordine di possedere dei libri scritti. Tutta la dottrina la si imparava con la mente, e la si tratteneva lì. La parola scritta non veniva per nulla vista bene. Si credeva che l'istruzione orale fosse assai superiore all'apprendimento dai libri, perché fa maturare la mentre e sviluppa le sue possibilità.

Citazione:
Quello che e' certo, oggi, alla luce di nuovi ed approfonditi studi, che l'insegmanto del Buddha non si discostava di molto dall'antica tradizione Vedica e Vedantica (Upanishad), al punto che il Buddha se aveva uditori Hindu non aveva difficolta' ad usare il termine Atman, mentre ancora oggi c'e' chi sostiene l'Anatman come cio' che distingue il Buddismo dall'Induismo...
Lo stesso Coomaraswamy parlava già ai suoi tempi dell'assenza di una reale opposizione tra il Buddhismo ortodosso e l'Induismo. E parlava anche della falsa idea che il Buddhismo sia "pessimistico".

Citazione:
Il discorso e' complesso
Nessuno lo mette in dubbio.

Ma dimmi, secondo te chi era Siddhartha? E cosa pensava sulle donne?

E se ti va di raccontarlo, come mai hai deciso di sposarti e avere figli? (Sei sposato e hai figli, o no? ) Dopo aver intrapreso la via ascetica, che include in un certo modo anche la mancanza del desiderio per le donne.
Capirò, se non vuoi parlare di questioni più personali che altro.
Elijah is offline  
Vecchio 20-08-2006, 13.29.59   #6
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Riferimento: Siddhartha e le donne

Sono veramente colpito dalla tua profondita' Elijah, e' una cosa molto rara.
Andare oltre i testi, la letteratura, e' cio' che ogni vero ricercatore Spirituale deve fare, anche se i testi sono importanti, molto importanti.
Siddhartha era un Illuminato, ogni tanto ne appare qualcuno sulla Terra.

Era sposato e lascio' la moglie in attesa di un figlio, si dice....ma anche questo potrebbe non essere vero...chissa'.
Nella tradizione Vedica e Vedantica (Shamkhara compreso) si da molta importanza alla Vita e la fase ascetica, la fase finale della Vita non e' negata completamente, ma deve essere intrapresa da chi ne ha le qualificazioni, prima c'e' la Vita, ci sono gli impegni di capofamiglia, ci sono i doveri del lavoro, i bisogni fisici e spirituali e tutte queste cose vanno vissute, a meno che non ci sia una forte vocazione...
Sicuramente non condivise alcune cose della tradizione Vedica come il sistema delle caste e, sorpresa, la visione eccessivamente ascetica della vita Spirituale, infatti indico' la Via di Mezzo, quella che il Mahayana cerco' di ristabilire.
L'insegnamento del Buddha piu' profondo e' senza ombra di dubbio il Prajnaparamitasutra (il Sutra del Cuore) dove viene indicata la saggezza trascendente (Prajna). E' qui che iniziarono i problemi per gli uditori....
Il Vuoto e' forma e la forma e' Vuoto.
Preso alla lettera puo' condurre a visioni estreme, in cui la Vita non ha piu' alcun senso essendo una manifestazione illusoria della Realta'. Qui il Buddha non parlo' del Se', ne di quello vero (Atman) ne' di quello falso (EGO). Invece accadde che fu preso alla lettera che tutto era Vuoto e che il Nirvana consisteva nel dimorare in questo Vuoto.
Il Vuoto nella tradizione vedica e' l'assoluto immanifesto, il Brahman Nirguna o Prarabrahman, e' il Dio Senza Nome, e' il Padre.
Nel Rig Veda si legge che ad un certo punto da questo vuoto, che non e' un mero nulla, appare un movimento di energia (Virat), anche nel Taoismo e' cosi...(dal Wu Chi appare l'energia Yin). Il Buddha lo disse nel Prajnaparamitasutra.
Li il Buddha indico' l'origine della Coscienza Universale, il Nous o Logos o Brahman Saguna o Dio personale, Ishvara. Nel Taoismo e' il Tai Chi........
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Vecchio 21-08-2006, 10.50.41   #7
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Riferimento: Siddhartha e le donne

..continuo....
Una difficolta' di non poco conto nell'interpretazione di tutte le scritture e' il loro significato simbolico.
Ecco un esempio di esegesi spontanea di un mio maestro (l'esegesi e' riferita alle prime strofe del Prajnaparamitasutra).

Così ho udito. Una volta il Beato si trovava sul monte Gridhrakûta a Râjagriha, insieme a una grande assemblea di monaci e a una grande assemblea di bodhisattva.

Il tempo della rivelazione non è il passato trascorso che non ritorna più, ma il momento originario, primordiale, dell'eterno presente. Soltanto in quel tempo non misurabile si può ascoltare il canto della saggezza trascendente. Poiché il suo reale significato è la propria vera natura mai nata, cosa se ne può dire?

Finché c'è l'illusione di ascoltare qualcosa di separato da chi ascolta, non c'è l'ascolto della realtà così com'è: essa non è indicabile come un oggetto, né può essere comunicata attraverso i limiti delle parole. E' soltanto questa impossibilità che viene qui cantata, affinché chi ode smetta di ascoltare con gli orecchi della separazione.

Il Beato è l'essere illuminato unito alla Grande Madre, non è il corpo umano del Buddha. Quel corpo limitato è solo un simbolo del vero corpo ineffabile. La forma del corpo umano e i suoni della sua voce sono percepibili tramite i sensi; invece la vera natura della forma, dei suoni e di qualsiasi fenomeno è la Realtà che trascende i sensi. Un essere illuminato non si identifica più col corpo e le sue funzioni, ma con lo spirito ineffabile: l'unico corpo illimitato ed eterno da cui scaturisce l'insegnamento della saggezza trascendente. Non pensare che io stia parlando di un attributo esclusivo del Buddha Shâkyamuni. Sto parlando proprio del Buddha del tuo spirito.

Râjagriha, "Dimora Reale", era il nome della capitale del regno di Magadha, il più importante dell'India ai tempi di Shâkyamuni. Gridhrakûta, "Picco degli Avvoltoi", era il luogo più sacro nei pressi di Râjagriha. Sappi che la vera Dimora Reale è il tuo essere, mentre il Picco degli Avvoltoi è lo stato di coscienza in cui sei elevato al di sopra delle emozioni, delle sensazioni e dei pensieri distraenti: lì puoi entrare in contatto con la dimensione celeste volando come gli avvoltoi. Questi grandi uccelli selvaggi sono gli angeli sapienti che rappresentano i pensieri illuminati, liberi, non condizionati.

La grande assemblea di monaci è l'insieme delle funzioni psicofisiche che occorre disciplinare, in particolare i cinque sensi e la mente. Invece la grande assemblea di bodhisattva rappresenta le virtù potenziali che vanno risvegliate: generosità, etica, pazienza, vigore, concentrazione e saggezza.

Ciò che un essere illuminato comunica nel momento originario dell'eterno presente non è limitato dai giudizi della conoscenza separativa, perciò trascende le parole e i simboli. Ma com'è possibile la comunicazione senza ricorrere a parole o indicazioni?

[...]
Yam is offline  
Vecchio 30-08-2006, 13.36.14   #8
Elijah
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Riferimento: Siddhartha e le donne

Citazione:
Originalmente inviato da Yam
Sono veramente colpito dalla tua profondita' Elijah, e' una cosa molto rara.
Yam,
non sono degno di lode.

Citazione:
Originalmente inviato da Yam
Ciò che un essere illuminato comunica nel momento originario dell'eterno presente non è limitato dai giudizi della conoscenza separativa, perciò trascende le parole e i simboli. Ma com'è possibile la comunicazione senza ricorrere a parole o indicazioni?
A riguardo, ma non so se centra veramente con quanto hai scritto, sono rimasto colpito dal dubbio che ebbe Gautama una volta Illuminatosi.

Di quale dubbio sto parlando?

Quello che riguarda la possibilità di far conoscere ad altri la verità trovata.
Detto in altro modo, Buddha si domandò se fosse mai stato in grado, o meglio se fosse possibile trasmettere ad altri la verità.

Interessanti sono le parole di Chuang-tzu su questo dilemma:

Le grandi verità non fan presa sui cuori del volgo... E così stando le cose, anche se io conosco il vero cammino - come farò, come farò a guidarli? Se pur sapendo che non ce la farei, tento comunque di impormi ad essa, sarà questa un'altra fonte d'errore. Meglio lasciar perdere, e non tentar neppure. Ma se non tento io, chi tenterà?

Si crede che i dubbi di Gautama scomparvero, nel momento in cui i discepoli gli posero le domande giuste.
Trovo curioso notare come - prendendo in considerazione il caso soprastante -, sia dalle domande che uno pone, che si capisce cosa uno sa o no.

A parte questo, volevo ancora dire due parole sulle donne e Siddhartha.

A riguardo, si dice, che la madre del futuro Buddha, morì subito dopo aver partorito suo figlio, dopo sette giorni.
Questo fatto, se lo prendiamo come vero, cioè se consideriamo Siddhartha orfano di madre, credo che abbia anche avuto un certo ruolo sul come Gautama la pensava sulla donne.
Dico così, in quanto, io personalmente, ho una grande stima delle donne, e anzi, le considero più degli uomini, ma non solo per un motivo sessuale, anche solo e principalmente a livello di fiducia, relazione, possibilità di dialogo, ecc.
Tendo ad avere molte più aspettative dal gentil sesso, che da altri uomini come me.
E questo, oltre magari a fattori legati alla cultura in cui sono nato, credo che sia dovuto anche al fatto che io sia orfano di padre.
È mia madre, quella che mi ha cresciuto, una donna, ed era lei la mia giuda, una donna. Mio padre, in un certo senso, non è stato all'altezza delle aspettative. (Brutta cosa da dire). *
Di conseguenza, in modo analogo, ma opposto, credo che Siddhartha confidasse di più negli uomini, che nelle donne, appunto perché orfano di madre. (Nonostante la zia avesse preso il posto della madre...).
Non c'è da stupirsi quindi, almeno secondo me, se si scopre che lui considerava le donne, il sesso debole, inferiore, ecc.
La cultura in cui viveva in un certo qual modo trasmetteva questo, e anche le cose che lui aveva vissuto in prima persona, lo potevano portare a pensare certe cose.
Queste sono comunque solo delle ipotesi. Dei pensieri personali.

* Non sto dicendo in questo modo, che tutte le donne sono meglio di tutti gli uomini. Come esistono donne in gamba, ce ne sono anche di quelle veramente decadute, purtroppo. La stessa cosa vale per gli uomini. Però ciò non toglie, che a primo impatto, io sia più positivo se ho di fronte una donna, che un uomo, anche solo per fare due chiacchere.



P.S.:
Chissà se comprendi il messaggio criptato :
Se ho postato qui questo thread, e non lì, non è stato certo per caso - Yam.
Ciao.
Elijah is offline  
Vecchio 30-08-2006, 14.15.49   #9
turaz
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Riferimento: Siddhartha e le donne

l'unione non deve essere solo "meditata" va anche vissuta.
L'unione completa ne trascende il significato chiamiamolo così "samsarico" per evolversi verso un equilibrio pieno.

e l'esperienza dell'unione prima in se stessi poi fuori se stessi è "completa"

Cito una frase cara a qualcuno

"sino a che non renderete il dentro come il fuori non entrerete nel regno"
"sino a che da due non diventerete uno non entrerete nel regno"

ciò vale a mio sentire prima come singoli poi come coppia infine come comunità.

ciao
turaz is offline  
Vecchio 30-08-2006, 14.45.39   #10
atisha
Ospite pianeta Terra
 
L'avatar di atisha
 
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Messaggi: 3,020
Riferimento: Siddhartha e le donne

Citazione:
ciò vale a mio sentire prima come singoli poi come coppia infine come comunità.

non posso che quotare..

e questi passaggi portano, oltre che alla diminuzione delle risposte di tipo emotivo e razionale, anche ad un funzionamento (azione) armonico..

l'intero funzionamento del corpo e della mente (memoria) viene illuminato dalla Coscienza...
atisha is offline  

 



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